La nausea del circo e l'agonia della Polis: anatomia di un'Italia al contrario

15.10.2026

L'EDITORIALE
DI ABEL GROPIUS


L'incontro tra l'ex generale Roberto Vannacci e Fabrizio Corona sulla passerella versiliese di «Futuro Nazionale» non costituisce un incidente di percorso o un grottesco siparietto estemporaneo, bensì l'epifania perfetta della decomposizione civile italiana. Si compie qui, sotto i riflettori di un sensazionalismo voyeuristico, la saldatura definita tra il mercantilismo della provocazione e la politica intesa come puro e semplice avanspettacolo. Come scriveva Guy Debord ne La società dello spettacolo, quando il reale si trasforma in mere immagini, le immagini diventano esseri reali e il dibattito pubblico si riduce a un'impalcatura di illusioni vendute al miglior offerente. 


Il turpiloquio elevato a prassi e la teoria della mediocrità 

L'invettiva sferzata contro Corona — «E con questo ti sei inculato tu, il generale, e quei "grancoglioni" di decerebrati disposti a votarvi...» — esprime senza filtri la natura profonda di questo fenomeno: il disprezzo cinico per la base stessa del proprio consenso. Siamo al cospetto di ciò che Alain Deneault definisce La mediocrazia, quel sistema politico e sociale in cui il mediocre non è semplicemente chi manca di eccellenza, ma chi viene elevato a sistema poiché rassicura la massa e neutralizza ogni spinta verso la complessità. Il linguaggio non serve più a costruire pensiero, ma a marcare il territorio attraverso la volgarità. 



Il Mondo al contrario e la catastrofe linguistica

Il richiamo al "mondo al contrario" non è soltanto una trovata editoriale o lo slogan di una fazione, ma l'accurata descrizione di un'inversione assiologica: la competenza diventa una colpa, la rozzezza virtù, e il rigore intellettuale un vezzo da "decerebrati". In 1984, George Orwell descriveva la "Neolingua" come lo strumento perfetto per ridurre le capacità di pensiero della popolazione. Oramai assistiamo a una neolingua degradata e urlata, in cui il turpiloquio sostituisce la dialettica e l'assenza di visioni diventa un programma politico.

L'astensionismo come deserto etico e concettuale

L'astensionismo, che ormai supera regolarmente il cinquanta per cento nelle consultazioni popolari, non rappresenta una protesta silenziosa o una forma sublimata di dissenso, ma la consegna definitiva delle chiavi della città all'anarchia dei demagoghi. Alexis de Tocqueville, ne La democrazia in America, paventava l'avvento di un dispotismo mite ma pervasivo, capace di degradare gli uomini senza tormentarli, qualora i cittadini avessero rinunciato alla passione politica per ritirarsi nell'isolamento privato. L'astensione di massa crea il deserto in cui la minoranza più rumorosa ed eversiva edifica il proprio regno.




La "Cattività Volontaria" e il sonno dei giusti

L'Italia che non vota si illude di rimanere incontaminata dal fango della politica, senza comprendere che l'omissione è la più radicale delle scelte. Nel suo celebre Discorso sulla servitù volontaria, Étienne de La Boétie ricordava che i tiranni mantengono il potere non per la propria forza intrinseca, ma perché i sudditi concedono loro la propria obbedienza attraverso l'apatia. La rinuncia al voto è la forma moderna della servitù volontaria: si lascia che a decidere sul futuro della Polis siano le clientele e i fanatici, salvo poi indignarsi per la qualità del governo.

L'ignoranza di ritorno come carburante democratico

Il secondo motore di questa deriva è l'ignoranza funzionale, ovvero l'incapacità di decodificare contesti complessi, distinguere i fatti dalle opinioni ed esercitare un pensiero critico autonomo. Umberto Eco, nelle sue riflessioni sull'analfabetismo di ritorno, analizzava come la sovrabbondanza d'informazione sprovvista di strumenti d'analisi produca un'illusione di conoscenza che è peggiore dell'analfabetismo storico. Chi non possiede categorie concettuali diventa preda di qualunque ciarlatano sia capace di stimolare gli impulsi primordiali di pancia. Varie ricerche hanno evidenziato più volte come circa il 35% degli adulti italiani comprenda solamente frasi brevi e semplici, ma non sia in grado di interpretare testi più complessi, articolati o di lunghezza superiore a una pagina, né di decifrare grafici, statistiche o di leggere un libro (la media degli altri Paesi dell'Unione Europea è del 26%).


