
La sintassi del ritorno: Faisal Taher e la geografia interiore dei mari congiunti
SGUARDI ALTROVE | SCRITTO DA ABEL GROPIUS
Esiste un'antica topografia dell'anima per la quale i confini geografici non coincidono mai con le linee tracciate dalla cartografia degli Stati, ma si dispiegano attraverso l'itinerario delle risonanze e delle perdite. Nell'opera di Edward Said, segnatamente tra le pieghe di La questione palestinese e nelle riflessioni di Dire la verità, il concetto di «esilio» cessa di essere una mera condizione giuridica o politica per assurgere a cifra ontologica dell'uomo contemporaneo: un'esperienza che frammenta la continuità della memoria ma regala, in cambio, una doppia visione del mondo. Quando Faisal Taher muove i primi passi da Yabad per approdare, nel 1986, sul suolo di Sicilia, non compie un semplice movimento nello spazio geografico; esegue un atto di traslazione simbolica in cui la terra d'origine e la terra d'approdo iniziano a intersecarsi. La parabola esistenziale di Faisal Taher s'innesta precisamente in questo scarto, trasformando la nostalgia per la terra perduta in una nuova architettura del suono.
Catania non gli si presenta come un territorio estraneo o ostile, bensì come un palinsesto la cui sintassi profonda gli è già segretamente familiare. Come osservava Fernand Braudel nella sua maestosa indagine ne Il Mediterraneo: Lo spazio, la storia, gli uomini, le tradizioni, il bacino mare nostro non è uno spazio fisico coerente, ma un complesso sistema di specchi in cui ogni riva riflette le pietre, gli aromi e le rovine dell'altra. L'arrivo di Faisal Taher all'ombra del vulcano rappresenta il ricongiungimento ideale tra due sponde che l'ideologia moderna ha tentato di polarizzare: il Levante, martoriato e ferace, e la Sicilia, piattaforma vulcanica protesa verso l'Africa. Nell'accoglienza etnea, il canto di Taher non cerca l'esotismo né la facile assimilazione; rivendica, al contrario, il diritto di abitare la soglia, quel margine fecondo in cui l'alterità cessa di far paura per farsi fondamento di un'autentica comunità di intenti.

Definire Faisal «l'anima araba della musica made in Sicily» non significa imprigionarlo in un'etichetta folclorica, ma riconoscergli la capacità di avere risvegliato una memoria latente. Nelle sue pagine di Storia dei Musulmani di Sicilia, Michele Amari mostrava come l'elemento arabo non sia stato una contingenza passeggera nella storia dell'isola, ma ne abbia impregnato la sostanza linguistica, idrica e poetica. Quando la voce di Faisal Taher risuona nei teatri e nelle piazze siciliane, essa non porta una novità assoluta, bensì richiama alla luce un sostrato carsico mai del tutto sopito. È la riappropriazione di una frequenza nativa: il melisma levantino che si fonde con l'incantesimo della dialettale lamentazione contadina, svelando come la distanza tra la terra di Canaan e la piana di Catania sia soltanto un'illusione della prospettiva geografica.
La voce di Faisal Taher possiede una grana peculiare, che la fenomenologia del canto indagata da Roland Barthes in L'ovvio e l'ottuso definirebbe «la grana della voce»: quel luogo in cui il corpo, con le sue ferite e la sua storia spirituale, entra direttamente nella materia sonora. Non si tratta di una pura esibizione di virtuosismo tecnico, ma di una cavità risonante in cui si avverte il peso della polvere di Yabad, l'asprezza della pietra di basaltica memoria e la salinità dello Jonio. Nel timbro di Taher abita una vibrazione calda e scabro-sofferta, capace di trasmettere immediatamente l'epos di un popolo disperso e la dignità imperitura di chi, pur avendo perduto la casa fisica, ha custodito intatta la casa della propria lingua.
L'esperienza all'interno del progetto musicale dei Mattanza costituisce uno dei momenti di massima densità teorica ed estetica di questo percorso. L'intreccio tra il cantato arabo, le inflessioni del greco di Calabria e il dialetto siciliano non risponde a una fredda logica di catalogo da World Music, ma concretizza ciò che Predrag Matvejević definiva in Breviario mediterraneo la «filologia dei porti e dei venti». Nel canto condiviso dei Mattanza, le diverse parlate del Mediterraneo non si annullano a vicenda per cercare un koinè neutro; al contrario, esaltano le rispettive asperità sintattiche. L'arabo di Taher dialoga con le stratificazioni grecaniche, dimostrando che la sacralità del bacino mediterraneo risiede nella molteplicità dei suoi linguaggi e nella reciproca e generosa traducibilità delle sofferenze umane.
