
Beto Val: l’anatomia del possibile
Durante la pandemia, mentre il pianeta si contraeva in un silenzio innaturale, Beto Val si ritrova circondato da vecchie illustrazioni di pubblico dominio. Non le cerca appositamente: gli capitano per caso tra le mani. E come spesso accade nelle storie che contano, l'incontro fortuito diventa un detonatore. Quelle immagini, nate per un'altra epoca e un'altra funzione, diventano per lui materia viva, una sorta di archivio emotivo da cui estrarre creature che non esistono ma che, inspiegabilmente, riconosciamo. Lo spartiacque è proprio questo, nella storia delle immagini in cui la realtà smette di essere un territorio e diventa un pretesto, quel punto — fragile, mobile, quasi impercettibile — è il luogo in cui lavora Beto Val. Non un illustratore, non un manipolatore di fotografie, non un semplice collage‑maker: piuttosto un anatomista del possibile, uno che seziona la normalità per mostrarne le vene segrete, le pulsazioni che non vediamo perché siamo troppo occupati a credere che il mondo sia già completo.
Il collage come atto metafisico
Il collage, nelle mani di Beto Val, non è una tecnica: è una domanda. Cosa succede quando un'immagine viene strappata dal suo destino? Cosa accade quando un frammento di passato viene innestato in un corpo che non gli appartiene? Che tipo di verità emerge quando la logica viene sospesa e sostituita da un'intuizione?
Ogni opera è una piccola metafisica visiva. Non racconta un mondo alternativo: racconta la possibilità che il nostro mondo sia già alternativo, solo che non ce ne accorgiamo. Le sue creature — animali con posture umane, figure ibride che sembrano uscite da un sogno di Darwin in piena febbre — non sono mostri. Sono specchi. Ci mostrano ciò che potremmo essere se smettessimo di credere che la realtà debba essere coerente.
Il collage diventa così un gesto filosofico: un modo per sabotare la tirannia del senso, per ricordarci che la logica è solo una delle tante forme di sopravvivenza mentale. E che l'immaginazione, quando non è decorativa ma radicale, è una forma di resistenza.
L'immaginazione come terapia, la terapia come rivoluzione
Beto Val inizia a creare per necessità: per respirare, per alleggerire il peso del quotidiano, per trovare un varco nella ripetizione dei giorni. Ma ciò che nasce come terapia diventa rapidamente un linguaggio. E quel linguaggio, una volta liberato, non può più essere contenuto.
La sua immaginazione non è evasione: è un ritorno. Ritorno a ciò che l'essere umano ha sempre fatto quando il mondo si restringe: inventare. Inventare per sopravvivere, per comprendere, per ridere, per non soccombere alla serietà del reale. Le sue opere sono giocose, sì, ma non innocue. Sono divertenti, ma non superficiali. Sono eccentriche, ma mai banali.
Dietro ogni creatura c'è una domanda sulla nostra identità, uno studio, una ricerca sulla nostra capacità di adattamento, sulla nostra relazione con il tempo. Il vintage che utilizza non è nostalgia: è archeologia contemporanea. È la prova che il passato non è mai passato davvero, che continua a offrirci materiali per immaginare il futuro.
Il digitale come ecosistema del surreale
I 318.000 follower su Instagram non sono un dato di popolarità: sono un fenomeno culturale. Significano che il surreale, oggi, è diventato un linguaggio collettivo. Che la nostra epoca — saturata di immagini, ma povera di immaginazione — ha bisogno di figure che rompano la continuità del visibile.
Beto Val non crea per l'algoritmo: crea contro l'algoritmo. Le sue opere non seguono la logica della viralità, e proprio per questo diventano virali. Sono un promemoria che l'immaginazione non è un ornamento, ma un muscolo. E che il digitale, quando non è solo consumo ma trasformazione, può diventare un luogo di rinascita estetica.
Perché Beto Val lascia un segno
Perché ci ricorda che il mondo non è finito. Che la realtà è un collage in attesa di essere ricomposto. Che l'assurdo non è un errore, ma una possibilità. Che la fantasia non è infantile, ma politica. Che l'ibrido non è una minaccia, ma una promessa.
Beto Val non ci mostra creature immaginarie: ci mostra la nostra capacità di immaginare. E in un'epoca che ha paura del futuro, questo è un atto rivoluzionario. Ed è allora, che davanti alle creature di Beto Val, accade qualcosa che va oltre l'estetica, oltre il gioco, oltre la sorpresa visiva. Accade una fenditura nel modo in cui percepiamo ciò che chiamiamo "reale". Perché se è vero che la realtà è un collage in attesa di essere ricomposto, allora ogni immagine di Beto Val non è soltanto un'opera: è un invito. Un invito a riconoscere che viviamo in un mondo che non è mai stato definitivo, che non è mai stato concluso, che non è mai stato interamente nostro.
Le sue figure ibride, i suoi animali con posture umane, le sue anatomie impossibili non ci chiedono di credere al surreale: ci chiedono di accettare che il surreale è già qui, infiltrato nelle pieghe del quotidiano, nelle contraddizioni che ignoriamo, nelle possibilità che non osiamo nominare. Ci ricordano che l'assurdo non è un incidente della ragione, ma la sua estensione naturale; che la fantasia non è un rifugio infantile, ma un dispositivo politico capace di scardinare ciò che abbiamo accettato per inerzia; che l'ibrido non è una minaccia alla purezza, ma la prova che la purezza non è mai esistita.
