L'ombra del potere e la complicità collettiva: Bibi Netanyahu e il corpo sociale che lo sostiene

29.10.2026

AWARENESS | SCRITTO DA PARIDE GERINI


Allorché Hannah Arendt indagava la banalità del male nelle aule giudiziarie di Gerusalemme, s'imbatteva in una frattura che travalica la contingenza biografica di un singolo despota per interrogare la radice stessa del consenso politico. In quella terra d'elezione e di tragedia, la responsabilità non si esaurisce mai nella figura del sovrano temporaneo, ma si propaga come un'onda di marea attraverso il corpo sociale che lo sostiene, lo legittima e lo custodisce al vertice delle proprie istituzioni democratiche o autoritarie.
Quando la cittadinanza abdica al discernimento etico per affidarsi al mito della forza e dell'espansione territoriale, il confine labile tra chi comanda e chi obbedisce si dissolve in una melma indistinguibile di corresponsabilità storica. 


La riflessione sul destino collettivo di una nazione non può prescindere da quel lucido e disperato viaggio che Albert Camus compì nei suoi scritti sull'assurdo e sulla rivolta, laddove ammoniva che l'uomo ingiusto non è che un frammento di una comunità che ha smarrito la misura del limite. Ogni volta che una collettività accetta l'annientamento dell'altro come prezzo necessario alla propria sicurezza, essa compie un suicidio morale che precede e giustifica la catastrofe materiale. Non si tratta semplicemente di valutare l'operato di una classe dirigente spregiudicata, quanto di misurare la profondità della falda acquifera culturale che alimenta l'odio e la negazione sistematica dell'umanità altrui.


Nel celebre saggio Il disagio della civiltà, Sigmund Freud descriveva la propulsione distruttiva connaturata all'agire umano, un'aggressività latente che le istituzioni statali dovrebbero arginare e che invece, nei momenti di crisi identitaria, viene cinicamente liberata e manipolata per scopi di dominio. Gli apparati di potere non fanno che interpretare e amplificare le pulsioni recondite di un elettorato che riconosce nel capo non un despota illuminato, bensì lo specchio fedele delle proprie paure e dei propri rancori ancestrali. La fascinazione per la potenza armata e per l'annientamento del nemico diviene così il collante identitario di una società che preferisce la chiusura tribale alla fatica universale del riconoscimento reciproco.


La letteratura distopica di Evgenij Zamjatin, nel suo profetico Noi, ci aveva già ammonito riguardo al pericolo insito nell'identificazione totale tra l'individuo e il meccanismo dello Stato totalitario, dove il benessere della collettività viene edificato sulla sistematica esclusione e spogliazione dell'estraneo. All'interno di questo circuito chiuso, la democrazia degenera in un plebiscito permanente di ratifica della violenza, in cui il voto popolare non rappresenta più l'esercizio di una sovranità critica, ma il sigillo notarile posto sulle colombe della pace sacrificate sull'altare della ragion di Stato. L'elettore si fa complice attivo, trasformando la delega politica in un assegno in bianco firmato sulla pelle degli inermi.


In questa prospettiva implacabile, la colpa non risiede esclusivamente nei corridoi dorati del palazzo governativo, ma si radica nei salotti, nelle piazze e nelle coscienze di chi continua a giustificare l'ingiustificabile in nome di un'appartenenza etnica o nazionale ritenuta indiscutibile. Come acutamente osservava Simone Weil nelle sue pagine estreme sulla radice dell'oppressione, l'obbedienza cieca a un potere ingiusto corrompe l'anima di chi la pratica prima ancora di danneggiare colui che la subisce. La perdita della compassione universale segna il momento esatto in cui una civiltà cessa di essere tale, riducendosi a mera associazione di interessi protetta dalla forza delle armi.


UNA RIFLESSIONE


di Abel Gropius


Il dramma contemporaneo si consuma dunque nell'impossibilità di separare la patologia del potere dalla psicologia delle masse che lo sostengono, confermando l'intuizione di Elias Canetti in Massa e potere: il sopravvissuto, colui che si erge sulle rovine provocate dalla propria fazione, porta in sé il marchio indelebile di una vittoria ottenuta attraverso la desolazione altrui. Ogni mattone calpestato e ogni vita spezzata sotto le macerie di una città assediata non sono incidenti di percorso di una strategia militare difettosa, ma il compimento logico di un progetto ideologico che ha trovato nel consenso popolare il proprio propellente inarrestabile.

Di fronte a tale sfacelo etico, la figura del dissidente solitario assume i contorni tragici e luminosi di una resistenza spirituale che richiama le pagine più alte di Primo Levi e la sua incessante ammonizione contro l'indifferenza. Quegli israeliani che, sfidando l'isolamento e la persecuzione, alzano la voce contro la deriva bellicosa del proprio Paese rappresentano l'unica vera eccezione che salva l'onore di una storia millenaria, ricordando al mondo che la giustizia non è mai un attributo ereditario di un popolo, ma una conquista quotidiana e dolorosa. La loro testimonianza è il faro solitario in un mare di conformismo colpevole.

L'illusione ottica che vorrebbe circoscrivere ogni responsabilità alle manovre di un singolo capo di governo serve soltanto a detergere la coscienza di una vasta maggioranza che in quel capo si riconosce pienamente e gioiosamente. Quando la corruzione morale diventa sistema e la violenza sistematica viene ratificata attraverso le urne elettorali, il giudizio della storia non può che estendersi all'intero corpo sociale. Nessun alibi istituzionale potrà mai cancellare la macchia di un consenso accordato alla distruzione deliberata di un'intera generazione di innocenti.

La crisi profonda che attraversa questa democrazia armata interpella la coscienza filosofica dell'intero Occidente, specchio di una modernità che ha smarrito il senso del limite e la pietas universale. Se la politica si riduce a tecnica di sopravvivenza biologica e militare ottenuta mediante la negazione dei diritti fondamentali altrui, allora l'intera architettura dei diritti umani universali crolla miseramente sotto il peso dell'ipocrisia. Non vi è salvezza nella vittoria ottenuta sui corpi dei bambini strappati alla vita, poiché ogni cadavere sepolto sotto le macerie grida la bancarotta morale di chi ha esultato per la sua eliminazione.

In conclusione, l'interrogativo radicale che ci viene consegnato da questo tempo oscuro non riguarda la qualità degli attori politici contingenti, bensì la tenuta etica dell'essere umano quando viene sedotto dall'onnipotenza della forza. Finché una società intera non avrà il coraggio di compiere un vero esame di coscienza collettivo, spogliandosi dei miti identitari fondati sull'esclusione e sulla sopraffazione, ogni invocazione alla pace rimarrà un vuoto esercizio retorico. La verità, per quanto dolorosa e insostenibile, esige che si guardi in faccia la realtà: il problema non è l'uomo al timone, ma la tempesta morale che il popolo ha scelto di cavalcare.



Share