
L’eclissi dell’umano: quando il buio del presente interroga la memoria della storia
SOUL | SCRITTO DA IRIS BERNARDINI CON UNA POSTILLA DI ABEL GROPIUS
Quella voce che emerge dall'oscurità, tremante sotto il cielo di Tel Aviv, non pronuncia soltanto un'amara constatazione: scoperchia un abisso. Quando un giovane giunge a specchiare la propria identità e la condotta del proprio tempo nell'archetipo della disumanizzazione, il cortocircuito etico non è più soltanto individuale, ma diventa una ferita universale. In quel monologo affidato alla notte, la memoria della tragedia cessa di funzionare come scudo morale e si tramuta in uno specchio deformante. La storia, che avrebbe dovuto insegnare la custodia dell'umano, appare impotente davanti alla cieca coazione a ripetere l'orrore, lasciando emergere una domanda che scuote le fondamenta dell'etica contemporanea.
Sono certo che i nazisti siano stati il male assoluto. Ma allora io mi chiedo: cosa sono diventato? Questa è la domanda che si pone un giovane soldato israeliano in una delle tante "deposizioni" presenti nel contributo/documentario Naza.
Quello stesso quesito che trema nel buio di Tel Aviv è la pugnalata definitiva alla nostra illusione di innocenza. Quando un giovane uomo, gravato dal peso della memoria e dalla furia del presente, scorge nei propri atti il riflesso speculare del male storico, il confine tra difesa e sopraffazione crolla rovinosamente. È il verdetto spietato sulla nostra epoca: abbiamo trasformato il dolore in una corazza e la paura in una licenza di disumanizzare, finendo per smarrire noi stessi proprio mentre eravamo convinti di proteggere la nostra vita.

Nella costruzione ideologica nazista Hitler pose come fondamento essenziale il mito dell'ebraismo internazionale quale suprema malattia, vera e propria lebbra sociale da cui discendevano, quali manifestazioni derivate, liberalismo, democrazia, marxismo[1].
Hitler indicò gli ebrei internazionali come corpo estraneo alla razza ariana, colpevoli di inquinare la purezza della nazione tedesca, accusandoli di servirsi subdolamente della grande finanza internazionale, del marxismo, che avevano infiltrato, e al tempo stesso del capitalismo, da loro dominato, per aggredire il popolo tedesco.
Gli ebrei internazionali erano il male assoluto da estirpare per salvare la nazione tedesca e creare un nuovo ordine costruito sulla potenza, sulla purezza razziale e sulla necessità espandersi internazionalmente.
La rinascita della Germania poteva attuarsi solo con la soppressione degli ebrei assieme ai liberali, ai marxisti e ai democratici.
La vertigine scaturita da quella deposizione affonda le radici in uno dei nodi teorici e sociologici più complessi del XX e XXI secolo. Nel suo celebre reportage sulla banalità del male, Hannah Arendt evidenziava come l'atrocità non richieda necessariamente mostri eccezionali, bensì individui ordinari che hanno rinunciato all'esercizio del pensiero critico e dell'empatia. Quando la logica bellica si dogmatizza, trasforma la complessità delle relazioni umane in una tragica contrapposizione binaria. La guerra cancella la singolarità dell'altro, riducendolo a categoria, a bersaglio, a pura astrazione geopolitica, privandolo preliminarmente di quella dignità che rende inviolabile ogni esistenza.
Sul piano pedagogico, la domanda "cosa siamo diventati?" denuncia un fallimento educativo di portata epocale. Le società contemporanee hanno spesso trasformato l'insegnamento della storia e della memoria in un mero esercizio liturgico e nozionistico, dimenticando che la vera formazione dell'uomo risieda nell'educazione al sentimento e al riconoscimento dell'alterità. Come suggeriva la filosofa Martha Nussbaum, la letteratura e la narrazione dovrebbero servire a coltivare "l'immaginazione narrativa", la capacità di figurarsi la vita interiore del diverso da sé. Se le istituzioni educative smettono di addestrare le nuove generazioni alla decifrazione del dolore altrui, la memoria si inaridisce e l'orrore cessa di apparire impensabile.
