
La camera profonda: il rito dell’immagine in Rossella Piccinno
PHOTOGRAPHY | SCRITTO DA IRIS BERNARDINI
Quando Roland Barthes, nelle pagine folgoranti di La camera chiara, cercava nell'icona materna la pura contingenza dell'essere e l'inesorabile scorrere del tempo, inaugurava un paradigma in cui la fotografia smetta di essere semplice traccia per diventare ferita, assenza presente, punctum. Tuttavia, dove la lente barthesiana si arresta al margine della malinconia contemplativa, la ricerca visiva di Rossella Piccinno compie un saldo teorico e pragmatico decisivo, convertendo l'atto fotografico in un dispositivo attivo di trasmutazione. L'immagine cessa di essere una sterile e passiva memoria del passato per farsi, nel solco tracciato dall'antropologia filosofica di Ernesto de Martino, un vero e proprio rito di integrazione e riscatto del negativo, capace di proteggere la comunità dalla perdita di presenza.
In questa complessa intelaiatura speculativa, il lavoro della Piccinno si muove come un'esplorazione liminare che intreccia la profondità dell'autobiografia intima al rigore dell'indagine etnografica. Non vi è in lei alcuna concessione al voyeurismo antropologico, quel male che James Clifford identificava nell'osservazione distaccata dell'altro; al contrario, la sua fotocamera opera come un diaframma maieutico. Il gesto fotografico si trasforma in una pratica partecipativa, dove il confine tra il soggetto che osserva e l'oggetto osservato viene sistematicamente eroso, lasciando affiorare una soggettività interrelazionale e fluida che risuona delle lezioni di Lévi-Strauss e delle intuizioni relazionali di Nicolas Bourriaud.
È proprio l'esperienza originaria della terra d'origine, il Salento, a nutrire questa visione archetipica, per poi strutturarsi e raffinarsi attraverso la rigorosa formazione felsinea e il passaggio cruciale presso Le Fresnoy. In questa palestra d'avanguardia europea, l'artista perfeziona un linguaggio transdisciplinare in cui l'estetica della visione non è mai separata dall'etica dell'ascolto. La fotografia diventa allora una mappa topografica delle sedimentazioni emotive, dove il paesaggio fisico si sovrappone a quello interiore, richiamando la nozione di "nonluogo" teorizzata da Marc Augé: uno spazio carico di storia, di relazioni e di identità da opporre alla proliferazione contemporanea dei non-luoghi desolati.
Il concetto cardine che emerge con prepotenza nell'opera della Piccinno è quello di "immagine psicoproiettiva", una dizione che richiama le intuizioni della psicologia analitica di Carl Gustav Jung sugli archetipi dell'inconscio collettivo. L'immagine non è una mera copia mimetica della realtà esterna, ma uno specchio alchemico dentro cui l'individuo proietta i propri traumi, i propri lutti non elaborati e le proprie rimozioni. La macchina fotografica opera qui come un bisturi immateriale e un amuleto simbolico: estrae la sofferenza repressa, le attribuisce una forma iconica e, così facendo, la restituisce al soggetto sotto forma di catarsi e liberazione.
In tale prospettiva, la pratica fotografica assume le contornate forme di un'ecologia dell'esistenza o, come suggerito dalle sue riflessioni più intime, di un'arte "a chilometro zero". Questo concetto, ben lontano da riduttivi slogans ambientalisti, affonda le radici in una filosofia della prossimità che ricorda la fenomenologia della percezione di Maurice Merleau-Ponty. L'opera d'arte deve nascere dall'humus specifico del territorio, dal respiro esatto dei corpi che lo abitano, rifiutando la logica della riproducibilità tecnica iper-accelerata e alienante descritta da Walter Benjamin per ritrovare l'auraticità del qui ed ora.
L'elemento autobiografico non scade mai in uno sterile e ripiegato narcisismo, ma si configura come la prima e indispensabile sonda epistemologica. Ponendo il proprio corpo e la propria memoria storica all'interno del campo di forze dell'inquadratura, l'artista fa di sé una cavia esistenziale, esponendosi al medesimo processo di vulnerabilità e denudamento che richiede ai suoi interlocutori. L'autobiografia si fa così trans-individuale: la storia singolare di Rossella Piccinno si dissolve e si riplasma continuamente nelle micro-storie delle comunità marginali o dimenticate con cui sceglie di instaurare un'alleanza poetica.
Ciò che distingue e rende feconda la metodologia di Piccinno è la profonda integrazione tra arte e pratica etno-fotografica. Nell'incontrare i soggetti delle sue opere, l'artista rifiuta il modello direttivo del ritratto tradizionale per adottare una grammatica della presenza in cui l'inquadratura è negoziata, condivisa e infine co-firmata. La fotografia partecipativa diventa uno strumento di emancipazione politica e sociale, in grado di dare voce a chi è stato privato della facoltà di rappresentarsi, trasformando la staticità del fotogramma in un processo dinamico di auto-riconoscimento.
Questa tensione trasformativa si manifesta pienamente nel dialogo ininterrotto che l'artista mantiene tra la fissità della fotografia e il flusso del cinema documentario e delle installazioni interattive. Ciascun linguaggio si fa complementare all'altro: la fotografia condensa l'istante estatico e traumatico, mentre il dispositivo filmico e installativo dilata quel medesimo istante nel tempo e nello spazio, permettendo allo spettatore di penetrarvi fisicamente. Si tratta di un'architettura visiva che ricorda le riflessioni di Gilles Deleuze sull'immagine-tempo, in cui il presente non è che il punto di convergenza di infinite linee di memoria.

