Giulia Soldati: la mano che restituisce al cibo la sua verità materiale

19.05.2026



C'è una linea sotterranea che attraversa tutto il lavoro di Giulia Soldati e che non riguarda né la cucina né il design nel senso disciplinare del termine, ma un'idea più radicale di conoscenza, perché parte dal presupposto che il cibo non possa essere compreso attraverso la distanza dello sguardo o la mediazione degli strumenti, ma solo attraverso un contatto diretto che riporta la mano al centro del processo percettivo e cognitivo, trasformando la tattilità in un linguaggio capace di restituire agli ingredienti la loro storia, la loro provenienza, la loro geografia culturale, e dunque la loro verità materiale, che è sempre una verità politica prima ancora che gastronomica. 



Giulia Soldati e la restituzione tattile del cibo

C'è un gesto che precede ogni cultura materiale: toccare. Prima ancora di codificare ricette, apparecchiare tavole, progettare utensili, l'essere umano ha conosciuto il cibo attraverso la mano. È da questa evidenza primordiale che si muove la ricerca di Giulia Soldati, designer milanese che da anni indaga il rapporto tra corpo, materia e rituali alimentari. La sua Contatto Experience — presentata anche nell'ambito di Food Revolution 5.0 al Kunstgewerbemuseum di Berlino — non è una performance gastronomica, ma un dispositivo percettivo: un invito a disarmare la distanza che utensili e convenzioni hanno costruito tra noi e ciò che mangiamo.

Giulia lavora sul limite tra design e coreografia. Le sue esperienze non chiedono allo spettatore di osservare, ma di partecipare: di lasciarsi guidare in una sequenza di gesti che riattivano il tatto come senso conoscitivo, non accessorio. Eliminare posate e piatti non è un vezzo performativo, ma diventa un atto politico: significa sottrarre il cibo alla neutralizzazione estetica dell'oggetto-servito e restituirlo alla sua verità materiale, con le sue temperature, consistenze, resistenze, fragilità. Il corpo diventa utensile, ma anche misura, filtro, linguaggio.

Nelle sue pratiche — che spaziano dalla progettazione di strumenti ibridi alla costruzione di situazioni conviviali radicali — Soldati interroga ciò che diamo per scontato: perché mangiamo come mangiamo? Quali gesti consideriamo "appropriati"? Quali sensazioni abbiamo disimparato? La mano, nella sua visione, non è un sostituto della posata: è un medium epistemologico, capace di restituire al cibo una dimensione affettiva e sensoriale che la cultura occidentale ha progressivamente sterilizzato.

La Contatto Experience funziona così: non come spettacolo, ma come ri-educazione percettiva. I partecipanti vengono guidati in un percorso che risveglia i sensi, li costringe a rallentare, a prestare attenzione, a negoziare con la materia. Ogni boccone diventa un micro-rituale, ogni gesto un atto di consapevolezza. Il risultato non è solo un diverso modo di mangiare, ma un diverso modo di stare: più vulnerabile, più curioso, più presente.

Tra immagine, contenuto e superficie di cui siamo anche stanchi, la considerazione e la inedita prospettiva del cibo di Giulia Soldati ci propone finalmente l'opposto: un ritorno al contatto come forma di conoscenza. Non nostalgia, ma riconfigurazione. Non regressione, ma apertura all'antico, all'atavico. Il suo lavoro ci ricorda che il design non è solo ciò che progettiamo, ma anche ciò che disimpariamo; che l'esperienza gastronomica non è solo gusto, ma relazione; che il corpo, quando gli viene restituito il suo ruolo, è ancora il nostro strumento più sofisticato rispetto ai suppellettili che utilizziamo per convenzione sociale.


Un atteggiamento culturale che complica il ragionamento attraverso una pratica che non cerca scorciatoie concettuali, ma insiste sulla necessità di un contatto diretto con la materia, perché solo attraverso quel contatto è possibile comprendere davvero ciò che il cibo rappresenta, e perché la mano, nel suo gesto primario, non è mai un semplice strumento, ma un modo di pensare e di concepire il cibo. 



Giulia Soldati, classe 1990, nata a Vanzago alle porte di Milano, appartiene a quella generazione di progettisti che non hanno più bisogno di difendere la legittimità del food design perché ne incarnano una versione che non ha nulla a che fare con la spettacolarizzazione gastronomica o con l'estetica dell'impiattamento, ma che si radica invece in una ricerca sulla materia, sulle pratiche sociali, sulle forme di conoscenza che il corpo produce quando entra in contatto diretto con ciò che mangia. La sua formazione alla NABA in design del prodotto e, soprattutto, il master in Social Design alla Design Academy di Eindhoven non sono semplici passaggi accademici ma i luoghi in cui prende forma un'idea precisa: il cibo non è un oggetto da rappresentare, ma un sistema complesso di relazioni che può essere compreso solo attraverso un coinvolgimento sensoriale totale, in cui la mano diventa il primo strumento di indagine.

