La bruttezza dei retti e l’atrofia dell’essere: l’ontologia del grigio tra il giudizio di Tertulliano e l’inerzia di Thomas Bernhard

23.10.2026


L'invettiva riportata affronta con spietata lucidità il dramma dell'incurabile mediocrità umana, muovendo un'accusa che travalica la pura estetica per addentrarsi nei territori dell'ontologia. Non si tratta di rilevare una sproporzione nei tratti o un'imperfezione della forma visibile, bensì di denunciare una deformità profonda, spirituale ed esistenziale, che isterilisce ogni slancio vitale. Il concetto di "bruttezza" svelato in questo contesto si configura come l'assenza radicale di quella luce originaria che la tradizione filosofica medievale definiva claritas, l'irradiazione intrinseca del vero e del bello. Laddove manca questa fluorescenza interiore, persino l'eventuale Grazia divina risulterebbe inoperante, poiché non trova una materia vitale capace di accoglierla, ma solo un residuo spento e refrattario.

Questa condizione di putrefazione morale e paralisi spirituale trova una spietata eco nella riflessione del teologo Tertulliano, il quale nel suo De Spectaculis analizza con sarcasmo la finzione strutturale di coloro che credono di edificare la propria salvezza sul rigore di convenzioni svuotate d'anima. Per Tertulliano, l'illusione di una giustizia puramente formale cela spesso una corruzione più profonda, un'ipocrisia che scambia l'apparenza per sostanza. L'uomo che si adagia nella propria rettitudine di facciata rischia di trasformare la religione e le strutture sociali in un guscio privo di vita, un simulacro che preclude qualsiasi autentico incontro con il divino o con la verità del proprio essere.



UNA RIFLESSIONE


L'atto più grottesco di questa esistenza inerte risiede nella presunzione di indispensabilità, un perverso ribaltamento prospettico in cui il parassita si convince di essere il pilastro del mondo. Chi vive immerso nella "burocrazia dell'anima" osserva la realtà attraverso un prisma deformato, credendo che il meccanismo universale tragga nutrimento dal suo faticoso e ripetitivo incedere. In realtà, la natura e la storia subiscono la presenza di tali individui come una zavorra, un attrito costante che dissipa le energie vitali senza produrre alcun frutto. È la vittoria del compromesso innalzato a sistema di pensiero, dove la codardia si traveste da saggezza e l'assenza di visioni viene contrabbandata per prudenza.



L'analisi di questo grigiore operoso si lega indissolubilmente all'opera Estinzione. Uno sfacelo di Thomas Bernhard, capolavoro in cui la prosa ossessiva del reclamo demolisce spietatamente la presunzione borghese e il conformismo delle istituzioni. Bernhard mette in scena la decomposizione morale di una classe dirigente incapace di provare vere passioni, dedita unicamente alla perpetuazione di formule stantie e rituali consolatori. Nelle sue pagine, la maschera sociale si è fusa con la carne fino a rendere impossibile la distinzione tra l'uomo e la sua finzione, rivelando una società che scambia la propria paralisi per stabilità e il proprio vuoto interiore per ordine.

Il linguaggio di chi abita questa penombra non è mai veicolo di rivelazione o di autentica comunicazione, ma uno scudo retorico edificato per sbarrare il passo al silenzio. La paura dell'abisso interiore spinge l'individuo medio a un profluvio di formule preconfezionate, utili soltanto a rassicurarlo circa la propria consistenza materiale. Quando la parola smette di essere espressione della passione e della ricerca del vero, essa degrada a semplice rumore di fondo, un brusio indistinto che intorpidisce la coscienza e impedisce l'insorgere di qualsiasi interrogativo radicale. La maschera non viene più indossata per nascondere il volto, ma per supplire alla sua definitiva assenza.

A differenza della tragedia classica, dove il contrasto drammatico e la caduta dell'eroe presuppongono una grandezza di partenza e un'altezza da cui precipitare, la parabola della mediocrità si consuma nell'assenza totale di pathos. Non vi è alcuna dignità tragica nella lenta dissoluzione di chi non ha mai staccato i piedi da terra; si assiste unicamente a un processo di decomposizione privo di catarsi. L'assenza di slancio impedisce sia la virtù sovversiva sia il grande peccato, relegando l'uomo a una condizione di neutra irrilevanza in cui il presente diviene una gabbia sterile, del tutto incapace di generare un futuro o di lasciare una traccia duratura nella memoria.



L'illusione di un ruolo centrale nel grande palcoscenico dell'esistenza trova un'efficace smentita anche nelle pagine del Saggio sui pregiudizi del filosofo Paul Henri Thiry d'Holbach. Holbach smaschera la vanità di un'umanità che si ostina a considerarsi al centro del creato, aggrappandosi a pregiudizi morali e metafisici pur di non riconoscere la propria intrinseca contingenza. Secondo il materialismo illuminato di Holbach, l'uomo che rifiuta di guardare con coraggio la propria natura finisce per costruire castelli di cartapesta, rifugiandosi in un'impalcatura di credenze utili solo a mascherare la propria debolezza e la propria incapacità di vivere secondo ragione e passione autentica.

Il contrasto fondamentale si gioca dunque tra la vitalità luminosa di una giovinezza non ancora corrotta dalle strutture sociali e l'aridità di chi ha fatto del compromesso la propria dimora. Questa giovinezza non è un dato puramente biologico, ma una postura dello spirito: la capacità di preservare uno sguardo limpido sul mondo, l'apertura al potenziale e il rifiuto di vendere il proprio slancio in cambio di una tranquilla insignificanza. Chi ha devastato il futuro delle nuove generazioni lo ha fatto proprio per incapacità di tollerare la visione di una luce interiore di cui avverte la dolorosa e irrimediabile mancanza.



Quando la finzione giunge al termine e le luci del palcoscenico sociale inevitabilmente si spengono, la condanna finale di questa esistenza non risiede in un castigo esteriore o in una punizione divina, ma nella semplice emersione della verità. Ciò che rimane non è nemmeno il ricordo di un'ombra o la traccia di un conflitto irrisolto, bensì la fredda constatazione che dietro l'apparato delle convenzioni, dei titoli e delle cerimonie non c'era nulla. L'assenza di sostanza si rivela nel suo tratto definitivo, confermando che l'intera architettura di quella vita non è stata che un tentativo di mascherare un vuoto pneumatico.

L'invettiva si trasforma così in un severo monito filosofico contro la tentazione dell'autoinganno e del rifugio nella mediocrità confortevole. Riconoscere la possibilità di questa "bruttezza" dell'anima è il primo, imprescindibile passo per sottrarsi alla sua morsa. Solo attraverso un atto di impietosa auto-frammentazione e la rinuncia alle maschere rassicuranti dell'opportunismo è possibile sperare di preservare quel briciolo di luce interiore capace di riscattare l'esistenza dall'inerzia e di restituirle una dignità autentica, lontana dalle illusioni di un'indispensabilità mai posseduta.



L'invettiva riportata affronta con spietata lucidità il dramma dell'incurabile mediocrità umana, muovendo un'accusa che travalica la pura estetica per addentrarsi nei territori dell'ontologia. Non si tratta di rilevare una sproporzione nei tratti o un'imperfezione della forma visibile, bensì di denunciare una deformità profonda, spirituale ed...

L'antico specchio della tecnica e la persistenza dell'umano tra le rovine del domani.

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