Emblematica di questa maieutica della memoria e della riconciliazione interiore è l'opera filmica La mécanique de la grive (The Recall of the songbird). In questo lavoro, l'attraversamento fisico di una foresta si fa allegoria di una discesa nell'inconscio e nei recessi del ricordo d'infanzia: una donna ripercorre i passi compiuti da bambina accanto al padre durante la caccia, rivivendo la terrore ancestrale dei colpi di fucile e l'affannosa tensione ad essere accettata in un mondo patriarcale nonostante l'irriducibile "colpa" di non essere nata maschio. Eppure, la cinepresa della Piccinno non scade nel mero rievocare il trauma; trasfigura piuttosto lo sguardo della protagonista, che per la prima volta scorge nel padre non più la figura coercitiva dell'autorità, bensì l'ombra di un'umana solitudine e fragilità. La mécanique de la grive si rivela così come un'indagine spietata e compassionevole sui grovigli familiari, sul peso schiacciante delle aspettative disattese e sul perimetro ambiguo dell'amore, troppo spesso teso nel vertiginoso spazio d'ombra tra la tentazione del potere e il baratro della sofferenza.
Tornando a noi e nel solco della sua biografia.. Non è un caso che una tale densità metodologica trovi il suo naturale prolungamento nella dimensione pedagogica e accademica. Nell'insegnamento universitario e nelle attività di formazione condotte in Francia, la Piccinno non si limita a trasmettere competenze tecniche, ma educa ad una vera e propria decostruzione dello sguardo. Insegnare la fotografia significa, nel suo orizzonte etico, insegnare a scorgere l'invisibile, a leggere le immagini non come merci visive da consumare avidamente, ma come testi complessi, densi di stratificazioni storiche, sogni e latenze psicologiche.
La rilevanza del suo lavoro nel contesto artistico europeo, testimoniata da prestigiosi riconoscimenti come il Prix des Amis du Fresnoy e da numerose residenze internazionali, risiede proprio in questa capacità di resistere alla mercificazione dell'estetica contemporanea. Che si trovi nel profondo Nord d'Europa o nelle aree mediterranee, Rossella Piccinno conserva un'attitudine nomade che non è mai nomadismo turistico, bensì perenne pellegrinaggio antropologico, ricerca costante di quelle sacche di resistenza simbolica dove l'essere umano tenta ancora di dare un senso al proprio dolore e alla propria finitudine.
Nel tessuto connettivo dei suoi progetti, la nozione di "rito" torna dunque ad essere il cardine attorno a cui ruota l'intera operazione artistica. Se la modernità secolarizzata ha progressivamente espulso i rituali collettivi, privando l'uomo dei dispositivi necessari a superare i passaggi critici dell'esistenza, la fotografia di Rossella Piccinno rioccupa quel vuoto profano, riattivando funzioni catartiche ancestrali attraverso l'uso consapevole della luce e dell'ombra.
La memoria, sottratta alla polvere degli archivi e alle retoriche celebrative, si rivela così come una materia viva e plastica, incline ad essere continuamente rimodellata. Attraverso l'uso sapiente della fotografia psico-proiettiva, i ricordi dolorosi non vengono cancellati né sterilizzati, ma riscritti e reintegrati nella narrazione biografica dei soggetti, permettendo loro di negoziare un nuovo patto di cittadinanza con il proprio passato e con la propria comunità.
In ultima analisi, la traiettoria artistica e filosofica di Rossella Piccinno ci ricorda che la fotografia non è mai un atto neutrale né tantomeno un mero esercizio formale. È un'esperienza soglia, un'azione etica che richiede corpo, responsabilità e amore per l'umano. Di fronte all'ipertrofia visiva della società dello spettacolo, dove miliardi di immagini senza anima vengono create e disperse ogni secondo, l'opera della Piccinno si erge come un monumento alla lentezza, alla cura e alla potenza della visione.

Guardare una sua fotografia o immergersi in una sua installazione significa accettare l'invito a compiere un viaggio a ritroso verso la nostra origine e, al contempo, un salto in avanti verso la nostra trasformazione. È in questo preciso scarto tra ciò che siamo stati e ciò che possiamo diventare che risiede la lezione più profonda della sua arte: l'immagine, quando è vissuta come rito e condivisione, possiede ancora la meravigliosa e terribile capacità di salvarci la vita.

PHOTOGRAPHY | SCRITTO DA IRIS BERNARDINI
Nel tempo dell'istante e dell'effimero, la logica del consumo ha penetrato persino i territori più intimi del sentire. Consumiamo volti come immagini da far scorrere, sentimenti come beni a scadenza rapida, relazioni come beni d'uso intercambiabili. Ma ove domina l'ansia del consumo, il senso viene sacrificato sull'altare dell'immediato. L'amore...



