
La carne dell’altro e l’illusione di Abramo: la politeia del palcoscenico e il riscatto estetico dell’umano
AWARENESS | SCRITTO DA ABEL GROPIUS
Quando Pëtr Alekseevič Kropotkin sostiene, tra le righe di un'utopia che è prima di tutto gnoseologica, che la piena immedesimazione nell'altro renderebbe superflua l'impalcatura coercitiva del diritto positivo, egli non formula un mero auspicio politico, ma delinea un'architettura dell'essere. Il richiamo di Elio Germano a questa intuizione anarchica rivela la natura profonda dell'istanza: la legge, nel suo formalismo astratto, nasce laddove fallisce la percezione intuitiva del sé nell'altro. In La morale anarchica e in Il mutuo appoggio. Un fattore dell'evoluzione, Pëtr Kropotkin individua nella cooperazione non una sovrastruttura etica calata dall'alto, ma un principio immanente di biologia sociale. Il teatro non agisce dunque come un divertimentum pedagogico, bensì come la messa in atto di questa ontologia: una palestra in cui la distanza tra il soggetto e l'oggetto della compassione viene annullata nella presenza viva dei corpi.
Il Dramatis Personae come epifania levinasiana
L'atto di indossare i panni altrui sul palcoscenico scardina la gnoseologia cartesiana e si posiziona nel solco della filosofia dell'alterità di Emmanuel Lévinas. In Totalità e Infinito, Lévinas individua nel Volto dell'altro il limite invalicabile di ogni egocentrismo, un'epifania che impone un comando etico antecedente a qualsiasi formulazione legislativa. Il teatro scolastico, nella sua veste più autentica, trasforma questa riflessione teorica in un'esperienza sensibile: lo studente che interpreta il re, il mendicante o il traditore non sta assimilando una nozione, ma sta cedendo la propria pelle affinché il Volto dell'altro possa parlare. Non vi è violenza possibile contro l'altro quando l'altro è stato abitato dall'interno, poiché la lesione inflitta al compagno diventa la lacerazione della propria stessa carne.
La dittatura dell'algoritmo e la perdita della mimèsi
Nel panorama contemporaneo, domina ciò che possiamo definire l'algoritmo dell'identico, una dinamica ampiamente criticata dal filosofo Byung-Chul Han nelle sue analisi sulla società dell'iper-trasparenza e sulla digitalizzazione. Le piattaforme digitali simulano l'incontro, ma in realtà costruiscono una cassa di risonanza dell'Ego, in cui l'alterità viene sistematicamente neutralizzata e ridotta a dato categorizzabile. Se la mimesis aristotelica era una purificazione delle passioni attraverso la partecipazione al dramma umano, la mimèsi digitale è una rincorsa narcisistica che alimenta l'indifferenza. La crisi attuale non è dunque un semplice declino morale, ma un'atrofia della facoltà immaginativa: l'incapacità costitutiva di figurarsi la sofferenza e la gioia al di fuori del perimetro del proprio profilo.
La Bellezza come Pharmakon contro la quantificazione dell'esistere
È in questo solco che si innesta la necessità della Bellezza non come ornamento della vita, ma come pharmakon nel senso platonico del termine: medicina e veleno per le certezze del pensiero calcolante. La modernità iper-capitalista, denunciata da Theodor Adorno e Max Horkheimer nella Dialettica dell'illuminismo, ha ridotto ogni entità al suo valore di scambio, trasformando la ragione in mero strumento di dominio e rendendo l'esistente misurabile. La Bellezza autentica interrompe questo ciclo di mercificazione e introduce uno scarto improduttivo, introducendo uno spazio in cui l'ente rifiuta di farsi numero e pretesa di consumo, imponendo uno arresto contemplativo che costringe l'uomo a riappropriarsi della propria natura.
La scuola come Scholé: dalla preparazione al mercato all'educazione del pathos
La trasformazione delle istituzioni scolastiche in luoghi di addestramento funzionale rappresenta il tradimento del significato etimologico di scholé, che per gli antichi greci indicava il tempo libero dalla necessità, consacrato allo studio e alla contemplazione. Trasformare la scuola in una palestra di prestazioni significa educare all'efficienza anziché alla percezione. L'introduzione del teatro nei percorsi educativi risponde all'urgenza di restaurare la dimensione del pathos: un laboratorio di umanizzazione in cui i giovani non apprendono risposte preconfezionate, ma imparano ad abitare l'incertezza, a misurarsi con la fragilità e a riconoscere nel fallimento un momento costitutivo dell'esperienza umana.
