
Sull'illusione della misura e il rovescio della tecnica: la Corte, il governo e lo specchio infranto
CULTURAL MEDIA | SCRITTO DA TYARA MÜLLER
L'analisi incrociata tra il giudizio di parificazione della Corte dei conti e il vaglio critico dei dati restituisce un quadro complesso in cui la denuncia originaria, pur macchiata da evidenti forzature retoriche, citazioni apocrife e toni apertamente propagandistici, poggia su fondamenta fattuali largamente veritiere e documentabili. Emerge infatti con nettezza come le criticità strutturali sollevate dagli organi di controllo — dalle inefficienze croniche della sanità pubblica e del sistema fiscale alle difficoltà di gestione del PNRR, sino al disagio del pubblico impiego e del comparto carcerario — costituiscano problemi reali e irrisolti del Paese, i quali non vengono smentiti dall'infondatezza di alcune formule giornalistiche o dall'improprio collegamento con temi di politica estera, ma impongono al contrario un rigoroso esame di realtà che rifugga tanto dall'apologetica d'ufficio quanto dalla demagogia faziosa.
Quando la tecnica contabile si fa specchio delle contraddizioni sociali, essa smette di essere neutrale e si carica di un peso ontologico gravoso. L'analisi del rapporto tra il potere esecutivo e gli organi di garanzia, quale emerge dai rilievi della Corte dei conti e dal successivo vaglio critico, non si esaurisce in una mera contesa di cifre o in una schermaglia di fazione, ma interpella direttamente la natura stessa dell'autorità nello Stato contemporaneo. Il disallineamento tra la norma scritta e la prassi amministrativa evoca quella tensione che il filosofo politico Eric Weil nella sua Logica della filosofia individua nel passaggio drammatico tra la comprensione razionale del reale e la sua negazione pratica. Per Weil, la politica vive del tentativo incessante di dare senso all'azione collettiva attraverso il discorso coerente; tuttavia, quando il discorso si riduce a pura retorica autoreferenziale o a un monologo di propaganda, la realtà strutturale — incarnata in questo caso dai vincoli di bilancio, dalle liste d'attesa e dalle falle infrastrutturali del PNRR — si vendica reclamando la propria urgenza materiale. La Corte dei conti, in questa prospettiva, non agisce come un soggetto politico militante, bensì come il custode silenzioso di quella "ragione obiettiva" che l'urgenza del consenso immediato tende costantemente a rimuovere.
Il cortocircuito linguistico che trasforma una relazione tecnica in una "sentenza politica" di demolizione rivela un fenomeno di sradicamento semantico ben descritto da Hans Blumenberg nella sua monumentale indagine sulla Legittimità dell'età moderna. Blumenberg mostra come l'uomo moderno cerchi continuamente di riempire il vuoto della fondazione ultima attraverso la produzione di surrogati di senso, dove la parola non descrive più lo stato delle cose, ma assume una funzione puramente strategica e auto-legittimante. Nel dibattito pubblico italiano contemporaneo, l'uso disinvolto delle etichette — sia quando la politica riduce l'organo di controllo a "giudice fazioso", sia quando la critica militante eleva il rilievo contabile a "capolinea morale" — testimonia un cedimento al nominalismo più spinto. Si crede che nominare un fallimento o, specularmente, negarlo attraverso lo slogan basti a mutare lo statuto ontologico del reale.
Eppure, come ci ammonisce la lezione di rigore intellettuale che attraversa il pensiero critico europeo, i conti dello Stato non ammettono sconti retorici: la spesa improduttiva, il disagio carcerario o la fragilità del tessuto fiscale rimangono lì, pietre angolari di un'opacità che resiste a qualsiasi tentativo di maquillage discorsivo.
Accanto alla deriva retorica, emerge il dramma di una macchina statale che si avvita su se stessa, oscillando tra l'ipertrofia normativa e l'impotenza esecutiva. La sociologia di Max Weber, in particolare nelle sue pagine definitive sulla burocratizzazione e sul disincanto del mondo, ci fornisce la chiave per decifrare l'affaticamento del pubblico impiego e la gestione convulsa dei fondi europei. Per Weber, la razionalità burocratica rischia costantemente di trasformarsi in una "gabbia d'acciaio" formale, incapace di produrre valore sostanziale se privata di un orientamento etico e di una visione strategica. Quando la Corte dei conti rileva che l'aumento delle risorse in sanità non si traduce in un effettivo incremento delle prestazioni, o che le concessioni balneari restano imbrigliate in una logica di perpetuazione particolaristica, essa fotografa esattamente questo fallimento weberiano: la tecnica amministrativa perde la propria bussola e si riduce a mero teatro procedurale, dove l'obiettivo non è più il servizio al cittadino, ma la sopravvivenza dell'apparato o la tutela di rendite acquisite.

