
L’eterno ritorno del deserto e l’ombra di Gerico: tragedia della politica e solitudine d’Israele
Le notizie di oggi tracciano il quadro di un Paese profondamente spaccato al termine della tornata elettorale per il rinnovo della Knesset. Con uno scrutinio ormai avanzato oltre il 70%, i dati confermano un'affluenza record (pari al 77,7%) e delineano una situazione di sostanziale stallo. Da un lato, il blocco guidato dal premier uscente Benjamin Netanyahu — trainato dal Likud — rivendica il primato di primo partito e punta alla formazione di una coalizione conservatrice; dall'altro, lo schieramento di opposizione guidato da Gadi Eisenkot e le altre forze di centrosinistra cercano faticosamente i numeri per un governo di svolta. In questo scenario incerto e frammentato, spicca l'avanzata decisiva dei partiti arabo-israeliani, trasformatisi in un ago della bilancia numericamente determinante pur a fronte delle forti polarizzazioni identitarie che continuano a dividere l'elettorato. È su questo sfondo di perenne emergenza e spaccatura sociale che si innesta la seguente meditazione filosofica.
La domanda che interroga l'identità profonda e il destino politico d'Israele apre una voragine ermeneutica in cui si specchiano non solo le cronache del presente, ma i secoli di una storia vissuta sempre sul crinale tra l'elezione spirituale e la contingenza terrena del potere. Quando si indaga su chi realmente sostenga l'attuale compagine di governo, la risposta immediata e plebiscitaria individua il corpo vivo del popolo israeliano, nelle sue articolazioni sociali, demografiche e religiose. Tuttavia, ridurre questo interrogativo a un semplice dato di sondaggio elettorale significherebbe ignorare la stratificazione dolorosa di una collettività che ha fatto della sopravvivenza la propria categoria ontologica fondamentale. Il voto popolare non è mai un atto neutro, bensì il precipitato di paure ancestrali, di ferite storiche mai del tutto rimarginate e di una costante sensazione di assedio che plasma la percezione del domani. In questo contesto, il cittadino che si reca alle urne non sceglie soltanto un programma amministrativo o una coalizione di partiti, ma invoca una fortezza invisibile, convinto che la durezza della linea politica sia l'unico argine possibile contro un orizzonte percepito come eternamente ostile.
Il grido lapidario che attraversa la riflessione, lamentando l'immutabilità di un destino collettivo, evoca da vicino le pagine più disincantate e solenni del Qoelet, dove ogni tentativo di mutare la rotta del tempo si infrange contro la ciclicità inesorabile del creato. Israele sembra prigioniero di una grammatica esistenziale in cui la terra promessa, conquistata e difesa a prezzo di inenarrabili dolori, si trasforma ciclicamente in un teatro di guerre e disillusioni, quasi che la promessa biblica rechi in sé il germe di una tensione irrisolvibile tra giustizia e sovranità. La constatazione pessimistica sulla presunta impossibilità di un cambiamento strutturale del carattere nazionale riflette la fatica di una democrazia giovane eppure gravata da un'antichissima eredità. Ogni volta che il corpo sociale tenta di ridefinire il proprio patto civile, le scosse telluriche della geopolitica mediorientale e i traumi della violenza quotidiana finiscono per ricacciare l'elettorato nelle braccia di un nazionalismo identitario, che promette protezione ma esige in cambio il sacrificio della complessità etica e della visione universale.

Tutto ha il suo momento, e ogni evento ha il suo tempo sotto il cielo.
C'è un tempo per nascere e un tempo per morire, un tempo per piantare e un tempo per sradicare quel che si è piantato.
Un tempo per uccidere e un tempo per curare, un tempo per demolire e un tempo per costruire.
Un tempo per piangere e un tempo per ridere, un tempo per fare lutto e un tempo per danzare.
Un tempo per gettare sassi e un tempo per raccoglierli, un tempo per abbracciare e un tempo per astenersi dagli abbracci.
Un tempo per cercare e un tempo per perdere, un tempo per conservare e un tempo per buttar via.