Da una prospettiva sociologica, le guerre contemporanee dimostrano la drammatica attualità delle analisi sulla violenza strutturale e istituzionalizzata. Zygmunt Bauman ha mostrato come la modernità, attraverso la frammentazione della responsabilità e la distanza emotiva prodotta dai dispositivi bellici e mediatici, possa rendere indolore la distruzione dell'altro. La guerra odierna, razionalizzata e tecnologizzata, anestetizza la percezione del limite morale. Chi preme un bottone o chi osserva la distruzione da uno schermo è separato dalla carne viva della vittima, permettendo al male di compiersi senza il contrappeso dell'impatto visivo ed emotivo diretto.
Il dramma del giovane nel buio richiama la profonda intuizione di Primo Levi in I sommersi e i salvati, laddove l'autore esplora il concetto di "zona grigia". Levi ammoniva contro la tentazione di dividere il mondo con una linea netta tra bene assoluto e male assoluto, mostrando come la violenza sistemica corrompa anche la percezione morale di chi vi è immerso. Quando la logica del conflitto diviene l'unico orizzonte possibile, persino chi appartiene a una storia di sofferenza rischia di assimilare la grammatica dell'oppressore. La perdita della compassione non è un effetto collaterale della scontro, ma la sua prima, irreparabile vittoria.
A livello filosofico, questo spaesamento interroga il concetto stesso di progresso civico. L'idea che il cammino dell'umanità sia un'evoluzione lineare verso forme di convivenza sempre più giuste si scontra con la ciclica riemersione della barbarie. Theodor Adorno e Max Horkheimer, nella Dialettica dell'illuminismo, avevano già evidenziato come la ragione strumentale, disancorata dai valori umani, possa trasformarsi nel suo opposto e generare forme sofisticate di distruzione. La guerra smaschera l'illusione della civiltà, dimostrando che l'addestramento tecnologico e scientifico, da solo, non costituisce una difesa sufficiente contro l'incattivimento dello spirito.
Sul piano squisitamente letterario, la figura dell'individuo schiacciato dall'ingranaggio bellico trova risonanze potenti negli autori che hanno raccontato la disillusione del Novecento. Si pensi a Giuseppe Ungaretti, che sulle trincee del Carso riduceva la parola poetica all'essenziale per testimoniare la precarietà dell'esistenza: "Si sta come / d'autunno / sugli alberi / le foglie". O ancora alle pagine di Erich Maria Remarque in Niente di nuovo sul fronte occidentale, in cui i giovani soldati scoprono con terrore che la retorica della patria li ha svuotati della loro giovinezza, trasformandoli in "animali selvaggi" incapaci di riconoscere nel nemico un proprio simile.
Anche la letteratura contemporanea continua a interrogare questa scissione dell'anima. Scrittori come Grossman, con la sua maestosa indagine della libertà individuale dentro la morsa dei totalitarismi in Vita e destino, o Cormac McCarthy con La strada, ci ricordano che quando la civiltà crolla, l'unica fiammella da custodire è la capacità di rimanere umani di fronte alla desolazione. Grossman, in particolare, evidenzia come la bontà non dimori nei grandi sistemi ideologici o negli Stati, ma negli atti microscopici e gratuiti di compassione da un uomo verso un altro uomo, svincolati da qualsiasi calcolo di convenienza o appartenenza.
Ciò che la guerra distrugge in modo irreparabile non sono soltanto le infrastrutture fisiche o gli equilibri geopolitici, ma il patto generazionale e la fiducia nell'avvenire. Ogni conflitto lascia in eredità un trauma collettivo che si tramanda per decenni, infestando l'immaginario dei sopravvissuti e dei loro figli. La sociologia del trauma insegna che l'odio e la paura non svaniscono con il cessate il fuoco, ma sedimentano nelle culture, trasformandosi in narrazioni vittimistiche che alimentano i conflitti futuri, in una catena di ritorsioni che appare priva di termine.
