La durata dell'anima e l'ostinata misura dello specchio: intorno alla geometria del tempo ritrovato
La discrepanza tra la persistenza incorruttibile della coscienza e l'inesorabile consumarsi della materia corporea costituisce una delle aporie più profonde dell'esperienza umana, una fenditura sottile ma incolmabile ove la vita stessa prende consapevolezza della propria caducità. Non vi è in tale scissione una mera annotazione cronologica, bensì un principio di ordine squisitamente ontologico: l'Anima, per sua intrinseca natura, tende a figurarsi eterna, ferma in un presente perpetuo che rifiuta di conformarsi alle tappe aritmetiche impostele dai calendari. È la medesima intuizione che indusse Henri Bergson a scindere con chirurgica acribia il tempo astratto della fisica, ridotto a una successione meccanica di istanti omogenei, dalla durée realle, il flusso continuo, indivisibile e intimamente vissuto della coscienza interiore. Onde accade che, nell'intimità del proprio sentire, il nucleo fondamentale dell'essere rimanga immune all'usura dei giorni, conservando intatta la vivacità del primo sguardo gettato sul mondo.
Quando la figura riflessa nello specchio o sulla superficie impersonale di un cristallo stradale restituisce un'immagine segnata dalle rughe e dal rallentarsi del passo, il contrasto che si produce non è un semplice moto di sorpresa, ma un autentico cortocircuito dell'intelletto. In quel preciso istante la coscienza si scopre improvvisamente costretta entro i confini di una scorza estranea, come se il corpo fosse divenuto un abito logoro indossato a sua insaputa da uno spirito rimasto incorrotto. Marcel Proust, nel compiere il grande viaggio conoscitivo della Ricerca del tempo perduto, descrisse con ineguagliabile virtuosismo la sgomentata meraviglia che assale l'uomo dinanzi alle maschere che il tempo impone ai volti dei compagni d'infanzia e al proprio medesimo profilo. Il volto e la carne mutano secondo regole estranee all'identità profonda, traducendo in segni visibili un decadimento che il pensiero, nella sua sovrana autonomia, rifiuta di assimilare fino a quando l'evidenza ottica non lo forza all'impatto con la propria mortalità.
Henri Bergson ha offerto una visione del tempo profondamente differente rispetto a quella scientifica, specialmente quando confrontata con le concezioni di Isaac Newton e Albert Einstein. Bergson distingue nettamente tra il tempo scientifico, misurabile e quantificabile, e il tempo vissuto, che è qualitativo e intuitivo. Si esplora così la filosofia di Bergson in relazione alla natura del tempo, dello spazio e della simultaneità. Nella fisica classica, come quella newtoniana, il tempo è assoluto e universale, fluendo uniformemente indipendentemente da qualsiasi cosa nel mondo fisico. Due eventi simultanei in un luogo sono simultanei ovunque nell'universo. Con l'avvento della teoria della relatività di Einstein, questa concezione cambia radicalmente. Nella relatività ristretta, il tempo non è più assoluto ma relativo: due eventi che sembrano simultanei a un osservatore possono non esserlo per un altro che si muove a una velocità diversa. La teoria della relatività introduce il concetto di spazio-tempo, un continuum quadridimensionale in cui lo spazio e il tempo sono intrecciati. Il tempo diventa una dimensione simile alle tre dimensioni spaziali, e gli eventi sono punti in questo spazio-tempo. Questo concetto porta alla relatività della simultaneità: non esiste un "presente" universale, ma solo un "presente" relativo a ciascun osservatore. Bergson critica la tendenza della scienza a "spazializzare" il tempo, trattandolo come una serie di istanti discreti su una linea temporale, simile alle coordinate spaziali. Invece, introduce il concetto di durata (durée), il tempo come flusso continuo e indivisibile, che è vissuto internamente e qualitativamente. La durata è una continuità che riflette la coscienza e l'esperienza soggettiva.
Tuttavia, ridurre questo dissidio a un mero sentimento di lutto per la giovinezza perduta significherebbe cadere in una grossolana e sterile banalizzazione della parabola umana. L'aspetto più fecondo e teoreticamente elevato della condizione senile o matura risiede nella manifesta indisponibilità a regredire verso le fasi antecedenti dell'esistenza, quand'anche fosse dato di poterlo fare. È l'affermazione pacata e solenne del filosofo che, guardando al tragitto percorso, riconosce come la perdita del vigore fisico sia stata ampiamente compensata dal conseguimento di una più nitida lucidezza speculativa e morale. Seneca, nelle epistole indirizzate al giovane Lucilio, andava ripetendo che non dobbiamo temere il tramonto della carne se ad esso s'accompagna il perfezionamento dell'animo; la vecchiezza, se intesa e coltivata con dottrina, non è la spogliazione dell'essere, bensì la sua forma più pura e compiuta, liberata finalmente dalla schiavitù degli appetiti tumultuosi e irriflessi.
Nell'età verde il tempo appare all'uomo come un'infinita ed inesauribile distesa d'acqua, un patrimonio sconfinato dal quale poter attingere a piene mani senza il timore che il fondo rimanga scoperto. Tale illusione di immortalità, se da un lato infonde l'audacia necessaria ad intraprendere grandi cose, dall'altro induce a uno spensierato e talora tragico dissipamento delle ore, immolate dinanzi agli altari delle passioni effimere e delle opinioni altrui. Come argutamente osservava Michel de Montaigne nei suoi Saggi, la giovinezza stima il proprio valore sulla scorta del clamore esteriore e si lascia sedurre da ambizioni prese in prestito, disperse nel rumore incessante delle convenzioni sociali. Si vive allora con la prodigalità del ricco erede che considera la propria sostanza illimitata, dimenticando che ogni istante trascorso sprofonda irreparabilmente nell'abisso del non-essere.