In questo senso, l'opera di Beto Val non è soltanto un esercizio di immaginazione: è una critica radicale alla nostra idea di identità, di ordine, di continuità. È un gesto che ci costringe a riconoscere che ciò che chiamiamo "normale" è solo la versione più comoda del possibile.
E che il possibile, quando viene liberato, quando viene lasciato respirare, quando viene permesso di deformare le immagini che credevamo stabili, diventa una forza trasformativa.
Perché il punto non è che Beto Val inventi creature che non esistono. Il punto è che ci mostra quanto siamo diventati incapaci di inventare noi stessi.
Le sue opere ci ricordano che la paura del futuro nasce sempre dalla mancanza di immaginazione. E che l'immaginazione, quando torna a essere un atto sovversivo, quando smette di essere decorazione e diventa interrogazione, quando non serve a distrarci ma a rivelarci, diventa una forma di libertà.
Ecco perché il suo lavoro lascia un segno inequivocabile: perché ci restituisce la responsabilità del possibile. Perché ci ricorda che il mondo non è finito, ma siamo noi che abbiamo smesso di guardarlo come se potesse ancora cambiare. Perché ci mostra che la realtà non è un destino, ma un materiale. E che il futuro, se deve esistere, avrà la forma di ciò che sapremo immaginare: la vertigine del possibile, la gioia dell'ibrido, la potenza dell'assurdo, e soprattutto la certezza che l'immaginazione — quando è radicale, quando è libera, quando è viva — non è un lusso, ma una rivoluzione.

BIOGRAFIA
Beto Val è un artista visivo ecuadoriano la cui pratica si sviluppa nel punto esatto in cui archivio, memoria e immaginazione smettono di essere categorie separate e diventano un unico organismo vivo. Il suo lavoro nasce dall'incontro con le immagini del passato — illustrazioni scientifiche, tavole botaniche, incisioni, fotografie d'epoca, materiali prodotti per classificare il mondo — e si compie nel gesto di sottrarle alla loro funzione originaria per trasformarle in qualcos'altro: un territorio di metamorfosi, un teatro di meraviglia, un luogo dove l'umano, l'animale e il vegetale convivono secondo una logica poetica che non appartiene alla natura, ma alla possibilità.
Il suo linguaggio visivo è definito da una tensione costante: da un lato la precisione compositiva, la cura formale, la disciplina del dettaglio; dall'altro la libertà immaginativa, l'intuizione, la capacità di lasciare che l'immagine si riveli da sé. Ogni collage è un organismo complesso in cui temporalità diverse, scale incompatibili e texture lontane si fondono in un'unica immagine organica. In questo gesto, Beto Val non si limita a reinterpretare l'archivio: lo riattiva. Lo restituisce come spazio vivo, instabile, aperto alla reinvenzione. Il passato, nelle sue opere, non è un deposito: è un campo di possibilità. La memoria non è un vincolo: è un materiale malleabile. La percezione quotidiana, attraverso le sue creature ibride, torna a essere permeabile al mistero.
Più che produrre immagini surreali, Beto Val propone un modo diverso di vedere. I suoi collage invitano lo spettatore a entrare in un territorio dove la logica razionale si allenta, dove la favola torna a essere un dispositivo di conoscenza, dove la metamorfosi non è un'eccezione ma una grammatica. In questo spazio, l'immagine recupera una dimensione ludica, emotiva, profondamente umana — una qualità che la cultura visiva contemporanea, spesso ossessionata dalla funzione e dalla velocità, tende a smarrire.
Il suo percorso artistico inizia durante la pandemia globale, quando il collage diventa per lui una forma di guarigione creativa, un modo per respirare in un tempo sospeso. Quella pratica intima si trasforma presto in un linguaggio prolifico, capace di attraversare confini e culture. Oggi le sue opere sono collezionate e ammirate in tutto il mondo: Stati Uniti, Messico, Spagna, Francia, Germania, Svizzera, Brasile, Regno Unito, Canada e oltre.
La sua presenza nel panorama internazionale è stata amplificata da piattaforme di arte e design come Colossal, Rubin Museum of Art, VisualFlood e Aatonau, e da una comunità digitale che supera i 310.000 follower, costruita in modo organico grazie alla forza immaginativa del suo universo visivo.
Parallelamente alla sua ricerca artistica, Beto Val ha collaborato con importanti brand globali, portando il suo linguaggio in territori inattesi: abbigliamento, copertine di libri, vinili, etichette di vino, illustrazioni editoriali, oggetti da collezione. Le sue immagini hanno attraversato il mainstream fino a raggiungere una delle vetrine più prestigiose: una copertina celebrata del New York Times Kids Edition.
Attualmente, Beto Val sta sviluppando nuovi progetti curatorali e collaborazioni artistiche con l'obiettivo di portare il suo universo visivo all'interno di musei e istituzioni culturali contemporanee nelle Americhe e in Europa. La sua ricerca continua a espandersi, mantenendo intatta la sua vocazione originaria: trasformare l'archivio in immaginazione, la memoria in possibilità, l'immagine in un luogo dove il mondo può essere visto — finalmente — con occhi nuovi.
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C'è una parola, in Giappone, che sembra custodire un'intera visione del mondo dentro un gesto minuscolo, quasi impercettibile, una parola che non pretende di essere tradotta perché sa che ogni lingua porta con sé un modo diverso di respirare la realtà. 思いやり — Omoiyari — significa immaginare ciò che l'altro prova prima ancora che sia costretto a...