Da qui la necessità improcrastinabile di una pedagogia della pace che superi il mero pacifismo di maniera per farsi prassi critica e quotidiana. Educare alla pace non significa negare il conflitto, dimensione ineludibile della convivenza umana, ma insegnare a gestirlo senza ricorrere all'annientamento dell'altro. Significa decostruire i linguaggi d'odio, smontare le propagande che identificano il diverso come una minaccia esistenziale e promuovere strumenti di mediazione e ascolto profondo, capaci di disattivare la polarizzazione prima che essa degeneri in scontro armato.
Nel contesto filosofico contemporaneo, la riflessione di Emmanuel Levinas offre un'ulteriore chiave di lettura indispensabile. Per Levinas, l'etica nasce dall'incontro con il "volto" dell'altro, un volto che si presenta nella sua nudità e vulnerabilità e che impone un comando implicito: "Tu non ucciderai". La guerra è esattamente il tentativo coordinato di cancellare quel volto, di coprirlo con la maschera dell'inimicizia ideologica o etnica.
Quando un giovane, nel buio di una città in guerra, scorge la deformazione del proprio volto etico, svela il fallimento di una società che ha smesso di guardare negli occhi il proprio prossimo.
UNA RIFLESSIONE
DI ABEL GROPIUS
Il compito morale per le generazioni a venire consiste nel rifiutare la narrazione della guerra come inevitabilità storica o biologica. La storiografia e le scienze sociali dimostrano che la guerra è una costruzione culturale, un'invenzione sociale che può e deve essere superata, così come l'umanità ha superato nel tempo altre istituzioni ingiuste che sembravano immutabili. Affermare l'inutilità radicale della guerra significa denunciare la sua incapacità cronica di risolvere i problemi che pretende di affrontare, lasciando dietro di sé unicamente macerie morali e materiali.
Questo monito richiede una costante vigilanza critica nei confronti di qualsiasi discorso che tenda a deumanizzare un gruppo umano. La pendenza che conduce dal linguaggio dell'esclusione all'atto della violenza è un piano inclinato estremamente scivoloso. Ogni volta che tolleriamo la reificazione dell'altro, ogni volta che accettiamo che la sicurezza personale possa essere edificata sulla sofferenza altrui, poniamo le basi per la riproposizione dell'orrore. La salute etica di una comunità si misura dalla sua capacità di tutelare il debole e l'opposto, non dalla sua forza di sopraffazione.
Quel sussurro levatosi da un tetto di Tel Aviv deve rimanere scolpito nella coscienza collettiva come una spia d'allarme. Esso dimostra che l'animo umano, persino nel punto di massima compressione ideologica, conserva la capacità di avvertire lo stridore tra l'insegnamento ricevuto e la realtà vissuta. È in quel dubbio doloroso, in quella ferita della coscienza che risiede l'ultima speranza di riscatto. Riconoscere la propria perdita d'umanità è il primo, indispensabile passo per poterla un giorno riafferrare.
Agli uomini e alle donne del futuro spetta la responsabilità di raccogliere questo grido sommesso e trasformarlo in un impegno strutturale. Non basta erigere monumenti alle vittime del passato se poi si rimane ciechi di fronte ai processi che generano le vittime del presente. Occorre fondare una nuova cultura dell'umanità condivisa, in cui la memoria non sia un'arma identitaria da impugnare contro il nemico, ma un monito universale verso la nostra comune fragilità. Soltanto rendendoci conto che nell'annientamento dell'altro vi è sempre l'autodistruzione di noi stessi, potremo finalmente sperare di uscire dalla lunga notte della storia.
SOUL | SCRITTO DA IRIS BERNARDINI CON UNA POSTILLA DI ABEL GROPIUS
PHOTOGRAPHY | SCRITTO DA ISIRIDE LANCETTI