Un tempo per strappare e un tempo per cucire, un tempo per tacere e un tempo per parlare.
Un tempo per amare e un tempo per odiare, un tempo per la guerra e un tempo per la pace.
Che guadagno ha chi si dà da fare con fatica?
Ho considerato l'occupazione che Dio ha dato agli uomini perché vi si
affatichino. Egli ha fatto bella ogni cosa a suo tempo; inoltre ha posto nel loro
cuore la durata dei tempi, senza però che gli uomini possano trovare la ragione di
ciò che Dio compie dal principio alla fine. Ho capito che per essi non c'è nulla di
meglio che godere e procurarsi felicità durante la loro vita; e che un uomo mangi,
beva e goda del suo lavoro, anche questo è dono di Dio. Riconosco che qualsiasi
cosa Dio fa, dura per sempre; non c'è nulla da aggiungere, nulla da togliere. Dio
agisce così perché lo si tema. Quello che accade, già è stato; quello che sarà, già è
avvenuto. Solo Dio può cercare ciò che ormai è scomparso. Ma ho anche notato che sotto il sole al posto del diritto c'è l'iniquità e al
posto della giustizia c'è l'iniquità. Ho pensato dentro di me: «Il giusto e il
malvagio Dio li giudicherà, perché c'è un tempo per ogni cosa e per ogni azione». Poi, riguardo ai figli dell'uomo, mi sono detto che Dio vuole metterli alla
prova e mostrare che essi di per sé sono bestie. Infatti la sorte degli uomini e quella delle bestie è la stessa: come muoiono queste, così muoiono quelli; c'è un
solo soffio vitale per tutti. L'uomo non ha alcun vantaggio sulle bestie, perché tutto
è vanità. Tutti sono diretti verso il medesimo luogo:
tutto è venuto dalla polvere
e nella polvere tutto ritorna.
Chi sa se il soffio vitale dell'uomo sale in alto, mentre quello della bestia
scende in basso, nella terra?
Mi sono accorto che nulla c'è di meglio per l'uomo
che godere delle sue opere, perché questa è la parte che gli spetta; e chi potrà
condurlo a vedere ciò che accadrà dopo di lui?

Questo immobilismo tragico richiama le atmosfere soffocate e claustrofobiche de Il castello di Franz Kafka, dove l'accesso al centro del potere resta costantemente precluso e ogni tentativo di oltrepassare la soglia si infrange contro un ordine impersonale e immutabile, e dove i cancelli sbarrati e l'ordine immutabile delle cose impediscono qualsiasi vera redenzione o varco verso il nuovo. Il popolo d'Israele appare qui imprigionato in una coazione a ripetere, un cerchio magico in cui la difesa della propria unicità finisce paradossalmente per coincidere con l'isolamento morale e politico. La scelta costante di governi orientati alla fermezza muscolare e alla contrapposizione intransigente non è soltanto il frutto di una deriva ideologica contingente, ma il sintomo di una ferita collettiva profonda, la quale suggerisce che ogni apertura verso l'altro venga pagata con il prezzo altissimo della propria sicurezza. La politica si riduce così a una liturgia di difesa immunitaria, dove la conservazione dello status quo prevale su qualsiasi slancio profetico, e la voce della critica interna viene soffocata dall'urgenza della sopravvivenza fisica.

La seconda interrogazione, che interroga l'identità del vero antisemita, sposta bruscamente l'asse dell'analisi dal piano della sociologia politica a quello, ben più scivoloso e vertiginoso, della psicologia collettiva e della filosofia della storia. In un mondo in cui il termine antisemitismo ha subito nel corso del Novecento una mutazione semantica terribile e definitiva, l'atto di ridefinire chi incarni oggi questa figura odiosa assume i toni di un paradosso doloroso. Se l'antisemitismo tradizionale si fondava sull'odio irrazionale verso l'ebreo in quanto individuo diasporico, sradicato e minoritario, la modernità geopolitica ha introdotto una torsione complessa, legata all'esistenza di uno Stato sovrano, armato e protagonista delle dinamiche di potenza.