La demagogia antica e la modernità del degrado

La vittoria costante di questa deriva non è un fatto inedito, ma il riproporsi di dinamiche descritte da Tucidide nelle sue Storie durante la decadenza di Atene. Quando Cleone sostituì Pericle, la dialettica della ragione venne travolta dalla demagogia dell'aggressività. L'Italia contemporanea vive un'incessante "Cleonizzazione" dello spazio pubblico, dove chi grida più forte, chi insulta con maggiore spudoratezza e chi offre soluzioni semplici a problemi complessi viene eletto a tribuno della plebe.

L'anti-intellettualismo come religione di Stato

Esiste un viscerale anti-intellettualismo che attraversa la cultura di massa, in cui il sapere viene percepito come un'ostentazione elitaria da punire e sbeffeggiare. Nel suo saggio L'anti-intellettualismo nella vita americana, Richard Hofstadter mostrava come il sospetto verso l'istruzione e la cultura finisca sempre per favorire i poteri forti e i manipolatori di popolo. Dire a un elettorato che la propria ignoranza vale quanto la conoscenza altrui è la più micidiale forma di captatio benevolentiae mai inventata.

Il giornalismo ancillare e la morte del Quarto Potere

La trasformazione di presunti cronisti e commentatori in comparse di questo show rappresenta il definitivo fallimento della funzione civile del giornalismo. Come denunciava Karl Kraus ne Gli ultimi giorni dell'umanità, quando la stampa smette di essere il cane da guardia del potere per trasformarsi nel suo megafono scandalistico, la società perde il proprio specchio critico. Non si informano i cittadini; si somministra loro un intrattenimento a basso costo che instupidisce e anestetizza le coscienze.

La miseria morale dell'opportunismo "Senza Futuro"

Ciò che emerge da questi contesti è l'assenza totale di una visione di futuro che non sia la proiezione contabile del proprio vantaggio personale immediato. Non c'è traccia di un "Futuro Nazionale", ma unicamente la gestione di un presente perennemente degradato. Friedrich Nietzsche, ne Così parlò Zarathustra, definiva questa tipologia umana con la figura dell'«Ultimo Uomo»: colui che ha reso tutto piccolo, incapace di un grande slancio o di un'idea alta della società, e che scambia il proprio compiacimento individuale per civiltà.

La trappola del nichilismo politico

In questo quadro, il nichilismo cessa di essere una teoria filosofica per diventare prassi quotidiana. Si vota o si segue qualcuno non perché si creda in un progetto, ma per il gusto della distruzione, per l'esecrazione dell'avversario o per semplice sberleffo. La politica cessa di essere l'arte del governare gli uomini per il bene comune e diventa un gioco d'azzardo cinico in cui la posta in palio è l'attenzione mediatica dei consumatori di contenuti digitali.

Perché in Italia vincerà sempre "questa cosa qua"

Questa dinamica trova in Italia un terreno fertile a causa della storica fragilità del senso dello Stato e della debolezza delle sue istituzioni culturali. Quando Leopardi nei Pensieri sulla filosofia e sui costumi degli italiani notava l'assenza di una vera società civile sostituita dal cinismo e dal riso derisorio verso le cose serie, tracciava una diagnosi valida tutt'oggi. Vincerà sempre "questa cosa qua" finché il cinismo individuale e la derisione della virtù saranno scambiati per intelligenza e furbizia.

L'illusione della resa e la trappola dell'impotenza

L'indignazione di fronte a tali spettacoli, sebbene legittima, rischia di trasformarsi in una sterile contemplazione della catastrofe se non si trasforma in azione reattiva. Spinoza, nell'Etica, ricordava che la tristezza e la disperazione sono passioni passive che riducono la nostra capacità di agire. Limitarsi ad osservare la decadenza dalla propria torre d'avorio senza impegnarsi nella ricostruzione del tessuto civile e pedagogico significa diventare complici involontari dello stesso degrado che si depreca.

La riappropriazione del discorso e della cultura 

La sola via d'uscita risiede nella ricostruzione di una trincea culturale e civile: restituire valore alla parola meditata, allo studio rigoroso, alla complessità e al senso del dovere civico. La risposta alla barbarie linguistica ed etica non è l'isolamento, ma la rioccupazione militante dello spazio pubblico attraverso l'educazione e la partecipazione consapevole, disarmando la provocazione con la forza dell'argomentazione.

Dalla barbarie alla Polis: il compito dei lucidi

In definitiva, l'astensionismo e l'ignoranza non sono condanne di natura, ma costruzioni storiche che possono essere scardinate. Finché vi saranno cittadini disposti a rifiutare la scorciatoia della provocazione da baracchino e a rivendicare il primato della ragione, la Polis non potrà dirsi del tutto perduta. La sfida del futuro consiste nel dimostrare che la dignità del pensiero e la serietà dell'impegno politico sono ancora in grado di sconfiggere il circo dei vanagloriosi.




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