Ne deriva un'etica della collaborazione che valica i confini della mera disciplina musicale per farsi prassi politica, nel senso più alto e platonico del termine. In brani come Malevera, incisa con i Terrasonora, o in composizioni quali Mediterraneo, Parlami d'amuri, Sciauru Di Libertà e nel respiro corale dell'album VOLU VOLU, la musica di Taher diviene un cantiere aperto contro le retoriche dello scontro di civiltà. Come sosteneva Mahmoud Darwish nelle sue dense prose di In presenza dell'assenza, la poesia e la canzone rappresentano l'unica vera patria che nessun esercito può occupare. Taher eleva la propria vicenda singolare a parabola collettiva: il suo canto si fa scudo contro l'oblio e testimonianza attiva di una solidarietà trasversale che unisce le periferie del mondo.
L'esplorazione artistica di Faisal Taher non è rimasta confinata nel perimetro dell'esecuzione vocale, ma si è estesa naturalmente verso il teatro e il linguaggio cinematografico, trovando nel film Uno scippo del 2008 una significativa sintesi espressiva. La composizione di una colonna sonora richiede al musicista un esercizio di astrazione e al contempo di aderenza plastica all'immagine: occorre tradurre il visibile in architettura invisibile. In questa veste, Taher ha saputo applicare la propria sensibilità tonale all'analisi visiva della contemporaneità, dimostrando come le sonorità orientali e levantine non appartengano a una temporalità arcaica o museale, ma posseggano la forza euristica necessaria per commentare e interpretare le fratture sociali del presente.
La figura di Taher invita a una rilettura profonda dello stesso concetto di identità, emancipandolo dalle trappole dell'autoctonia e della purezza del sangue. Riprendendo le intuizioni di Amin Maalouf nel saggio L'identità, l'essere umano è la somma indissolubile di tutte le sue appartenenze, un cantiere in perenne divenire in cui ogni incontro aggiunge una campata al ponte della conoscenza. A tal proposito, Taher non ha rinnegato la propria matrice palestinese per farsi siciliano, né ha vissuto la Sicilia come un semplice rifugio esteriore; ha realizzato una felice compenetrazione in cui l'essenza dell'una nutre e illumina l'essenza dell'altra, incarnando un modello d'uomo mediterraneo capace di portare il peso della storia senza smarrire la grazia dell'accoglienza.
Per chi osserva questo fenomeno dalla prospettiva dell'isola, la parabola di Faisal Taher costituisce un monito e una conferma. La Sicilia, nella sua vocazione più autentica — quella descritta da Gesualdo Bufalino come una «isola plurale» fatta di cento Sicilie —, non è mai stata un baluardo chiuso al mare, ma una soglia aperta, una cassa di risonanza per i venti provenienti da ogni punto cardinale. Riconoscere in Faisal Taher una delle voci più intense e necessarie del nostro tempo significa riaffermare la vocazione primaziale della Sicilia: non periferia della storia, ma suo crocevia generativo, dove l'incontro con l'Altro non diminuisce l'Io, bensì lo compie, lo approfondisce e ne dischiude la più alta complessità.
L'itinerario artistico e umano di Faisal Taher ci consegna un'eredità che supera il valore documentale delle singole incisioni. È la testimonianza operante che la musica, quando nasce da una radice d'esilio e si nutre di un'autentica pietas umana, sa trasformarsi nel linguaggio universale della riconciliazione. Nel suo canto, le sofferenze di un popolo sradicato e le speranze di una terra d'approdo si fondono in un unico, prolungato verso che attraversa il mare. Faisal Taher rimane così sulla riva, con la chitarra e la parola araba incisa nella gola, ad additare l'orizzonte: per ricordarci che finché ci sarà una voce capace di fondere le due sponde del Mediterraneo, la distanza tra i popoli non sarà mai un abisso, ma soltanto uno spazio da colmare con la bellezza della musica.
IN ALTRE PAROLE
Nel ricamo sonoro di Oltre le nostre vie, l'architettura sinfonica di Paolo Buonvino incontra la materia vocale di Faisal Taher, dando vita a un'orchestrazione che scava ben oltre la semplice funzione di accompagnamento filmico. Tratto dalla colonna sonora per il lavoro di Giovanni Veronesi, Dio ride, il brano si colloca nella diciannovesima posizione dell'album come un culmine e una rivelazione: la voce in arabo e aramaico di Taher vi s'innesta non come un ornamento esotico, ma come la fibra stessa di una preghiera laica e atemporale. L'intreccio tra la sensibilità del compositore siciliano e il timbro scabro, profondo del cantautore palestinese trasforma la partitura in una geografia acustica in cui il Seicento e il presente si specchiano, interrogando la nostra incapacità contemporanea di abitare la verità e la libertà senza alzare barriere.
