Ciò che ereditiamo senza averlo scelto: variazioni intorno a I Lázár di Nelio Biedermann

31.10.2026


Ogni stirpe custodisce un segreto sulla propria origine. Qualcosa che si trasmette nel tempo senza mai dichiararsi apertamente, insinuandosi nelle vite dei discendenti sotto forma di paure, desideri, ossessioni e silenzi. I Lázár di Nelio Biedermann prende avvio proprio da questa crepa pretendendo di abitare le crepe più profonde della nostra coscienza genealogica, ed esigendo un rendiconto che travalica i confini della trama per farsi specchio implacabile dell'umana condizione. Quando ci si accosta a I Lázár del giovane autore svizzero-ungherese Nelio Biedermann — pubblicato in Italia da Guanda e salutato da una critica concorde come un prodigioso ritorno dei grandi affreschi mitteleuropei —, la sensazione immediata che si ha è quella di varcare la soglia di un edificio monumentale di cui si percepiscono simultaneamente la maestosità e la fatiscenza strutturale. Non siamo dinanzi a un semplice romanzo storico, bensì a una discesa agli inferi della coscienza borghese e aristocratica, un'opera che affonda le sue radici nell'inquietudine ontologica e che evoca, fin dal primo respiro, quella "tragedia del destino" teorizzata da Friedrich Nietzsche ne La nascita della tragedia, dove l'individuo è irretito in una maglia di colpe e redenzioni che precedono la sua stessa venuta al mondo. E da essa costruisce un vasto affresco in cui la vicenda di una famiglia aristocratica ungherese si trasforma gradualmente in una meditazione sul destino, sulla memoria e sulle forze invisibili che abitano la storia degli uomini.



All'alba del Novecento, mentre l'Europa vive gli ultimi bagliori dell'età imperiale, nel castello dei Lázár nasce un bambino che porta con sé il segno dell'alterità. Lajos von Lázár arriva al mondo come un'apparizione perturbante: la pelle diafana, gli occhi chiari come acqua immobile, un corpo che sembra smentire la continuità stessa del sangue da cui proviene. Da quel momento la famiglia comincia a guardare sé stessa come si guarda uno specchio incrinato. Il padre Sándor ne prova vergogna; lo zio Imre vi riconosce il presagio di forze oscure; attorno a quella nascita si addensano segreti, desideri proibiti, colpe inconfessabili e antiche ferite destinate a propagarsi ben oltre la vita dei singoli individui.

Ma la vera protagonista de I Lázár non è una famiglia. È l'eredità. Quella visibile dei nomi, delle proprietà e delle tradizioni, e quella invisibile delle paure, dei traumi e dei silenzi. Attraversando oltre mezzo secolo di storia ungherese ed europea, dalla dissoluzione dell'Impero asburgico alle tragedie delle guerre mondiali, dall'avvento dei totalitarismi alle rivoluzioni che ridefiniscono il volto del continente, Nelio Biedermann costruisce una monumentale riflessione su ciò che ogni generazione riceve senza averlo scelto e trasmette senza volerlo.

Nelle pagine del romanzo la Storia non costituisce mai un semplice sfondo. Irrompe nelle esistenze, le plasma, le ferisce e le accompagna verso un inevitabile confronto con la propria fragilità. Così la saga dei Lázár diventa qualcosa di più di un affresco familiare: una meditazione sul destino, sul peso della memoria e sulla misteriosa fedeltà con cui gli esseri umani continuano ad abitare le ombre di chi li ha preceduti.


Per comprendere appieno la forza tellurica che agita il castello dei Lázár nel sud dell'Ungheria, bisogna richiamare alla mente le pagine in cui Claudio Magris, nel suo imprescindibile Danubio, ha magistralmente analizzato la dissoluzione di quel microcosmo culturale che fu l'Impero austro-ungarico. Quel mondo non è semplicemente svanito con i trattati di pace del primo dopoguerra; esso portava già inscritta nel proprio codice genetico la cifra della propria catastrofe, nutrendosi di un'estenuata estetizzazione del declino che Hermann Broch, nella sua monumentale trilogia I sonnambuli, descriveva come il progressivo "smarrimento dei valori" dell'Europa moderna. Nelio Biedermann, con la lucidità anacronistica di un autore che pare aver attraversato i secoli anziché esservi nato nel 2003, raccoglie questa eredità letteraria e la innesta su un terreno in cui la storia collettiva si specchia impietosamente nel dramma claustrofobico della stirpe, ricordandoci che ogni impero che crolla trascina con sé non solo i troni e le leggi, ma la stessa grammatica dell'identità personale.

L'anomalia genetica ed esistenziale incarnata dal piccolo Lajos von Lázár — con quella sua pelle trasparente e lo sguardo estraneo a ogni logica terrena — ci costringe a interrogarci sulla natura del legame filiale e sulla tirannia dell'attesa paterna. In questo senso, la figura di Sándor, incapace di riconoscere nel figlio altro che una crepa nell'ordine dinastico, richiama in modo impressionante le tensioni e i sensi di colpa che Franz Kafka ha eternato nella sua celeberrima Lettera al padre.
Il castello non è dunque un mero rifugio nobiliare, ma un teatro della crudeltà domestica in cui i silenzi ereditati pesano come macigni e dove ogni generazione ripete coattivamente lo stesso copione di incomprensione e rifiuto. Lajos è il capro espiatorio designato, l'incarnazione vivente di un'ombra che la famiglia ha cercato di rimuovere ma che, come un gas velenoso, finisce per saturare ogni stanza, ogni corridoio e ogni respiro dei discendenti.


