L’agnello del capro espiatorio: anatomia del dissenso penale e l’inganno della sovranità della paura

27.10.2026


La contemporanea pubblicazione di inchieste e corsivi speculari su il Fatto Quotidiano e Il Foglio in merito alla vicenda giudiziaria di Youssef Siher offre una chiave di lettura sconcertante sulla metamorfosi del dibattito pubblico italiano. Quando un quotidiano tradizionalmente attestato su linee giustizialiste e di opposizione e un giornale di ispirazione liberal-conservatrice e garantista finiscono per convergere, seppur da angolature differenti, nell'evidenziare la fragilità logica e giuridica dell'impianto accusatorio, si disvela la nuda verità dell'evento: siamo di fronte a un'operazione di profilassi politica e mediatica in cui il singolo cittadino viene convertito in un agnello sacrificale. Questa messa in scena non risponde alle esigenze della giurisdizione, bensì alla necessità sistemica di esibire un colpevole a uso e consumo di una narrazione securitaria che sfrutta la cronaca per legittimare una stretta autoritaria sulle piazze e sul dissenso.


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Questa duplice misura, in cui l'eccezione si fa regola per il vulnerabile e scudo per il privilegiato, richiama da vicino quanto evocato da Victor Hugo in I miserabili, quando la legge non si limita a punire il fatto ma sanziona la condizione di esistenza, trasformando la miseria o la diversità originaria in un presupposto di colpevolezza. Il capro espiatorio, esposto sulle prime pagine dei quotidiani come offerta sacrificale a un'opinione pubblica impaurita, cessa di essere persona e diviene un mero significante vuoto. Attraverso questa reificazione, la complessa frammentazione della protesta giovanile viene ridotta all'azione malvagia di un singolo "cattivo maestro", consentendo alla compagine di governo di eludere le ragioni profonde del malessere sociale per concentrarsi esclusivamente sulla riaffermazione performativa dell'ordine costitutivo. 


Nelle cronache giudiziarie che si sovrappongono sulla figura di Youssef Siher emerge la descrizione classica di un processo di costruzione dell'incredibile nemico interno. Come osserva l'analisi di Giuliano Ferrara sul Foglio, il tentativo di dipingere un giovane ricercatore e giornalista freelance quale temibile "mente" o ideologo di una presunta svolta sovversiva manifesta una singolare povertà concettuale da parte dell'apparato inquisitorio. Evocare le spettrali figure dell'insurrezionalismo storico per bollare un trentenne dotato di una comune competenza digitale significa ignorare la natura stessa delle odierne dinamiche di piazza. Vi è in questa narrazione un'eco di quella diagnosi sul potere formulata da Heinrich Böll nel L'onore perduto di Katharina Blum, dove la macchina mediatica e di polizia coopera alla costruzione di un mostro sociologico perfettamente funzionale alle esigenze di rassicurazione e controllo della maggioranza.

L'applicazione repentina e mirata delle recenti fattispecie incriminatrici, descritta da Antonio Massari e Giuseppe Pipitone su il Fatto Quotidiano, testimonia la fretta con cui il potere esecutivo tende a tradurre l'emergenza di piazza in una stretta normativa liberticida. 

L'introduzione del reato volto a sanzionare chiunque utilizzi la rete per convocare o guidare manifestazioni sfociate poi in disordini segna un salto di qualità nella punibilità dell'intenzione. La qualificazione a priori dei partecipanti alla protesta come "facinorosi" sposta il baricentro dell'azione penale dal principio di colpevolezza individuale per fatto proprio a una forma di responsabilità oggettiva o di reato di sospetto. La parola stessa, desunta da manuali di disobbedienza civile e primavere arabe, viene decontestualizzata per diventare prova materiale d'un pericolo astratto.


L'EDITTORIALE


di Abel Gropius


Si assiste qui a ciò che Franz Kafka aveva preconizzato in Il processo: l'imputato non si trova a dover rispondere di una condotta materiale definita – non essendovi prova della sua presenza fisica ai saccheggi né di istigazioni dirette alla devastazione –, ma deve difendersi dall'interpretazione d'un linguaggio che la Procura ha già deciso di decodificare come criminoso. Quando il richiamo alla disobbedienza civile viene assimilato alla sopraffazione violenta, si smarrisce il confine fondamentale fra il diritto di resistenza al potere e il crimine comune. Il linguaggio del dissenso viene prosciugato di ogni valenza ideale e ridotto a un puro pretesto di polizia, in cui l'uso di piattaforme informatiche diventa di per sé indizio di una capacità organizzativa e destabilizzante fuori dal comune.