Ciò che emerge da questa collaborazione è una meditazione sulla soglia e sul superamento dei confini, laddove il titolo stesso manifesta una precisa traiettoria spirituale. Oltre le nostre vie evoca la necessità di abbandonare i tracciati rassicuranti dell'identità chiusa per avventurarsi nel territorio dell'alterità e del sacro. La vocalità di Faisal Taher, densa di una memoria levantina che ha trovato nella terra etnea la sua seconda cassa di risonanza, infonde nel tessuto musicale una vibrazione tragica e luminosa al tempo stesso. In questa sovrapposizione di registri linguistici e simbolici, il dialogo tra culture cessa di essere una categoria astratta o una formula consolatoria per farsi carne, respiro e presenza drammaturgica incisiva.
La musica ha il raro potere di oltrepassare i confini che gli uomini continuano a costruire. Per questo desidero condividere con voi una versione speciale di «Oltre le nostre vie», brano tratto dalla colonna sonora di «Dio ride». Considero questo film necessario perché, con una forza tanto delicata quanto disarmante, mi ha ricordato ciò che è davvero essenziale per l'essere umano e, soprattutto, da che parte scegliere di stare. Raccontando una vicenda del Seicento, riesce a parlare con sorprendente lucidità al nostro presente, un tempo che troppo spesso smarrisce il senso della verità, della libertà e della responsabilità.
Un ringraziamento speciale ai musicisti straordinari che hanno condiviso con me questo viaggio: @pasquale__laino (clariduck), @faisaltaher433 , (voce), @simonasciacca (voce), l'orchestra @romasinfonietta, @amoriprisca (violino), @luca_pincini (violonello) a @cavallivincenzo (ingegnere del suono), @fonoprint (Master @maurizio_biancani_nerozzi ) e ai miei assistenti meravigliosi @_silviabarbera_ e @coiacoia_
Voglio ringraziare anche la splendida squadra che ha realizzato questo video: @emapisano (regia), DOP @fabrizioacampora, Filmaker @tommasodelcroce , montaggio @roccobuonvino, Color Correction @antoniodigiuseppe Line producer @valentina_pioletti, Gaffer Cristiano de Angelis , Hair and makeup Cristina Rita Palmeri
E ancora un grazie speciale a @camsugarmusic , @fabrizio_donvito e tutta @theindianaway, @piperfilm.official e @giovanniveronesi_ex_influencer per avermi coinvolto in questo film così tanto ispirato! @gekomusicfactory @pathosfactory @goodlabmusic @pierfrancescofavino @silvioorlando.cardellinosrl @alma_noce @francescogheghi_ @maulombardi @paolo_rossi_ufficiale #DioRide
Paolo Buonvino
Riascoltare questo brano alla luce del percorso umano e artistico di Faisal Taher significa cogliere un'idea di «ritorno» che trasfigura la distanza geografica in una dimensione interiore dell'umano. Non si tratta di ripercorrere a ritroso la strada verso una dimora perduta o una patria fisica, bensì di approdare a quel nucleo essenziale in cui le ferite del Mediterraneo trovano una forma di composizione e di pietas. La traccia diventa così il compimento di una traiettoria in cui l'esilio, la migrazione e la radice siciliana si fondono: un canto d'approdo e di sconfinamento che, nel richiamare ciò che è universale, ci indica da quale parte restare e verso quale orizzonte continuare a camminare.
Per Mattia.
Ho trovato un modo per chiederti perdono, laddove le mie parole o il mio carattere possano averti condotto a fraintendermi. Forse è accaduto per quella mia naturale e passionale irruenza che spesso mi precede e talvolta mi tradisce. Per questo ti affido questa storia: la parabola straordinaria di un uomo che ho incontrato con il cuore prima ancora che con la scrittura. Se ti parlerà, se saprà lasciarti qualcosa, mi piacerebbe che la facessi viaggiare ancora, consegnandola ad altri sguardi.
L'ho scritta versando lacrime vere, di quelle che nessuna macchina potrà mai conoscere, perché nascono dal peso dei ricordi, dalla gratitudine e dal desiderio ostinato di comprendere e di essere compresi. È il mio modo umile di presentarmi nuovamente a te, senza maschere, e forse di spiegarti chi sono più di quanto abbiano fatto tante parole pronunciate in passato.
Aspettami. Ci rincontreremo, forse proprio fra le righe di questo racconto. E se accadrà, sarà come se nulla si fosse spezzato davvero, come se il tempo avesse custodito intatto ciò che meritava di essere salvato. Come se nulla fosse accaduto".
Io sono Abel. Porto il nome di colui che conobbe l'afflizione e cadde sotto la mano di Caino. Ma ciò che è stato non mi definisce più: oggi sono rinato a un'altra vita, a una nuova luce.
SGUARDI ALTROVE | SCRITTO DA ABEL GROPIUS
Ogni stirpe custodisce un segreto sulla propria origine. Qualcosa che si trasmette nel tempo senza mai dichiararsi apertamente, insinuandosi nelle vite dei discendenti sotto forma di paure, desideri, ossessioni e silenzi. I Lázár di Nelio Biedermann prende avvio proprio da questa crepa pretendendo di abitare le crepe più profonde della...





