
I conti al primo sole: perché la vera economia che non teme svalutazioni è un investimento spirituale
SOUL | ABEL GROPIUS
Avete presente quelle mattine in cui il primo sole taglia la stanza prima che inizi il clamore del mondo, quel brusio — per me fastidioso — fatto di notifiche da smarcare, di scadenze che si rincorrono sulla superficie lucida dei nostri schermi e di quella strana, sottile ansia che ci impone di misurare il valore delle nostre giornate in base a quanto siamo stati produttivi, a quanti posizionamenti abbiamo conquistato, a quanta approvazione abbiamo saputo monetizzare o accumulare sotto forma di piccole gratificazioni digitali. È un'illusione ottica in cui siamo immersi fin da ragazzi, convinti come siamo — o come ci hanno educato a essere — che la vita sia un capitale tangibile da far fruttare, una traiettoria lineare dove ogni sforzo deve tradursi in un avanzamento di status, in un riconoscimento visibile, in una terra promessa che continuiamo a spostare un po' più in là, convinti che ci sarà sempre una stagione futura, un momento imprecisato e perfetto, in cui potremo finalmente fermarci a capire chi siamo al di là di quello che facciamo.
Eppure, la saggistica contemporanea ci ricorda continuamente che questa corsa a perdifiato altro non è che un gigantesco meccanismo di distrazione di massa, una performance continua che la sociologia dei nostri tempi definisce come la "società della prestazione", dove l'individuo diventa l'imprenditore di se stesso, costretto a ottimizzare ogni frammento del proprio tempo libero, della propria mente e persino dei propri affetti per non sentirsi escluso, per non sprofondare in quell'oblio sociale che tanto ci terrorizza. È la stessa menzogna dorata in cui era sprofondato l'Ivan Il'ič di Tolstoj, un uomo che aveva ottenuto tutto ciò che il suo tempo considerava invidiabile — una carriera impeccabile, una rispettabilità di facciata, un'esistenza perfettamente conforme alle aspettative altrui — e che solo davanti alla nudità della malattia si scopre tragicamente vuoto, costretto a riconoscere che quella che chiamava felicità era solo una recita costruita per ottenere l'applauso di un pubblico a cui, in fondo, non importava nulla di lui.
La morte, che la nostra cultura tende a nascondere come fosse un tabù o un bug del sistema, smette di essere un'astrazione e si trasforma nel più potente e spietato strumento di verità, l'unico specchio capace di disintegrare le gerarchie artificiali che costruiamo ogni giorno e di restituirci una misura diversa delle cose.
Lo ha raccontato mirabilmente anche Emmanuel Carrère quando, nel ritrarre gli ultimi giorni di sua madre — una delle figure più autorevoli e guardinghe della cultura europea, abituata a vivere con il contegno di chi non si lamenta mai — si accorge che attorno a quel letto d'ospedale, mentre l'umanità sembra sfilacciarsi, non restano i titoli accademici, non i riconoscimenti internazionali, ma una piccola, fragile storia familiare, un grumo di sguardi e silenzi che nessun curriculum potrà mai descrivere o trattenere dall'oblio. C'è un momento preciso, nella traiettoria di ogni esistenza, in cui ci si rende conto che il lavoro passa, il conto in banca passa, la fama sfuma come nebbia e persino i successi che oggi vi sembrano determinanti per definire il vostro posto nel mondo verranno assorbiti dal tempo, lasciando spazio a un'unica, fondamentale domanda: cosa resta quando togliamo tutto il rumore?
Resta un'economia invisibile, un mercato sotterraneo che non conosce inflazione, non subisce crolli in borsa e non si misura con gli algoritmi del nostro presente, ma con la qualità dei conti che riusciamo a fare con noi stessi quando siamo soli, magari seduti sotto un vecchio albero di famiglia che ha visto passare le generazioni e che ci ricorda quanto siamo piccoli, eppure interconnessi. Mio padre, che ha saputo vivere e morire da uomo felice, custodiva questa consapevolezza come un'eredità preziosa, la certezza che la terra ereditata o le fortune accumulate abbiano un senso solo se diventano un investimento spirituale, uno strumento per coltivare quel capitale umano che è l'unico vero argine contro la disintegrazione del nostro tempo.
