
La misura dell'assuefazione: l'erosione del desiderabile e l'aritmetica della tolleranza
EDITORIALE | SCRITTO DA LUPO SHELBA
L'oscillazione del prezzo dei carburanti non appartiene alla mera sfera della contabilità monetaria, ma si configura come un saggio di misurazione della fibra etica e antropologica di una comunità. Quando il display della stazione di servizio aggiorna al rialzo le sue cifre, la fiammata d'indignazione che ne consegue dura lo spazio di qualche ciclo di notizie, per poi stemperarsi in un sommesso e rassegnato orizzonte di senso. Non siamo di fronte a una semplice fluttuazione di mercato, bensì a una metamorfosi del giudizio di valore, laddove ciò che ieri figurava come un'ingiustizia intollerabile oggi viene assorbito come dato di natura. Tale fenomeno evoca quanto descritto da Étienne de La Boétie nel suo Discorso sulla servitù volontaria: la consuetudine possiede il potere singolare di far bere all'uomo il veleno dell'assoggettamento senza che ne percepisca più l'amaro, trasformando la rinuncia in una forma di seconda natura.
Étienne de La Boétie, nel suo Discorso sulla servitù volontaria, affronta la questione della servitù e della libertà in un contesto di tirannia e servilismo. La Boétie sostiene che la libertà originaria dell'uomo è stata abbandonata dalla società, che ha preferito la servitù del cortigiano alla condizione dell'uomo libero. Il suo discorso è un'opera di riflessione profonda sulla natura umana e sulla condizione umana, invitando i cittadini a non servire più e a riscattarsi da una vita di servitù. La Boétie è considerato uno dei primi a proporre la non collaborazione e la disobbedienza nonviolenta come strumenti di lotta contro la tirannide.
La costante ridefinizione della soglia della sopportazione collettiva si attua attraverso una pedagogia dell'abitudine che riduce progressivamente l'ampiezza delle aspettative individuali e comunitarie. Ogni incremento della spesa per i beni primari agisce come un cuneo che sposta più in là il confine dell'accettabile, anestetizzando la capacità critico-reattiva. In questa prospettiva, la dinamica economica richiama l'analisi che Theodor W. Adorno e Max Horkheimer tracciano nella Dialettica dell'illuminismo a proposito della razionalità strumentale: la società contemporanea tende a trasformare l'adattamento passivo all'esistente nell'unica forma di razionalità riconosciuta, liquidando la pretesa di un'alternativa come nostalgia inconcludente o velleità utopica.
Sarebbe un errore metodologico e filosofico cedere alla scorciatoia di una lettura cospirativa, postulando l'esistenza di una regia demiurgica coordinata a livello globale. Le concause degli aumenti — le tensioni geopolitiche, i colli di bottiglia logistici, la speculazione sui mercati finanziari dei commodities — costituiscono fattori reali, documentabili ed estrinseci. Tuttavia, l'assenza di un disegno doloso unico non attenua la portata fenomenologica degli effetti prodotti. Come ha insegnato Michel Foucault nei suoi corsi al Collège de France dedicati alla Nascita della biopolitica, le forme del governo moderno non si esercitano necessariamente attraverso la coercizione diretta o il complotto, bensì mediante la predisposizione di contesti normativi ed ambientali entro cui i soggetti reimpostano autonomamente le proprie condotte, interiorizzando i vincoli materiali come orizzonti insuperabili.
L'impatto prolungato dell'emergenza economica attiva nell'organismo sociale crea meccanismi di protezione analoghi al fenomeno dell'omeostasi biologica sotto la pressione di uno stress cronico. Quando la stabilità diventa un miraggio, l'energia intellettuale ed emotiva del singolo viene interamente proiettata sulla gestione della sopravvivenza immediata, riducendo drasticamente il campo della progettualità a lungo termine. Si verifica qui un decadimento dell'immaginazione politica che riporta alla mente la lucida diagnosi di Mark Fisher nel suo Realismo Capitalista: la vera vittoria del modello economico dominante non risiede nel convincere della propria bontà, ma nel rendere inimmaginabile qualsiasi configurazione sociale diversa, fino a saturare lo spazio del possibile.
Nel tessuto della quotidianità moderna, il carburante ricopre la funzione strategica di fluido vitale del sistema economico: esso condiziona la catena del freddo, i trasporti dei generi primari, il costo della mobilità lavorativa e la distribuzione dei beni essenziali. Agire sul suo valore equivale a variare la viscosità del sangue nel sistema circolatorio della società. Nei suoi scritti di filosofia sociale, Zygmunt Bauman, in particolare in Modernità liquida, ha mostrato come l'incertezza legata ai costi della vita trasformi la mobilità da opportunità di emancipazione a dovere logistico gravoso, sospendendo il cittadino in un perenne stato di vulnerabilità in cui ogni spostamento diventa un'equazione di bilancio.
Si assiste, in questo quadro, alla trasfigurazione della promessa fondamentale della modernità: l'idea che la politica debba farsi garante del progresso e del benessere intergenerazionale è stata sostituita dalla pura architettura della gestione del danno. La narrazione pubblica non si fonda più sul miglioramento delle condizioni di vita, ma sulla minaccia del peggio sventato. Questa flessione difensiva evoca le tesi di Günther Anders in L'uomo è antiquato, dove l'umanità viene descritta come cronicamente esposta a minacce superiori alla propria capacità di rappresentazione; di fronte a forze economiche percepite come sovrumane, la comunità politica finisce per chiedere al cittadino di ringraziare per il male minore, trasformando la scampata catastrofe nell'unica forma di successo ammissibile.
