
Dei vocaboli sulla cenere: l'orrore muto e la tirannia dei nomi
AWARENESS | SCRITTO DA JOSE MAZIR
Il linguaggio, prima di farsi specchio del mondo, si erge a architettura del potere e recinto d'appartenenza, come magistralmente intuito da Elias Canetti in Massa e potere, laddove il comando primigenio si radica nel marchio verbale che separa chi urla da chi viene ridotto al silenzio. Le parole non si limitano a descrivere la cruda empiria dei fatti, ma la organizzano in compartimenti stagni, la gerarchizzano secondo le convenienze del branco e la trasformano in un vessillo identitario. In questo scenario di sradicamento concettuale, la contesa intorno al termine genocidio ha smesso di appartenere al perimetro del diritto o della filologia per tramutarsi in un feroce campo d'assedio ideologico, dove l'ossessione contemporanea per la santificazione verbale e per la gogna digitale surroga la fatica dolorosa e spoglia del giudizio morale.
Nel tribunale inquisitorio delle piazze virtuali e del pensiero unico imperante, la semantica ha usurpato lo spazio vitale della sostanza. Chiamare la bestialità umana con i suoi nomi storicamente e drammaticamente fondati — massacro, sterminio, carneficina, crimine di guerra — viene ormai percepito come un cedimento, un'eresia tollerante. Per l'inquisizione di massa, quegli attributi custodiscono ancora un fastidioso margine di traducibilità, una sfumatura di discussione che intacca la purezza del dogma. La parola genocidio assurge così ad arma linguistica definitiva: l'unico sigillo capace di conferire il patentino dell'abominevole supremo, la qualifica irrevocabile di Unmensch e l'equivalente laico di una dannazione eterna che non ammette appello.
Eppure la storia umana e la riflessione etica ci interrogano con ben altra profondità, rammentandoci, sulla scorta delle pagine di Günther Anders in L'uomo è obsolescente, che l'essere umano ha quasi sempre balbettato una nomenclatura adeguata all'orrore soltanto dopo averlo consumato nei suoi abissi, e assai di rado prima. Forse perché guardare dritta negli occhi la bestialità senza filtri concettuali richiede un coraggio spaventoso, infinitamente superiore a quello necessario per disputare sui manuali di diritto. La bestialità nuda non concede rifugi morali né scudi protettivi: se osserviamo l'irrappresentabile — un bambino dilaniato dalle schegge, una famiglia sepolta viva sotto le colate di cemento, una madre che scruta tra le macerie della propria cucina in cerca di un resto umano — ogni disputa accademica crolla rovinosamente.
Davanti a tali rovine, la coscienza è costretta a emettere un verdetto etico prima ancora che giuridico, a decidere cioè se ciò che si palesa sotto il sole appartenga ancora o meno ai confini dell'umanità. La parola genocidio, al contrario, offre la comoda illusione di un rifugio burocratico: essa sposta subdolamente la contesa dal terreno aspro della coscienza dolente a quello asettico della definizione tecnica. Non ci si interroga più sulla misura abominevole di ciò che accade, ma si sviscera se l'evento possieda o meno i requisiti tassonomici per rientrare in un determinato codice. È il trionfo surreale della tassonomia sull'empatia, come se la sofferenza umana attendesse il timbro d'omologazione di un tribunale internazionale per legittimare la propria esistenza.
Accade così che migliaia di corpi straziati vengano esautorati dal loro tragico primato e degradati a semplici prove indiziarie a sostegno di una tesi, argomenti di un processo dialettico che non conosce tregua. Non si guarda più il cadavere nella sua straziante unicità, ma si dibatte ferocemente sull'etichetta da appiccicargli sul petto. Le parole non agiscono più come pietre scagliate per difendere la verità, bensì come una morale preventiva che precede e sterilizza qualsiasi dizionario dell'umana pietà, riducendosi a formule vuote e belluine.
Prima ancora di stabilire se una strage risponda rigorosamente ai criteri di un genocidio, di una pulizia etnica o di un crimine contro l'umanità, dovremmo possedere la facoltà elementare di riconoscere la degradazione radicale dell'essere umano nel momento esatto in cui essa si manifesta. Il bambino palestinese spento dalle bombe non attende una ratifica giuridica per essere morto; la madre israeliana trucidata il sette ottobre non brama una classificazione sociologica per essere stata vittima dell'abisso. La carne martoriata non parla il lessico dei codici penali internazionali, ma l'idioma universale, illeggibile e straziante del dolore.

Forse è proprio questa la facoltà più drammatica che abbiamo smarrito nel corso della nostra modernità iperconnessa: non già la capacità di nominare il male con vocaboli sempre più tonitruanti, ma quella ben più umile e necessaria di riconoscerlo quando esso si presenta con il suo volto nudo e spoglio d'ogni retorica. Perché il male, come ammoniva Hannah Arendt nella sua analisi della banalità del male e delle maschere ideologiche, ama infinitamente le parole; vi si maschera, vi si annida, le utilizza cinicamente per assolvere se stesso.
La bestialità, invece, non ha bisogno di dizionari: ha il fragore sordo del calcestruzzo che implode, dell'osso che si spezza, del pianto soffocato che nessuna fazione ideologica riuscirà mai a tradurre.

Quando si giunge al punto in cui il nome assegnato all'orrore finisce per pesare più dell'orrore medesimo, allora non stiamo più compiendo un atto di giustizia verso le vittime, ma stiamo celebrando i riti di passaggio delle nostre tribù linguistiche. Ci ripieghiamo in un narcisismo autoreferenziale e feroce, distanti e incomunicabili come galassie lontane, intenti a scagliare anatematiche scomuniche persino contro chi pronuncia lo stesso identico sdegno morale ma rifiuta di allinearsi al dogma del lessico imposto.
In questa babele digitale, i morti continuano a cadere nel silenzio più assoluto, indifferenti ai nostri sofismi, estranei alle nostre guerre nominalistiche. E la constatazione più amara rimane quella scolpita da Albert Camus in L'uomo in rivolta, dove ogni volta che la parola si stacca dalla carne sofferente per farsi dogma astratto, l'uomo finisce sempre per giustificare il boia in nome della purezza della formula.
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