Il luogo e lo sguardo: l'immissione profonda nella realtà tra architettura, fotografia e pensiero

30.09.2026

VISION | SCRITTO DA TURI DI BELLA DA UN IMPULSO DI GIANNI BERENGO GARDIN E RENZO PIANO


FATE PARTIRE L'AUDIO E GODETEVI IL CONTENUTO..



Esiste un'idea di cultura che non si accontenta delle pareti rassicuranti delle aule né della composta astrattezza dei testi teorici, ma che esige un vero e proprio atto di sprofondamento nella materia del mondo. Parlare di cultura come «immissione profonda nella realtà delle cose» significa collocarsi nell'alveo di una tradizione filosofica e fenomenologica che va da Martin Heidegger a Maurice Merleau-Ponty, dove il conoscere non è un distaccato osservare da lontano, ma un essere-nel-mondo (In-der-Welt-sein). Come ci ricorda "l'immagine" della puntata in cui Renzo Piano, affiancato dalla genialità del fotografo Gianni Berengo Gardin, invita gli studenti a uscire dalle aule per recarsi sul posto, la vera ispirazione e la reale comprensione nascono soltanto quando ci si espone alla concretezza fisica dei contesti. È l'eco di quel Cantiere aperto o delle Città invisibili di Italo Calvino, in cui il territorio non è un semplice fondale inerte, ma un organismo vivo che chiede di essere ascoltato e vissuto prima ancora che interpretato.


L'invito di Renzo Piano ad uscire dall'aula rappresenta un primo sovvertimento metodologico ed epistemologico. L'aula è lo spazio del concetto puro, del modello ideale e dell'astrazione protetta; il fuori, invece, è il luogo della frizione, del vento, dell'imprevisto e della luce vera. Riprendendo la celebre intuizione di Gaston Bachelard ne La poetica dello spazio, l'architettura non si limita a costruire volumi, ma modella il modo stesso in cui l'essere umano abita la terra e sogna. Quando lo studente o il professionista varca la soglia dell'istituzione accademica per recarsi sul luogo, smette di essere un mero consumatore di nozioni e diventa un esploratore del reale, chiamato a toccare con mano la materia di cui sono fatte le cose. . Come evidenziato nell'estetica della visione e nella fotografia di paesaggio — si pensi a Viaggio in Italia di Luigi Ghirri o alle riflessioni di Roland Barthes in La camera chiara —, fotografare o progettare non significa imporre una griglia precostituita sul mondo, bensì porsi in uno stato di ricettività attiva. La macchina fotografica e la matita dell'architetto diventano prolungamenti del corpo, strumenti attraverso i quali la realtà stessa si svela e si racconta a chi sa attendere e osservare con profonda devozione. 




Il viaggio verso la realtà concreta dei luoghi trova un momento emblematico nell'esperienza vissuta presso il Centro Culturale della Fondazione Stavros Niarchos ad Atene. Questa grande opera, immersa nel paesaggio attico e protesa verso il mare, diviene una vera e propria aula a cielo aperto per gli studenti e gli addetti ai lavori. In questo contesto, l'insegnamento supera la lezione frontale per trasformarsi in una riflessione condivisa su come l'architettura debba radicarsi nella storia, nella topografia e nella luce di un luogo per poter aspirare a un valore universale e duraturo. . Questo gesto richiama il concetto di fallibilismo di Karl Popper e l'idea di Elogio dell'imperfezione teorizzata da Rita Levi-Montalcini: la perfezione è un'illusione sterile, mentre è nel margine di errore, nella crepa o nell'inaspettato che la realtà rivela la sua autentica natura. Chiamare i giovani a criticare l'opera del maestro significa educarli all'onestà intellettuale, dimostrando che anche la grande architettura è un processo umano, vivo, imperfetto e sempre aperto al miglioramento.


Questa ricerca dell'imperfezione e del dettaglio svela quanto la progettazione sia legata a un'indagine quasi socratica. Il vero sapere non risiede nelle certezze inamovibili, ma nella capacità di porre le domande giuste di fronte all'opera finita. Riconoscere un errore in un'opera monumentale insegna agli studenti che l'architettura non è un dogma da venerare, ma un dialogo continuo tra il progetto originale, il contesto che lo accoglie e la vita quotidiana delle persone che lo abitano e lo attraversano.