Schiller e le Lettere sull'educazione estetica: l'impulso al gioco
Friedrich Schiller, nelle sue Lettere sull'educazione estetica dell'uomo, individuava nell'Instinct di gioco (Spieltrieb) la sintesi perfetta tra l'impulso materiale e l'impulso formale, l'unica via attraverso cui l'uomo può raggiungere la piena libertà sensibile e razionale. Il teatro è l'espressione più compiuta di questo gioco serio. Nel momento in cui il soggetto gioca a essere altro da sé, non abbandona la realtà, ma la penetra a un livello più profondo. L'educazione estetica invocata da Schiller diventa la precondizione per la costruzione di una comunità politica giusta, dove la libertà dell'individuo non si manifesta nel dominio, ma nell'armonica coesistenza con la libertà altrui.
L'eccezione e la regola: il superamento del legalismo formale
La riflessione di Kropotkin solleva un nodo centrale della filosofia del diritto, rintracciabile nel contrasto tra il formalismo di Hans Kelsen e l'etica della responsabilità. Una società che confida esclusivamente nelle leggi per regolare i rapporti umani è una società che ha rinunciato alla propria maturità etica. La legge, per sua natura generale e astratta, rischia di smarrire il singolo caso concreto nell'applicazione del codice. La via tracciata dall'esperienza estetica, al contrario, educa a una giustizia sostanziale che nasce dalla percezione immediata del valore dell'altro, rendendo il dispositivo sanzionatorio l'estrema e imperfetta ratio di una comunità che ha già smarrito il proprio legame organico.
La temporalità dell'opera: dalla tirannia dell'istante alla durata
L'architettura dell'istante, caratteristica della civiltà contemporanea, cancella la dimensione della memoria e dell'attesa, fondamentali per la costituzione dell'identità personale e collettiva. Martin Heidegger, in Essere e Tempo, ha mostrato come l'esistenza autentica richieda una comprensione della temporalità che integri il passato e il futuro nel presente della decisione. La Bellezza e l'arte drammatica lavorano esattamente su questa dilatazione del tempo: la lettura di un classico, la visione di una tragedia o la fruizione di una composizione musicale impongono una sincronizzazione con tempi non dettati dalla velocità della produzione, restituendo all'uomo la possibilità della meditazione.
Il teatro come Politeia del corpo e della parola
A differenza delle forme d'arte fruibili nell'isolamento dell'esperienza individuale, il teatro richiede una comunità riunita nello stesso spazio fisico. È una forma di Politeia microscopica ma radicale, dove corpi reali condividono il medesimo respiro e la medesima atmosfera. Hannah Arendt, in Vita activa, sottolinea come lo spazio pubblico nasca dall'agire e dal parlare insieme, nell'interstizio che si crea tra gli uomini. Il teatro scolastico ricrea questo spazio pubblico primordiale, insegnando ai ragazzi che la parola non è un mezzo di sopraffazione o di propaganda, ma il veicolo di una rivelazione condivisa.
La catarsi del limite e la fine dell'onnipotenza egoica
L'illusione dell'era digitale risiede nel promesso superamento di ogni limite corporeo e spaziale, un'ipertrofia dell'Ego che proietta un'immagine di falsa onnipotenza. L'esperienza estetica e teatrale rappresenta un richiamo al limite: il corpo sulla scena incontra la resistenza della materia, la fatica della voce, la presenza ineludibile dell'altro. Nel riconoscere il proprio limite attraverso l'interpretazione dell'altro, l'individuo guarisce dal delirio narcisistico. La catarsi non consiste nell'evasione dalla realtà, ma nella lucida e serena accettazione della vulnerabilità condivisa.
«C'è un famoso anarchico russo, Alekseevic Kropotkin, che diceva: se riuscissimo a metterci nei panni degli altri, tanto da sentire gli altri come se fossimo noi, non avremmo più bisogno di leggi. Perché non faremmo mai qualcosa contro qualcun altro che sentiremmo come fosse noi. Per questo bisognerebbe fare teatro nelle scuole, perché l'esercizio di mettersi nei panni degli altri è un esercizio che ci può far diventare veramente una società migliore».
Elio Germano
L'anarchia della bellezza: una proposta ontologica
L'anarchismo di Alekseevic Kropotkin, spogliato delle caricaturali letture del secolo scorso, si rivela come un'aspirazione all'ordine spontaneo dell'armonia, analogo all'armonia di un'opera d'arte. La Bellezza è intrinsecamente anarchica perché rifiuta di farsi imbrigliare dalle logiche del dominio e del controllo sociale. Essa non risponde agli ordini del potere, ma ne svela continuamente l'inadeguatezza. Quando la persona viene educata alla Bellezza, sviluppa uno sguardo critico in grado di smascherare le falsificazioni del discorso dominante, diventando non manipolabile poiché in possesso di un metro di misura interiore non addomesticabile.