La figura di questo giovane intellettuale precario, formatosi fra aule universitarie, riviste ed esperienze di stage nei quotidiani nazionali, svela le contraddizioni di un'integrazione incompiuta che la politica strumentalizza a seconda delle opportunità del momento. 

Nato in Italia da genitori d'origine marocchina, egli incarna quella generazione fluttuante che abita gli spazi liminari della cultura e dell'attivismo. Tuttavia, anziché cogliere nella sua traiettoria la complessità del panorama sociale contemporaneo, il discorso pubblico predilige incasellarlo in un'archetipica minaccia securitaria. Come denunciava Ignazio Silone in Vino e pane *, l'autoritarismo ha sempre bisogno di ridurre l'intellettuale scontento o il giovane critico alla figura dell'agitatore straniero o dello straniero in patria, per denegare la legittimità delle istanze civili che egli tenta di formulare.


"Vino e pane" racconta il ritorno di Pietro Spina, giovane intellettuale di estrazione borghese che aveva abbandonato i suoi luoghi per seguire un ideale rivoluzionario. Nelle vicende di questo personaggio tormentato fra paura e coraggio, braccato, costretto a vivere nascosto e travestito, riemergono i motivi cari alla letteratura di Silone: il dibattito sulla rivoluzione, la fede, la giustizia, l'indagine sulla società dei cafoni, sulle sue reazioni al fascismo, il richiamo della terra natale e della memoria..


La prospettiva di una misura di custodia cautelare in carcere per condotte meramente comunicative segna un pericoloso precedente per l'intero corpo sociale. Se l'amministrazione di un canale di messaggistica o la ripartizione di materiali analitici sulle dinamiche di protesta possono integrare il pericolo di terrorismo o la devastazione, la funzione repressiva travalica la prevenzione dei reati per farsi deterrente preventivo contro ogni forma di opposizione organizzata. Il messaggio subliminale rivolto alla cittadinanza è inequivocabile: la partecipazione e la convocazione pubblica di un'istanza critica portano con sé il rischio concreto della privazione della libertà, a prescindere dal reale svolgimento dei fatti e dalla condotta del singolo.

L'ansia normatrice del governo, esplicitata dalla rivendicazione ministeriale del fermo dell'indagato prima ancora della pronuncia dell'organo giudicante, infrange la separazione dei poteri ed esibisce la giustizia quale mero strumento di propaganda politica. Il ricorso continuo alla decretazione d'urgenza in materia di ordine pubblico risponde alla logica di chi, incapace di offrire risposte strutturali al malessere delle periferie o delle giovani generazioni, cerca un consenso facile attraverso la messinscena del pugno di ferro. Questa dinamica produce tuttavia l'effetto opposto a quello sperato, infiammando la sfiducia nelle istituzioni ed esasperando la percezione di un'iniquità sistemica.


In questo quadro di smarrimento del senso del diritto, anche l'analisi delle condotte individuali perde ogni aderenza con la realtà dei fatti. Le cronache evidenziano come non vi sia certezza alcuna che l'arrestato fosse l'ideatore delle devastazioni urbane o la guida di un movimento coeso. L'invenzione di un "super-organizzatore" serve unicamente a pacificare l'ansia collettiva, offrendo l'illusione che fermata una singola persona si possa ripristinare la tranquillità nelle arterie del consumo e della vita metropolitana. L'illusione di aver schiacciato la testa del serpente attraverso l'incarcerazione di un giovane bresciano sovraesposto nasconde la totale cecità nei confronti delle cause profonde che muovono le sommosse urbane.


La riflessione su questo drammatico passaggio di fase della nostra democrazia non può dunque arrestarsi alla solitudine dell'accusato, ma deve interrogare le fondamenta della nostra convivenza civile. Quando la norma penale diviene la risposta esclusiva alle crepe del patto sociale, la libertà d'espressione si riduce a una concessione revocabile. Difendere le garanzie individuali di chi viene trasformato nel mostro del giorno non significa condividerne le modalità di protesta o i toni dell'invettiva, bensì riaffermare che senza la tutela del dissenso e senza il rispetto rigido del principio di legalità, la società intera scivola in una forma sorda e inesorabile di autoritarismo burocratico. 



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