Interrogarsi sul vero volto dell'antisemita nell'era contemporanea significa dunque misurarsi con il confine sottile e spesso violento che separa la legittima critica all'azione di un governo democratico dalla negazione sistematica del diritto all'esistenza di un intero popolo.
UNA RIFLESSIONE
di Virginia Ruspoli
Per illuminare questa zona d'ombra ci soccorre la penetrante lucidità di Albert Camus ne L'uomo in rivolta, laddove il filosofo francese mette in guardia contro la tentazione di giustificare la violenza in nome di un'astratta giustizia storica o della ragion di Stato. L'antisemitismo contemporaneo non si maschera più unicamente dietro i vecchi stereotipi razziali della destra reazionaria, ma si insinua talvolta anche nei discorsi di chi pretende di difendere i diritti umani universali applicando però a Israele un metro di giudizio unico, implacabile e sproporzionato rispetto a qualsiasi altro attore della scena globale. Quando la critica politica si trasforma in demonizzazione ontologica, quando l'errore del governo si estende per contagio a ogni singolo cittadino israeliano o ebreo della diaspora, allora si varca la soglia in cui l'antisionismo militante si salda nuovamente con le radici profonde del più antico odio del mondo, riproducendo quella stessa logica di colpa collettiva che ha generato le catastrofi del secolo scorso.
Eppure, l'indagine filosofica non può fermarsi a questa constatazione difensiva, poiché cadrebbe nella trappola di assolvere preventivamente ogni condotta politica appellandosi allo scudo della memoria della Shoah. La vera tragedia etica risiede nel fatto che l'oppresso di ieri, chiamato a gestire il peso immane del potere e delle armi, rischia di replicare nei confronti del popolo palestinese dinamiche di dominazione e sradicamento che evocano fantasmi dolorosamente familiari. È qui che si consuma il cortocircuito più amaro: quando l'esercizio della forza statale calpesta la dignità e i diritti dei vicini, esso offre involontariamente ai suoi nemici storici il più potente argomento retorico per delegittimare l'intera esperienza sionista. Il vero antisemita, in questa prospettiva complessa e spietata, non è soltanto chi culla il sogno criminale della distruzione d'Israele, ma anche chi, dall'interno del nazionalismo esasperato, spinge lo Stato ebraico a rinunciare alla propria anima etica e profetica, riducendolo a una potenza regionale assediata e spietata.
Questa drammatica biforcazione richiama le riflessioni di Simone Weil nei suoi saggi sulla Prima radice e sulla necessità di un equilibrio spirituale che rifiuti la forza come misura suprema delle relazioni umane. La filosofa francese, pur nella sua tormentata e complessa relazione con l'ebraismo, aveva compreso che l'uso della violenza e del dominio corrompe irrimediabilmente non solo la vittima, ma soprattutto il carnefice, svuotandone la missione spirituale e condannandolo a una solitudine senza scampo. Israele, votando per governi che fanno della forza e dell'espansione territoriale la propria tavola dei valori, rischia di smarrire proprio quel patrimonio universale di giustizia sociale e di alleanza con i deboli che i profeti biblici avevano consegnato all'umanità intera. La politica della durezza, se da un lato offre un'illusione immediata di controllo, dall'altro alimenta una spirale di odio reciproco che allontana ogni speranza di pace duratura, imprigionando le generazioni future in un destino di lutti senza fine.
Il pessimismo che attraversa questa constatazione non deve tuttavia risolversi in una sterile condanna morale, bensì in un esercizio di severa autocoscienza che coinvolge non solo Israele, ma l'intera comunità internazionale. Il mondo esterno, spesso rapido nel giudicare con indignazione selettiva le colpe israeliane mentre chiude gli occhi di fronte ad altre immani tragedie planetarie, dimostra di non aver compreso la natura profonda del trauma ebraico, alimentando così quel senso di accerchiamento che spinge gli elettori israeliani verso posizioni sempre più intransigenti.