Il fallimento dell'utilitarismo e il valore dell'inutile
La nostra epoca è dominata dal dogma dell'utilitarismo, in cui ogni azione deve essere giustificata da un ritorno economico o prestazionale immediato. Nuccio Ordine, nel suo saggio L'utilità dell'inutile, ha evidenziato come le discipline considerate "inutili" — la letteratura, la filosofia, l'arte, il teatro — siano in realtà le sole a custodire l'essenza stessa dell'umano. Ridurre l'istruzione alla preparazione per il mercato del lavoro significa condannare le nuove generazioni a una forma di servitù volontaria. L'esercizio del teatro a scuola riafferma il valore supremo di ciò che non serve a nulla, se non a farci essere.
Non è vero − neanche in tempi di crisi − che è utile solo ciò che produce profitto. Esistono, nelle democrazie mercantili, saperi ritenuti "inutili" che invece si rivelano di una straordinaria utilità. Abbiamo bisogno dell'inutile come abbiamo bisogno per vivere delle funzioni vitali essenziali. // Nuccio Ordine
In questo brillante e originale saggio − divenuto un best seller universale tradotto in 24 lingue − Nuccio Ordine attira la nostra attenzione sull'utilità dell'inutile e sull'inutilità dell'utile. Attraverso le riflessioni di grandi filosofi (Platone, Aristotele, Zhuang-zi, Pico della Mirandola, Montaigne, Bruno, Campanella, Bacone, Kant, Tocqueville, Newman, Poincaré, Heidegger, Bataille) e di grandi scrittori (Ovidio, Dante, Petrarca, Boccaccio, Alberti, Ariosto, Moro, Shakespeare, Cervantes, Milton, Lessing, Leopardi, Hugo, Gautier, Dickens, Herzen, Baudelaire, Stevenson, Kakuzō Okakura, García Lorca, García Márquez, Ionesco, Calvino, Foster Wallace), Nuccio Ordine ci dimostra come l'ossessione del possesso e il culto dell'utilità finiscano per inaridire lo spirito, mettendo in pericolo non solo le scuole e le università, l'arte e la creatività, ma anche valori fondamentali come la dignitas hominis, l'amore e la verità.
La pedagogia della meraviglia come fondamento gnoseologico
Aristotele, nell'incipit della Metafisica, afferma che gli uomini hanno iniziato a filosofare spinti dalla meraviglia (thauma).
«Rimanendo dunque stabilito che Aristotele non pensò mai a una Metafisica come la leggiamo oggi noi e che in questa si trovano riuniti libri scritti in tempi diversi e da punti di vista talora diversi, si può anche alla fine riconoscere serenamente che coloro che misero insieme quest'opera, Andronico o qualcun altro prima di lui, non lavorarono affatto male».
(Pierluigi Donini, La Metafisica di Aristotele. Introduzione alla lettura, Roma, Carocci, 1995, p. 21)
Senza meraviglia non vi è vera conoscenza, ma solo accumulo di informazioni. L'ambiente tecno-capitalista, saturando i sensi con uno stimolo continuo e superficiale, distrugge la capacità di meravigliarsi. Riconnettere l'educazione all'esperienza estetica significa riattivare quel sentimento di stupore di fronte all'ente, che è la vera scaturigine della ricerca scientifica, etica e filosofica.
Un giovane che sa meravigliarsi di fronte a un verso o a un gesto teatrale è un giovane le cui facoltà critiche restano vigili.
Il dovere degli adulti: la responsabilità dell'eredità
Non si possono imputare alle nuove generazioni le colpe di una frammentazione esistenziale che è il frutto diretto del mondo costruito dagli adulti. La società contemporanea ha scambiato l'autorità etica con l'autoritarismo o con una complicità giovanilistica, abdicando alla propria funzione di guida. Offrire la Bellezza ai giovani non è un gesto di condiscendenza, ma un atto di responsabilità storica e pedagogica. Significa consegnare loro le chiavi per interpretare il proprio tempo, fornendo strumenti per non farsi consumare dal presente e restituendo loro la possibilità di immaginare un futuro diverso da quello già scritto dai bilanci commerciali.
Il riscatto dell'umano: la civiltà dello sguardo
La proposta che sorge dalla citazione di Kropotkin e dalle parole di Elio Germano travalica il perimetro delle riforme scolastiche per farsi manifesto di una nuova civiltà.
La vera civiltà non si misura dall'ampiezza dei suoi codici penali né dal grado di sviluppo dei suoi strumenti di controllo digitali, ma dalla capacità di un essere umano di riconoscere la propria dignità nell'occhio dell'altro. Custodire la Bellezza e praticare l'arte del teatro significa difendere la soglia oltre la quale l'uomo cessa di essere un ingranaggio della macchina e torna a essere persona.
È lì, nel silenzio di uno sguardo trasparente e nella condivisione della medesima carne, che si fonda la sola comunità possibile.
AWARENESS | SCRITTO DA ABEL GROPIUS
INSPIRATION | SCRITTO DA TURI DI BELLA
PHOTOGRAPHY | SCRITTO DA IRIS BERNARDINI