Il nodo fiscale, rubricato nel confronto pubblico tra il dogma dell'indulgenza verso i furbi e il rigore sanzionatorio per i contribuenti fedeli, ci conduce dritto al cuore della riflessione etica di Simone Weil sulla giustizia e sull'obbligo. Nei suoi scritti estremi, raccolti in La prima radice, la pensatrice francese insiste sul fatto che il contratto sociale si sfalda irrimediabilmente nel momento in cui l'ordine giuridico cessa di garantire a ciascun membro della comunità il riconoscimento della propria dignità elementare. Un sistema tributario che premia la deroga sistematica e punisce la fedeltà ordinaria non compie soltanto un errore economico o una distorsione contabile: consuma un tradimento spirituale. Esso comunica al cittadino che l'onestà è una sanzione e l'astuzia una virtù civica. La denuncia della magistratura contabile, epurata dalle incrostazioni polemiche, si fa qui eco di un disagio profondo che scuote il patto di cittadinanza, mostrando come la diseguaglianza fiscale non sia un semplice parametro statistico, ma la ferita aperta attraverso cui si dissolve il senso dello Stato comunitario.
L'esautorazione progressiva del Parlamento, surrogato da decreti omnibus, fiducie incrociate e una produzione normativa emergenziale, richiama i moniti lanciati da Karl Löwith nel suo saggio Significato e fine della storia*. Löwith analizzava come la modernità politica tenda a sostituire la deliberazione razionale e la misura istituzionale con l'onnipotenza della volontà contingente, riducendo le assemblee rappresentative a meri organi ratificatori di decisioni già prese altrove. Quando le Camere vengono ridotte a un fastidioso orpello procedurale, a favore di una comunicazione governativa immediata e disintermediata tramite DPCM o proclami digitali, si assiste al superamento della democrazia parlamentare intesa come luogo del conflitto regolato e della sintesi faticosa. La tecnica della compressione dei tempi legislativi non è un accidente estemporaneo, ma la cifra di un esecutivo che scambia la velocità decisionale con l'efficacia politica, finendo per produrre provvedimenti fragili, opachi e costantemente esposti alla censura degli organi di controllo.
* L'esigenza di attribuire un significato ultimo all'incessante scorrere degli eventi ha condotto il pensiero moderno a individuare nella storia un progresso, uno sviluppo che potesse giustificarne ogni crisi, ogni male e ogni inevitabile dolore. Eppure, molto prima del metodo storiografico di Voltaire o della grande filosofia dello spirito di Hegel, gli storici dell'età classica Erodoto, Tucidide e Polibio avevano già rinunciato a questa monumentale prospettiva. Per il pensiero classico, infatti, le gesta degli uomini seguono il corso dell'eterna ciclicità del cosmo; non il corso della rivoluzione sociale, ma della rivoluzione immutabile degli astri. Fra queste due visioni antitetiche della storia si colloca, secondo Karl Löwith, la prospettiva giudaico-cristiana, che opera una rottura fondamentale: tanto per il credente quanto per il filosofo della storia, il senso degli eventi non è racchiuso nel passato, ma in un futuro escatologico sempre a venire, capace di determinare ogni fatto alla luce di una storia della salvezza, al cui termine è attesa la redenzione. Ma se il primo è in grado di portare la croce, il secondo secolarizza la speranza religiosa nell'incondizionata fede nel progresso, tanto «cristiana nella sua origine» quanto «anti-cristiana nelle sue conseguenze». Accolto fin dalla pubblicazione nel 1949 come un classico della filosofi a contemporanea, e riproposto dal Saggiatore per la sua limpida attualità, Significato e fine della storia è l'avvincente archeologia dei presupposti teologici che operano in ogni filosofi a della storia, decretandone drammaticamente il fallimento. Uno smascheramento – dall'ebraismo di Marx fino alla lettura storica della Bibbia – che non ha rinunciato a evidenziare quelle rare e amate eccezioni, come Burckhardt e Vico, capaci di mantenere sotto il peso dell'eredità storica una prospettiva più umana, e che porta a una tesi di sconcertante radicalità: l'impossibilità della filosofia della storia.
L'inserimento di temi macro-strategici, quali la spesa militare proiettata verso il culmine espansivo del cinque percento del PIL, all'interno di un dibattito incentrato sui saldi di bilancio interni, svela una eterogenesi dei fini che la filosofia della storia di Walter Benjamin avrebbe immediatamente riconosciuto come il sintomo di una crisi strutturale irreversibile. Nelle sue Tesi sul concetto di storia, Benjamin descrive il progresso non come una marcia lineare verso il meglio, ma come una tempesta che accumula rovine su rovine, sospingendo il presente verso un futuro che non sa più dominare. Destinare imponenti risorse a comparti strategico-militari mentre il welfare di prossimità, l'edilizia penitenziaria e la sanità territoriale mostrano crepe strutturali non è soltanto una scelta di priorità discutibile; è la manifestazione di una cecità geopolitica che subisce passivamente i diktat esterni, sacrificando il benessere materiale della popolazione sull'altare di un prestigio internazionale puramente simbolico e privo di radici reali nel tessuto del Paese.