Il passaggio da Milano all'Olanda, con Amsterdam come base di lavoro, non è una fuga né un esilio creativo, ma l'estensione naturale di una ricerca che richiede contesti aperti, capaci di accogliere pratiche ibride che oscillano tra design, antropologia, performance e pedagogia. E tuttavia il legame con l'Italia resta costante, non per nostalgia ma perché la cultura alimentare italiana, con la sua attenzione alla materia prima, alla semplicità, alla riconoscibilità degli ingredienti, costituisce un terreno fertile per interrogare il rapporto tra corpo e cibo, tra gesto e conoscenza, tra tradizione e sperimentazione. Le social dinners e gli eventi che Giulia Soldati ha realizzato negli ultimi anni a Milano non sono episodi isolati, ma momenti in cui questa ricerca si confronta con un pubblico che riconosce nel cibo un elemento identitario e che, proprio per questo, può essere messo in discussione attraverso un approccio tattile che scardina le abitudini consolidate.

Il suo avvicinamento al food design durante la tesi di laurea non nasce da un interesse per la gastronomia in sé, ma da un'intuizione metodologica: il cibo è un materiale che obbliga a ripensare il ruolo del corpo nel processo progettuale. Non si tratta di teorizzare il tatto, ma di usarlo come strumento di conoscenza, perché solo toccando gli ingredienti è possibile comprenderne la consistenza, la temperatura, la fragilità, e quindi la loro storia agricola, culturale e sociale. Questo approccio, che privilegia la ricerca e la creatività rispetto alla teoria astratta, diventa la base di un lavoro che considera il cibo come un medium capace di generare conversazioni tra culture e mondi differenti, non attraverso la retorica dell'incontro ma attraverso la condivisione di una materia che passa di mano in mano e che, proprio in questo passaggio, costruisce relazione.

La fondazione di Contatto Experience nel 2016 rappresenta il momento in cui questa visione si traduce in un dispositivo concreto: non una cena performativa, non un esercizio estetico, ma un ambiente in cui il gusto viene esteso al tatto e in cui la mano diventa il luogo in cui si produce una pre‑esperienza del cibo, una conoscenza immediata che precede l'ingestione e che modifica la percezione stessa di ciò che si mangia. L'eliminazione delle posate e degli strumenti non è un gesto provocatorio, ma la conseguenza logica di un'idea: la distanza che la modernità ha costruito tra corpo e cibo è una distanza cognitiva prima ancora che fisica, e solo riducendola è possibile recuperare consapevolezza. Le reazioni dei partecipanti non sono mai di imbarazzo ma di curiosità, perché il tatto, una volta riattivato, produce una forma di convivialità che non è mediata dalla performance ma dalla condivisione di un gesto primario.

Il lavoro di Soldati sulla mano, sulla sua anatomia, sulle posizioni che può assumere per accogliere un ingrediente, non è un esercizio formale ma un'indagine sulla relazione tra materia e gesto. La mano non è un utensile neutro: è un organo complesso, capace di percepire consistenze, temperature, resistenze, e quindi di anticipare il gusto attraverso una pre‑lettura sensoriale che modifica l'esperienza complessiva del cibo. Questa attenzione alla mano come dispositivo cognitivo si intreccia con riferimenti che vanno dalla coreografia alla scrittura teatrale, perché ogni eating experience è costruita come una sequenza ritmica, con un inizio, uno sviluppo e una fine, scanditi da gesti che non sono mai casuali ma che definiscono il modo in cui il cibo viene percepito.

Il fatto che Giulia Soldati citi Ferran Adrià come riferimento non riguarda la cucina molecolare, ma il metodo: la costruzione di un processo creativo fatto di schizzi, schemi, annotazioni, appunti, che permette di trasformare il cibo in un campo di ricerca e non in un semplice oggetto da servire. È questo metodo che le consente di affrontare anche contesti critici, come il periodo del Covid, in cui la necessità di ripensare la convivialità porta alla creazione di spazi protetti che non rinunciano alla relazione ma la riformulano.

Ciò che rende il lavoro di Giulia Soldati rilevante oggi non è la sua capacità di innovare il food design, ma la sua insistenza nel riportare il cibo alla sua verità materiale, nel ricordare che ciò che mangiamo non è un'immagine da condividere ma una materia che ci attraversa, che ci nutre, che ci mette in relazione con territori, filiere, culture. La sua pratica non cerca scorciatoie narrative, non costruisce estetiche seduttive, non produce oggetti: produce consapevolezza. E lo fa attraverso un gesto semplice e radicale: toccare per capire.




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