L'atto di uscire dalla propria zona di comfort, sottolineato come requisito fondamentale per creare e comprendere, è una vera e propria catarsi per il progettista. Come narra Homer nella sua Odissea o come suggerisce Friedrich Nietzsche nei suoi scritti sulla conoscenza, l'esplorazione richiede il coraggio di abbandonare le sponde sicure del già noto. Rimanere ancorati alle proprie abitudini stilistiche o concettuali significa condannarsi alla ripetizione sterile; al contrario, accettare il disorientamento dell'impatto diretto con il luogo genera la vera scintilla creativa.


Gianni Berengo Gardin
Gianni Berengo Gardin

Un elemento cruciale di questo approccio filosofico alla cultura è la riconquista del tempo: l'esortazione a "non avere fretta" smentisce la frenesia iper-produttiva della contemporaneità. Nel suo saggio Vita activa, Hannah Arendt ci ricorda la differenza cruciale tra il semplice lavorare e l'agire contemplativo. Progettare o fotografare richiedono una lentezza conoscitiva, una "progettazione slow" che permette alle sedimentazioni storiche, sociali e ambientali di un luogo di emergere con chiarezza prima che la matita tracci la prima linea sul foglio.

Il dialogo tra la concretezza dello spazio di Renzo Piano e l'acutezza dello sguardo di Gianni Berengo Gardin evoca l'opera di autori come Marguerite Yourcenar che, nei suoi Taccuini di appunti a Memorie di Adriano, descrive la ricostruzione del mondo antico attraverso un'attenzione quasi sacra per i dettagli materiali. La cultura non è una sovrastruttura decorativa, ma la capacità di connettere la pietra al pensiero, la luce all'ombra, l'individuo alla comunità. L'immissione nella realtà richiede una sensibilità empatica che trasforma il cantiere o il set fotografico in un laboratorio di umanità.  



Per gli studenti di oggi, immersi in un'epoca dominata dalla virtualità e dalla simulazione digitale, l'invito al contatto fisico con la realtà rappresenta un richiamo rivoluzionario. Il rendering o la modellazione 3D, per quanto sofisticati, non potranno mai restituire il peso di una pietra, il profumo della salsedine ad Atene o il modo in cui il vento attraversa un'intelaiatura di acciaio. La cultura come immissione profonda riconduce il corpo al centro dell'esperienza conoscitiva e progettuale. 


Anche per gli addetti ai lavori, questa prospettiva offre una fondamentale lezione di umiltà e rinnovamento professionale. La professione rischia spesso di burocratizzarsi o di ripiegarsi in formalismi accademici; ritornare sul campo, camminare nei cantieri, dialogare con le maestranze e guardare lo spazio attraverso la lente critica della fotografia significa ritrovare la matrice etica dell'architettura. Progettare è, prima di tutto, un atto di responsabilità sociale nei confronti della comunità che abiterà quel luogo.

Guardare il mondo con occhi nuovi è la cifra che accomuna la grande letteratura, la grande fotografia e la grande architettura. Come scriveva Marcel Proust ne Alla ricerca del tempo perduto, «il vero viaggio di scoperta non consiste nel cercare nuove terre, ma nell'avere nuovi occhi». L'esperienza condivisa ad Atene tra maestri e studenti diventa così la metafora di un'educazione dello sguardo che non finisce mai, dove l'apprendimento è un processo circolare nutrito dal dubbio, dalla curiosità e dalla costante verifica sul campo; essa cessa di essere un semplice manufatto edilizio e diventa un bene comune, un monumento alla memoria collettiva e una promessa per il futuro.


Coltivare questa visione della cultura significa infine restituire al sapere la sua dimensione più autenticamente umana e trasformativa. Uscire dalle aule, esporsi all'errore, camminare nei contesti reali e lasciarsi interrogare dalle cose sono gli unici modi per evitare che la conoscenza si prosciughi in astrazione sterile. Per gli studenti e gli addetti ai lavori, questo insegnamento rimane una guida fondamentale: la realtà non va subita né domata dall'alto, ma abitata, ascoltata e riprogettata con infinita cura e profonda passione. 



Share