Il degrado delle condizioni carcerarie, stigmatizzato in termini di inumanità strutturale, ci riconduce al testo fondativo di Michel Foucault, Sorvegliare e punire. Foucault ha dimostrato con implacabile lucidità come il sistema penitenziario non sia che il banco di prova nascosto della moralità di un intero ordinamento statale. Una nazione che tollera sacche di sovraffollamento cronico, privazioni sistematiche e assenza di prospettive rieducative rivela la natura profondamente repressiva e regressiva del proprio patto sociale. L'appello a un piano straordinario di edilizia e riforma penitenziaria, che si arena costantemente contro il muro della propaganda securitaria, dimostra come la politica preferisca il registro della spettacolarizzazione della pena alla fatica silenziosa della civilizzazione delle istituzioni totali. La prigione diventa così il monumento cieco dove lo Stato rimuove le proprie colpe sociali, occultando dietro le sbarre il fallimento preventivo del proprio sistema educativo, economico e assistenziale.
Nel saggio La struttura delle rivoluzioni scientifiche, Thomas Kuhn descrive come una comunità scientifica, di fronte all'accumularsi di anomalie che smentiscono il paradigma vigente, tenda inizialmente a ignorarle, poi a difendere il vecchio schema con ipotesi ad hoc, e infine a denunciare l'oggettività dei dati come un attacco fazioso alla propria autorità. Il parallelismo con la reazione del potere politico di fronte alle censure della Corte dei conti è impressionante. Ogni qualvolta un'istituzione indipendente — che si tratti di Bankitalia, dell'Istat, della magistratura contabile o delle autorità europee — evidenzia una crepa nel racconto ufficiale, la risposta non entra mai nel merito argomentativo, ma si rifugia nella delegittimazione preventiva dell'accusatore. È l'affermazione sistematica di un cortocircuito cognitivo in cui la critica tecnica viene immediatamente riassorbita nello schema amico-nemico. Si crea così un universo parallelo di pura propaganda, dove la realtà dei fatti viene sistematicamente espulsa in nome di una narrazione salvifica e immutabile.
Arrivati al crocevia di questa disamina, si impone una considerazione di carattere propriamente epistemologico, debitrice della lezione di Gaston Bachelard ne La formazione dello spirito scientifico. Bachelard insegnava che l'ostacolo epistemologico principale non risiede nell'ignoranza o nell'errore empirico, ma nelle convinzioni dogmatiche e nelle immagini immediate che l'immaginazione produce per rassicurare lo spirito.
Il fact checking rigoroso applicato al testo di partenza ci restituisce una verità complessa e severa: la denuncia politica originaria era viziata da un eccesso di emotività retorica e da forzature testuali inaccettabili, avendo trasformato rilievi tecnici puntuali in una sentenza sommaria di "demolizione". Tuttavia, emendare il testo dalle sue iperboli non autorizza in alcun modo a rimuovere la gravità dei problemi sollevati. La verità non sta nel mezzo geometrico tra la propaganda faziosa e la difesa d'ufficio dell'esecutivo, ma nell'onestà intellettuale di riconoscere che i nodi strutturali del Paese — dalla sanità al fisco, dal PNRR alla pubblica amministrazione — esigono risposte che trascendono la logica del consenso quotidiano e l'uso strumentale delle istituzioni.
Arrivati a questo punto, la lezione più profonda che si trae dal confronto tra la scrittura polemica, il vaglio critico e l'analisi filosofica risiede nella necessità di riscoprire un'autentica etica della responsabilità, secondo la celebre distinzione weberiana tra l'etica delle intenzioni pure e l'etica orientata alle conseguenze effettive dell'agire. Un governo non si misura sulla capacità di blindarsi dietro una cortina fumogena di slogan identitari, né l'opposizione si legittima attraverso l'enfatizzazione demagogica di ogni singola criticità contabile. La democrazia liberale e costituzionale vive della tensione feconda tra il controllo rigoroso delle istituzioni di garanzia e la capacità progettuale della politica. Se la Corte dei conti viene ridotta a bersaglio polemico e la tecnica di bilancio a ostacolo fastidioso, il Paese intero scivola in uno stato di minorità intellettuale e civile. Solo accettando la fatica della verità documentata, spogliando il dibattito pubblico dalle scorie della faziosità e restituendo alle parole il loro peso specifico, sarà possibile sottrarre l'Italia al logoramento della propaganda permanente e ricondurla nell'alveo di una razionalità repubblicana degna di questo nome.
La riflessione sul destino culturale e civile dell'Italia contemporanea, a oltre mezzo secolo dalla morte di Pier Paolo Pasolini, non può prescindere da una genealogia intellettuale che interroghi la natura profonda della modernità e i suoi inganni. Quando si riflette sull'incapacità di una nazione di fare i conti con la propria identità, soccorre...
ART | SCRITTO DA TURI DI BELLA | RICERCA FONTI IRIS BERNARDINI