La solitudine d'Israele è una solitudine tragica, nutrita sia dalle proprie scelte politiche interne sia dall'incapacità dell'Occidente e del Medio Oriente di costruire un dialogo fondato sul riconoscimento reciproco e sulla verità storica. In questo vicolo cieco, la domanda su chi sia il vero antisemita si allarga a dismisura, abbracciando chiunque alimenti la logica dello scontro di civiltà e rifiuti di vedere nell'altro un volto umano da rispettare.
In definitiva, la constatazione iniziale sulla presunta immutabilità del popolo d'Israele e sulla cecità delle sue scelte di governo si scontra con l'invito radicale alla conversione interiore che attraversa tutta la grande letteratura del Novecento, da Grossman a Primo Levi. Anche nei momenti di maggiore buio e di chiusura identitaria, la democrazia israeliana continua a custodire al proprio interno voci coraggiose che denunciano la deriva nazionalista e lottano per un futuro diverso, dimostrando che il destino non è mai una condanna definitiva scritta nella pietra. La storia ebraica, nella sua millenaria e sofferta vicenda, ha sempre saputo rigenerarsi proprio quando sembrava prossima all'annientamento, trovando nella memoria delle proprie radici la forza etica per mettere in discussione se stessa.
Resta tuttavia l'amaro interrogativo se questa metamorfosi salvifica potrà avvenire prima che il peso della violenza e dell'intolleranza corroda irrimediabilmente le fondamenta della convivenza civile. Fino a quando il voto popolare continuerà a coincidere con la ricerca di un rifugio blindato contro la paura, la risposta alla domanda iniziale resterà sospesa tra la profezia di una catastrofe annunciata e la speranza ostinata di un risveglio etico. L'ombra di Gerico, con le sue mura destinate a crollare sotto il soffio della giustizia divina e non della violenza umana, continua a proiettarsi sul presente d'Israele, ricordando che nessun regno fondato unicamente sulla forza e sulla negazione dell'altro potrà mai trovare la vera pace, né sottrarsi al giudizio implacabile della storia.
L'osservazione delle dinamiche elettorali israeliane si rivela, a uno sguardo libero da illusioni prospettiche, un esercizio di pura e sterile tautologia. Seguire l'alternarsi delle fazioni al potere significa scambiare il mutamento delle maschere per una trasformazione della struttura: per il destino del popolo palestinese, l'urna non è mai stata un luogo di svolta, bensì il teatro di ratifica di un medesimo orizzonte d'annientamento. Gli scontri intestini che lacerano la polis israeliana non toccano quasi mai il nodo sistemico della violenza coloniale o la responsabilità per la devastazione in corso; il rigetto verso la figura di Netanyahu non nasce dall'abominio per la macerazione dei sette fronti di guerra o per le ecatombi di Gaza, ma dalle pieghe prosaiche e borghesi dei suoi processi per corruzione, elevando l'etica del cavillo procedurale sopra il giudizio morale sulla carneficina.
Sull'altro versante della contesa non si staglia un'alternativa di pace, ma l'incarnazione stessa della dottrina bellica: Gadi Eisenkot, architetto della famigerata "Dottrina Dahiya" codificata nel 2006. Questa logica, elevata a dogma operativo dalle IDF, non è che la teorizzazione della sproporzione deliberata, dove il tessuto urbano diventa bersaglio legittimo e la presenza ipotetica del nemico trasforma scuole, ospedali e rifugi in cenere prescritta. Che a reggere lo scettro sia il cinismo tattico di un premier sotto processo o il rigore dottrinale di un generale teorico della forza asimmetrica, l'ingranaggio del genocidio rimane immutato nella sua efficienza. Per chi osserva dall'esterno, la dialettica democratica si riduce a una liturgia di facciata; l'esito delle urne è cieco alla tragedia, rendendo ineludibile e lucida la convergenza con la spietata diagnosi del regista, sceneggiatore e produttore cinematografico palestinese Rashid Masharawi.
L’eterno ritorno del deserto e l’ombra di Gerico: tragedia della politica e solitudine d’Israele
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