La "normalizzazione del sacrificio" cessa così di apparire come una misura congiunturale per strutturarsi come forma di vita permanente. L'aumento del costo della vita scivola dal rango di incidente contingente a quello di dogma contabile, chiedendo al cittadino una continua contrazione delle proprie aspirazioni. Questa progressiva erosione dei diritti e dei margini di risparmio richiama l'analisi che Hannah Arendt compie ne La banalità del male riguardo alla perdita del senso critico: quando l'eccezione si burocratizza e diventa consuetudine, la capacità del giudizio morale e politico si atrofizza, sostituita dall'adempimento rassegnato delle incombenze quotidiane.
Il nucleo teorico della questione non risiede dunque nella ricerca di un'intenzionalità dolosa tesa ad "abituare le persone al peggio", bensì nella rilevazione degli esiti culturali prodotti dall'esposizione sistemica al regime d'eccezione. Walter Benjamin, nella sua ottava tesi di Sul concetto di storia, osservava come la tradizione degli oppressi ci insegni che "lo stato d'emergenza" in cui viviamo è la regola. Quando la crisi cessa di essere una parentesi tra due periodi di stabilità per diventare l'ambiente stesso in cui si sviluppa l'esistenza, la struttura psichica del cittadino subisce una mutazione strutturale.
L'effetto primario di questo assetto è la genesi di un soggetto caratterizzato da un'ipertrofia dell'adattabilità a fronte di un'atrofia del desiderio. Il consumatore contemporaneo impara a celebrare la propria resilienza come una virtù, senza avvedersi che tale attitudine non è che il rovescio della medaglia della propria rinuncia. Come notava Albert Camus ne L'uomo in rivolta, la rivolta nasce quando il limite dell'intollerabile viene varcato e l'individuo stabilisce una linea oltre la quale non è disposto a cedere; quando tuttavia tale linea viene spostata impercettibilmente ogni giorno, il momento della frattura viene indefinitamente differito.
La figura dell'individuo contemporaneo si modella così sulla rinuncia al metro del benessere reale per conformarsi alla logica del confronto al ribasso. Soddisfatto per il solo fatto di non essere precipitato nel gradino inferiore della scala socio-economica, il cittadino interiorizza il criterio dell'austerità come valore intrinseco. Questa dinamica trova un'eco profonda nella Genealogia della morale di Friedrich Nietzsche, laddove la trasvalutazione dei valori conduce a dipingere l'impotenza e l'impossibilità di reagire come libere scelte etiche, nobilitando la necessità materiale sotto la veste della temperanza e della pazienza.
L'energia della protesta si dissipa nella complessità dei micro-calcoli quotidiani necessari per far fronte all'aumento dei costi. La parcellizzazione del scontento impedisce la saldatura di una coscienza collettiva, poiché ogni individuo si trova isolato nella propria strategia d'emergenza. Questa atomizzazione ripropone la condizione descritta da Jean-Paul Sartre nella Critica della ragione dialettica, in cui la "serialità" separa gli uomini facendoli agire come numeri isolati di una medesima statistica, incapaci di fondersi in un "gruppo in fusione" in grado di contestare la struttura del vincolo economico.
Il prezzo del carburante si rivela dunque come un sofisticato indice della temperatura etica di un'epoca, un barometro che non misura la pressione atmosferica dei mercati, bensì il grado di cedimento delle garanzie sociali. La disponibilità a pagare di più per spostarsi misura in realtà quanto un popolo sia disposto a pagare per conservare l'illusione della propria continuità operativa, sacrificando quote di reddito che un tempo sarebbero state destinate alla cultura, al tempo libero o alla formazione delle generazioni future.
In questo contesto, la nozione di "sopportazione" cessa di essere una virtù stoica temporanea e diventa una gabbia epistemologica. L'adattabilità, tradizionalmente intesa come fattore evolutivo favorevole, trascolora in una trappola sistemica che garantisce la sopravvivenza della struttura economica a spese dell'autonomia del soggetto. Ci si trova di fronte a ciò che Byung-Chul Han definisce La società della stanchezza: un modello in cui la pressione non viene più vissuta come un'imposizione esterna, ma viene metabolizzata e auto-inflitta dal soggetto che, stremato dalla necessità di restare funzionale, smette di interrogarsi sulla razionalità del sistema in cui è immerso.
L'illusione che l'aumento dei prezzi sia un fenomeno puramente contabile impedisce di cogliere la portata della de-politicizzazione che esso trascina con sé. Trasformando il problema del costo della vita in un problema di efficienza personale o di fortuna individuale, la sfera pubblica perde il suo ruolo di luogo del dibattito sui fini per ridursi a mera camera di compensazione tecnica. Tale svuotamento richiama la riflessione di Jürgen Habermas nella Storia e critica dell'opinione pubblica, a proposito della trasformazione dei cittadini da soggetti politici deliberanti a consumatori passivi di decisioni amministrative percepite come ineluttabili.