Per capire come siamo arrivati qui bisogna attraversare la sociologia e la filosofia contemporanea come fossero mappe di un territorio in trasformazione: da Foucault, che ha mostrato come il potere moderno non si eserciti più attraverso la repressione ma attraverso la produzione di soggettività, a Beck e Giddens, che hanno raccontato l'individualizzazione delle biografie come destino della modernità avanzata, fino a Byung‑Chul Han, che ha descritto l'uomo della prestazione come un soggetto che si auto‑sfrutta credendo di realizzarsi, e che finisce per trasformare la libertà in un dovere e la possibilità in un obbligo.

Un filo invisibile attraversa le nostre stanze, si insinua nelle notifiche dei nostri telefoni e si deposita, silenzioso, sul fondo di ogni nostra scelta quotidiana, convincendoci che tutto ciò che siamo, che desideriamo o che non riusciamo a raggiungere sia esclusivamente farina del nostro sacco.
Se ci fermiamo un attimo a guardare la nostra vita, ci accorgiamo che nessuno oggi viene a dirci con la forza cosa dobbiamo fare della nostra giornata, eppure ci svegliamo ogni mattina inseguiti da una sottile e costante ansia da prestazione, come se dovessimo rispondere a un invisibile tribunale interno che valuta quanto siamo stati produttivi, quante pagine abbiamo studiato, quante storie abbiamo pubblicato o quanto siamo stati "resilienti" di fronte all'ennesimo imprevisto.
Questo cortocircuito non è un caso, ma il punto d'arrivo di una transizione storica profonda che tre grandi sguardi della sociologia e della filosofia contemporanea ci aiutano a decifrare, mostrandoci come siamo passati dalle catene visibili di un tempo a quelle invisibili, ma incredibilmente più pesanti, che ci costruiamo da soli ogni giorno.
1. Michel Foucault: Il potere che ti dice chi essere
Per capire come siamo finiti a monitorare costantemente noi stessi, dobbiamo fare un passo indietro con Michel Foucault, il quale ci spiega che il potere moderno non ha più la faccia feroce di un sovrano che punisce o che impone divieti dall'alto, ma si muove piuttosto come una nebbia fitta e invisibile che organizza gli spazi in cui viviamo, definisce ciò che è considerato "normale" o "sano" e finisce per modellarci dall'interno.
Non è un potere che ti costringe a fare qualcosa con la violenza, ma è un potere infinitamente più sottile che, attraverso le scuole, le metriche di valutazione, i social e i canoni estetici, ti educa a guardarti con i suoi stessi occhi, spingendoti ad auto-disciplinarti e a desiderare esattamente ciò che serve al sistema per continuare a funzionare. Il passaggio decisivo che Foucault ci svela è che il potere contemporaneo non si limita a controllarti, ma fa qualcosa di molto più radicale: non ti dice cosa fare, ti dice chi essere, lasciando poi che sia tu, in totale autonomia, a compiere tutte le scelte che lui ha già preconfezionato per te.
2. Beck e Giddens: la condanna a essere registi di se stessi
Qualche decennio dopo, Ulrich Beck e Anthony Giddens fotografano il momento in cui le vecchie bussole collettive — la famiglia patriarcale, l'appartenenza di classe, i percorsi di vita già tracciati dai nostri genitori — si sgretolano definitivamente, lasciandoci apparentemente liberi di scrivere la nostra storia su un foglio completamente bianco.
Questa liberazione dalle tradizioni, che sulla carta somiglia al trionfo dell'autonomia, si rivela ben presto un carico psicologico enorme: se la tua vita non è più un destino scritto da altri ma diventa un progetto interamente tuo, allora ogni singola scelta, dal percorso universitario alle relazioni personali, si trasforma in un investimento da pianificare, in un rischio da calcolare e in una responsabilità che ricade interamente sulle tue spalle.