UNA RIFLESSIONE


di Persefone Galimberti


A rendere questa atmosfera densa di presagi contribuisce in modo decisivo la presenza ingombrante e perturbante del bosco che circonda la dimora, un paesaggio che travalica il realismo per farsi allegoria dello strato inconscio della psiche. Non siamo lontani da quella topografia dello spirito che Ernst Jüster esplorò nel suo fondamentale saggio Sulle scogliere di marmo, dove la natura non è mai uno sfondo neutro ma un custode arcano, indifferente alle vicende degli uomini e tuttavia pronto a riprendersi ciò che la civiltà ha faticato a recidere. Il bosco dei Lázár è un organismo vivente e predatorio, un luogo in cui le fiabe nere dei fratelli Grimm si fondono con il gotico psicologico di E.T.A. Hoffmann, trasformando la vegetazione in una propaggine dei rimorsi familiari, un labirinto vegetale da cui è impossibile uscire perché coincide esattamente con la memoria di chi lo abita.

Nel dipanarsi delle generazioni, la grande Storia irrompe nei saloni aristocratici non come un evento esterno, ma come un creditore spietato che viene a riscuotere cambiali firmate secoli prima. La dissoluzione dell'impero, le guerre, i totalitarismi e l'avvento del giogo sovietico operano come una drastica livella sociale che riduce in polvere i privilegi nobiliari, svelando la totale inconsistenza di un'aristocrazia che aveva confuso la propria effimera fortuna con l'eternità del cosmo. È qui che Biedermann dialoga idealmente con il capolavoro di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, Il Gattopardo: come a Palermo i Salina assistono stoicamente e disillusi all'avanzare della modernità borghese, così i Lázár vedono evaporare il proprio mondo con la stessa tragica consapevolezza che "tutto deve cambiare perché nulla cambi", se non che, nel romanzo dello scrittore svizzero, la mutazione non lascia spazio nemmeno alla consolazione cinica del gattopardo, ma precipita i superstiti in un nichilismo spoglio e senza requie.

La fine della Mitteleuropa, così come viene evoca tra le pagine del romanzo, assume i contorni di una fine del mondo inteso in senso metafisico. I caffè di Budapest, i salotti intrisi di musica e letteratura, i rituali di una classe dirigente convinta di rappresentare il faro della civiltà occidentale si rivelano per ciò che sono sempre stati: un magnifico edificio eretto sopra un abisso di ingiustizie e rimozioni. In questa diagnosi impietosa della decadenza europea, risuona vivida la lezione di Emil Cioran, in particolare nelle sue riflessioni sulla storia come "tentativo fallito dello spirito" contenute nei frammenti de La caduta nel tempo. Biedermann ci mostra come l'Europa mitteleuropea fosse un sogno bellissimo e letale, un continente che ha coltivato la propria eccezionalità intellettuale mentre scavava la fossa in cui si sarebbe miseramente rovesciato.

Eppure, il vero baricentro del libro non si trova né nella sociologia storica né nella geografia politica, bensì nell'antropologia del dolore e nella sua insidiosa trasmissione ereditaria. I figli non ereditano soltanto i beni fondiari o i titoli sbiaditi, ma le paure non elaborate, le colpe taciute e i traumi irrisolti dei padri, in una catena di montaggio transgenerazionale che evoca le tesi sociologiche di Ulrich Beck sulla "società del rischio" e sulla pervasività dell'ansia collettiva. Ciò che non viene detto, ciò che viene accuratamente sepolto sotto il tappeto della rispettabilità borghese o aristocratica, non scompare: si trasforma in sintomo, in ossessione, in condanna genealogica. È il principio psicanalitico del "ritorno del rimosso" portato alla sua massima e più disperata potenza letteraria, dove ogni personaggio cammina sul filo del rasoio di un destino che non ha scelto ma che è costretto a interpretare fino all'ultima sillaba.

In questo continuo oscillare tra il respiro sinfonico della narrazione e la precisione microscopica dell'analisi psicologica, I Lázár dimostra come la grande letteratura contemporanea possa ancora farsi carico delle grandi domande metafisiche senza cedere alla tentazione del facile didascalismo. La struttura del romanzo procede per temi che emergono, si infrangono, ritornano mutati e infine si ricompongono in una partitura complessa, ricordandoci la struttura musicale teorizzata da Thomas Mann in Doctor Faustus. Ogni personaggio è una nota dissonante all'interno di un accordo più ampio, una voce che partecipa a un coro disperato e grandioso il cui senso ultimo ci sfuggi finché non si giunge all'ultima, definitiva battuta del libro.



La domanda che attraversa sotterraneamente ogni capitolo — quanto del nostro destino ci appartiene davvero e quanto invece è stato scritto prima che i nostri occhi si aprissero alla luce — trova nel romanzo una risposta che è insieme amara e liberatoria. I Lázár scoprono a loro spese che il castello non è una loro proprietà, ma una prigione simbolica che li possiede, li plasma e infine li consuma. Ma è proprio attraverso questa constatazione radicale che il lettore compie il proprio riscatto: guardando in basso, nel fondo di quel pozzo genealogico, non vede soltanto i fantasmi di un'aristocrazia ungherese tramontata, ma riconosce i contorni sfumati e familiari dei propri demoni interiori.

Alla fine del percorso, I Lázár si conferma non solo come un esordio folgorante, ma come un classico istantaneo della nostra contemporaneità, capace di restituire alla forma romanzo quella funzione di supremo scandalo conoscitivo che la modernità ha troppo spesso dimenticato. Biedermann ci lascia con l'impressione che la letteratura, quando è autentica, non serva a consolare o a intrattenere, ma a ricordarci che siamo tutti, inevitabilmente, i custodi infedeli di un castello i cui muri sono stati edificati molto prima del nostro arrivo, e le cui chiavi, irrimediabilmente, ci sono state sfilate di mano nel sonno.


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