Il sistema, il vuoto e il boomerang: perché il fenomeno Corona non è un incidente ma una diagnosi

13.01.2026

Aldo Grasso può indignarsi quanto vuole, ma la sua indignazione arriva sempre con un tempismo perfetto: quando il fenomeno è già esploso, quando il pubblico ha già deciso, quando la televisione che lui ha difeso per decenni non ha più alcun potere di orientare l'immaginario. È facile puntare il dito contro Netflix e parlare di "spot brutto" o di "mitomania", molto più difficile sarebbe interrogarsi sul perché una figura come Corona riesca a occupare lo spazio che la televisione — quella che Grasso ha raccontato, giustificato e legittimato per trent'anni — ha lasciato vuoto. Perché il punto è semplice: Corona non nasce dal nulla. Corona è un prodotto del sistema che Grasso ha osservato senza mai davvero metterlo in discussione. Un sistema che ha trasformato il trash in linguaggio nazionale, il gossip in informazione, la rissa in format, la semplificazione in pedagogia collettiva. Un sistema che ha costruito i presupposti culturali perché oggi un racconto come quello di Io sono notizia funzioni, indipendentemente dal giudizio morale su chi lo interpreta. Grasso parla di "pregiudicato trasformato in eroe". Ma chi ha passato decenni a raccontare una televisione che ha fatto esattamente questo — trasformare personaggi borderline in icone, normalizzare l'eccesso, estetizzare la caduta — dovrebbe avere almeno l'onestà di riconoscere che Corona non è un'anomalia: è la conseguenza logica di ciò che la TV italiana ha seminato. La verità è che la docuserie non dà spazio a Corona: lo spazio gliel'ha dato un sistema mediatico che per anni ha confuso notorietà e autorevolezza, visibilità e valore, rumore e contenuto. E oggi, quando quel sistema si trova davanti allo specchio, non gli piace ciò che vede. Allora attacca Netflix, attacca il tax credit, attacca la docuserie, attacca il personaggio. Ma non attacca mai la radice del problema: la televisione italiana ha perso il controllo della narrazione, e chi per anni ne è stato il cantore ora si limita a registrare il disastro come se fosse colpa di qualcun altro. Corona non è un eroe. Ma nemmeno il capro espiatorio di un sistema che ha prodotto ben di peggio. È semplicemente il boomerang che torna indietro. E chi oggi lo critica dall'alto, come Grasso, dovrebbe avere il coraggio di ammettere che quel boomerang è stato lanciato proprio dalla televisione che lui ha raccontato per una vita. 



C'è un punto che sfugge a molti osservatori e che invece rappresenta il cuore del fenomeno: ciò che oggi chiamiamo "caso Corona" non è la storia di un individuo che occupa lo spazio mediatico, ma la manifestazione più evidente di un vuoto strutturale che il sistema ha prodotto e che ora non è più in grado di governare. Non è la forza del personaggio a determinare la sua centralità, ma la debolezza dell'ecosistema che lo circonda. In un contesto in cui la televisione ha progressivamente rinunciato alla propria funzione critica, in cui l'informazione ha ceduto alla logica dell'intrattenimento, in cui la complessità è stata espulsa dal discorso pubblico perché ritenuta incompatibile con i tempi dell'audience, emerge inevitabilmente chi sa trasformare il caos in racconto, la frattura in narrazione, il disordine in identità.

Il punto non è se Corona abbia ragione o torto, se sia credibile o meno, se sia moralmente accettabile o discutibile: il punto è che la sua narrazione funziona perché risponde a un bisogno che il sistema non soddisfa più. Funziona perché offre una struttura emotiva in un mondo che ha smarrito la struttura razionale. Funziona perché propone un antagonista in un'epoca che ha perso la capacità di nominare i propri conflitti. Funziona perché mette in scena una verità percepita, non verificata, e questa verità percepita è diventata la valuta dominante del nostro tempo.

Il fenomeno non è lui: è il terreno che lo accoglie. Un terreno impoverito da decenni di semplificazione, di spettacolarizzazione, di pedagogia al ribasso. Un terreno in cui la distinzione tra informazione e intrattenimento è stata dissolta, in cui la credibilità non deriva più dalla competenza ma dalla capacità di generare attenzione, in cui la verità non è più un processo ma un effetto. In questo scenario, chiunque sappia costruire una narrazione coerente, emotivamente riconoscibile e strutturalmente antagonista, acquisisce un potere che non dipende dal merito ma dalla funzione.

Fabrizio Corona non è un corpo estraneo al sistema: è il suo prodotto più coerente. È la conseguenza di un modello che ha trasformato la visibilità in valore, la provocazione in linguaggio, la polarizzazione in metodo. È il risultato di un ecosistema che ha smesso di interrogarsi sulle proprie responsabilità e ha iniziato a delegare la costruzione del senso a chiunque fosse in grado di occupare lo spazio lasciato libero. E quando il sistema, improvvisamente, si accorge che quello spazio è stato occupato da qualcuno che non controlla, reagisce con indignazione tardiva, con moralismi fuori tempo, con giudizi che non incidono perché arrivano da un'autorità che non è più riconosciuta come tale.

Il fenomeno Corona non è un incidente: è una diagnosi. È la prova che il sistema non ha più anticorpi, che la televisione non ha più centralità, che i media tradizionali non hanno più la capacità di orientare il discorso pubblico. È la dimostrazione che la narrazione ha sostituito l'informazione, che la percezione ha sostituito il fatto, che l'emozione ha sostituito l'argomentazione. E finché non si avrà il coraggio di riconoscere che questo è il risultato di un processo lungo, stratificato, culturale prima ancora che mediatico, continueremo a discutere del personaggio invece di analizzare il sistema che lo ha generato.

Il vero tema non è ciò che Corona dice, ma ciò che il pubblico è disposto a credere. Non è la sua voce, ma il silenzio di chi avrebbe dovuto parlare prima. Non è la sua narrazione, ma l'incapacità del sistema di proporne una alternativa. Non è la sua forza, ma la fragilità di un ecosistema che ha smesso di pensare e ha iniziato a reagire.

E finché non si riconoscerà questo, continueremo a confondere il sintomo con la causa, il fenomeno con la struttura, l'individuo con il sistema. Continueremo a parlare di lui, quando dovremmo parlare di noi.



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