In questa "società del rischio" in cui tutto è flessibile e precario, siamo condannati a una riflessività costante, costretti a reinventarci ogni giorno, a fare marketing di noi stessi e a fare da manager alla nostra stessa esistenza, scoprendo che questa tanto sbandierata libertà assomiglia sempre più a un faticoso dovere quotidiano.
3. Byung-Chul Han: l'auto-sfruttamento mascherato da libertà
Ed è esattamente a questo bivio che si inserisce la diagnosi spietata di Byung-Chul Han, il quale descrive l'approdo contemporaneo di questa parabola: il momento in cui il progetto individuale di Beck e Giddens incontra la produzione di soggettività di Foucault dentro l'arena del neoliberismo, partorendo quello che lui definisce "l'uomo della prestazione".
Oggi non abbiamo più bisogno di un padrone esterno che ci frusti o di un capo ufficio che ci controlli a vista, perché quel padrone lo abbiamo interiorizzato perfettamente: siamo noi stessi a imporci di performare, di essere felici a tutti i costi, di ottimizzare i tempi morti, di fare del nostro corpo e della nostra mente un tempio dell'efficienza, convinti che questa corsa al rialzo sia la nostra massima realizzazione personale.
In questa trappola invisibile, il verbo "dovere" è stato sostituito dal seducente verbo "potere" — un puoi che però non apre nuovi orizzonti di libertà, ma si trasforma nell'imperativo più feroce di tutti: se puoi fare tutto, allora devi fare tutto, e se per caso fallisci, se crolli sotto il peso della stanchezza o se ti ammali di burnout, la colpa non è del sistema, ma è solo ed esclusivamente tua, che non sei stato abbastanza forte, abbastanza organizzato o abbastanza resiliente.
E allora, è per questo inestimabile motivo, che bisogna necessariamente trovare un momento, nella vita di ogni generazione, in cui diventa importante fermarsi e guardare con lucidità il paesaggio che si ha davanti, non per descriverlo con le parole consunte che la società ripete da decenni, ma per provare a cogliere ciò che si muove sotto la superficie, ciò che cambia silenziosamente, ciò che trasforma la vita quotidiana in un campo di forze invisibili che orientano desideri, paure, ambizioni, e che finisce per modellare la nostra idea di futuro, di identità, di possibilità; e se oggi proviamo a compiere questo gesto di attenzione, ci accorgiamo che il mondo in cui i giovani crescono non è semplicemente un'evoluzione della modernità, ma un dispositivo culturale nuovo, un regime di verità che ha preso il nome di società della prestazione, un luogo in cui la vita non è più soltanto vissuta, ma continuamente misurata, valutata, ottimizzata, esibita.

Il neoliberismo, che molti continuano a interpretare come un semplice modello economico, è in realtà la matrice culturale che ha reso possibile questa trasformazione: non è solo deregolamentazione dei mercati, non è solo privatizzazione dei servizi, non è solo riduzione del welfare, ma è soprattutto una razionalità politica che chiede agli individui di diventare imprenditori di sé stessi, di investire continuamente sul proprio capitale umano, emotivo, relazionale, estetico, trasformando ogni gesto in un'occasione di miglioramento, ogni relazione in una risorsa, ogni fallimento in una colpa personale, ogni successo in una prova di valore.
In questo mondo, la competizione non è più un meccanismo economico, ma un principio antropologico: si compete a scuola, si compete nel lavoro, si compete nelle relazioni, si compete nella cura del corpo, si compete nella gestione del tempo libero, si compete persino nella capacità di essere felici, perché la felicità è diventata un indicatore di efficienza emotiva, un segnale di buona gestione del sé, un prodotto da mostrare come prova di equilibrio e maturità. E così, mentre la società celebra la libertà come valore supremo, gli individui vivono sotto la pressione costante di dover dimostrare di essere all'altezza, di non sprecare opportunità, di non rallentare, di non deludere, di non fallire.
La società della prestazione è questo: un luogo in cui la vita è trasformata in curriculum, il corpo in brand, la creatività in competenza, la vulnerabilità in difetto, il tempo libero in tempo utile, la relazione in networking, il desiderio in obiettivo, la spontaneità in strategia. È un mondo in cui la retorica manageriale ha invaso ogni ambito dell'esistenza, portando con sé parole come efficienza, merito, produttività, resilienza, obiettivi, risultati, che non appartenevano alla vita quotidiana ma che oggi definiscono il modo in cui ci percepiamo e ci raccontiamo.
E i giovani, che crescono dentro questo paesaggio, si trovano a vivere una condizione paradossale: da un lato sono la generazione più libera della storia, con accesso a informazioni, possibilità, strumenti, connessioni che nessuna generazione precedente ha mai avuto; dall'altro sono la generazione più esposta, più osservata, più giudicata, più chiamata a performare, più costretta a trasformare ogni scelta in un investimento, ogni talento in un progetto, ogni emozione in un contenuto da condividere, ogni fragilità in un ostacolo da superare rapidamente per non perdere terreno.
E allora accade qualcosa di nuovo: la pressione non arriva più dall'esterno, ma dall'interno. Non è il capo che controlla, non è l'istituzione che sorveglia, non è la famiglia che si impone; è l'individuo stesso che si auto‑valuta, si auto‑ottimizza, si auto‑sorveglia, si auto‑rimprovera, si auto‑motiva, si auto‑sfrutta. Il potere non dice più "devi", ma "puoi"; e proprio perché puoi, devi. La libertà diventa un imperativo. L'autonomia diventa un compito. La realizzazione personale diventa un obbligo morale.
In questo contesto, la fragilità non è più una condizione umana, ma un errore di progettazione del sé; il fallimento non è più un evento, ma una colpa; la pausa non è più un diritto, ma un rischio; la lentezza non è più una scelta, ma una minaccia. E così la società della prestazione produce una nuova forma di sofferenza: non quella che nasce dalla mancanza di possibilità, ma quella che nasce dall'eccesso di possibilità; non quella che deriva dall'oppressione, ma quella che deriva dalla libertà; non quella che nasce dal limite, ma quella che nasce dall'assenza di limiti.
Eppure, proprio dentro questa tensione, si apre uno spazio di possibilità: perché se la società della prestazione è un dispositivo culturale, allora può essere interrogato, criticato, trasformato; e se i giovani sono la generazione più esposta, allora sono anche la generazione più sensibile, più capace di percepire ciò che non funziona, più pronta a immaginare alternative, più disposta a costruire forme nuove di comunità, di relazione, di cura, di senso.
Forse il compito di questa generazione non è performare meglio, ma disinnescare l'imperativo della performance; non è competere più efficacemente, ma ridefinire ciò che vale; non è ottimizzare la vita, ma restituirle profondità; non è diventare imprenditori di sé, ma tornare a essere soggetti che vivono, che sentono, che sbagliano, che rallentano, che desiderano senza dover dimostrare nulla.
Perché la vera rivoluzione, oggi, non è fare di più, ma togliere pressione; non è accelerare, ma scegliere il ritmo; non è mostrarsi forti, ma accettare la vulnerabilità; non è performare, ma esistere.
Quindi ragazzi, non lasciatevi derubare del tempo per capire; non permettete che l'urgenza di apparire copra la necessità di essere, perché la traccia che lasciate negli altri – quell'invisibile ma potentissimo passaggio di amore e memoria – è la sola eredità che non andrà mai in perdita. Esistono persone che muoiono e svaniscono nel nulla dei loro beni materiali, e persone che, pur morendo, non verranno mai sconfitte dalla morte, perché hanno investito nell'unica moneta che supera il tempo: la capacità di aver amato, e di essere rimasti come radici profonde nel cuore di chi resta.
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