La capacità di sentire gli altri come fondamento civile

20.05.2026

EDITORIALE | ABEL GROPIUS


Non vale nessun like, nessun commento, nessuna delle micro‑gratificazioni che abbiamo imparato a scambiare per relazioni: vale soltanto la capacità di sentire gli altri, di immedesimarsi nelle loro fragilità, nelle loro proprietà interiori, nelle loro zone d'ombra e di luce, e soprattutto vale la disciplina — perché di disciplina si tratta — di istruirsi a farlo costantemente, come un esercizio quotidiano di manutenzione civile. È questo il punto che oggi dovremmo avere il coraggio di affermare senza esitazioni: la nostra epoca non soffre di mancanza di informazioni, ma di mancanza di percezione; non di scarsità di opinioni, ma di incapacità di ascolto E DI SENTIRE PROFONDAMENTE; non di povertà di linguaggi, ma di povertà di attenzione.

Viviamo un tempo in cui la reazione ha sostituito la riflessione, in cui l'immediatezza ha divorato la profondità, in cui la visibilità ha preso il posto della responsabilità. Eppure, ogni volta che un individuo riesce a sospendere il proprio centro, a decentrare il proprio sguardo, a lasciarsi andare e consegnare spazio all'altro senza trasformarlo in un pretesto per confermare se stesso, accade qualcosa che ha il valore di un atto rigenerante: si ristabilisce la possibilità di una comunità vera. Perché la comunità non nasce dall'accordo, ma dal riconoscimento dell'altro; non dalla somiglianza, ma dalla capacità di sostenere la differenza senza temerla.

Immedesimarsi non significa appropriarsi dell'altro, né parlare al suo posto, né trasformare la sua esperienza in un ornamento morale. Significa accettare che esistono mondi che non ci appartengono e che tuttavia ci riguardano; significa comprendere che la vulnerabilità non è un difetto da correggere, ma un linguaggio da imparare; significa riconoscere che ogni persona porta con sé una geografia emotiva che non può essere attraversata con la superficialità di un gesto rapido, ma richiede lentezza, cura, disponibilità a lasciarsi modificare.

E qui sta il monito: senza questa capacità di sentire gli altri, nessuna società può dirsi civile. Possiamo costruire infrastrutture, produrre innovazione, moltiplicare connessioni, ma se non siamo in grado di percepire la vita che scorre fuori da noi, tutto si riduce a un esercizio di potere senza etica, a un rumore di fondo che confonde la comunicazione con la relazione, la presenza con la performance, la solidarietà con la retorica.

La verità è che l'empatia non è un sentimento, è una forma di conoscenza. E come ogni forma di conoscenza richiede studio, rigore, allenamento. Richiede la volontà di sottrarsi alla tentazione del giudizio immediato, di sospendere la propria centralità, di accettare che l'altro non è un'estensione del nostro io ma un territorio autonomo che merita rispetto. Richiede, soprattutto, la capacità di riconoscere che la nostra libertà non è mai solo nostra: è intrecciata, condivisa, dipendente dalla libertà degli altri.

Per questo oggi, più che mai, dovremmo ricordarci che la civiltà non si misura dalla quantità di opinioni che produciamo, ma dalla qualità dell'attenzione che sappiamo dedicare. Non si misura dalla forza con cui difendiamo le nostre posizioni, ma dalla delicatezza con cui ci avviciniamo alle posizioni altrui. Non si misura dalla velocità con cui reagiamo, ma dalla profondità con cui comprendiamo.

Il monito è semplice e radicale: o impariamo a sentire gli altri, o smettiamo di essere una società.



A tal proposito, vi consiglierei di leggere "L'ordine del cuore. Etica e teoria del sentire" di Roberta De MonticelliPerché proprio questo? Perché è il libro che più di tutti sostiene — con rigore filosofico, dati, esempi storici e una lucidità disarmante — l'idea che la capacità di sentire gli altri non è un lusso emotivo, ma una competenza politica, una condizione necessaria per la democrazia, per la giustizia, per la convivenza.

Il «sentire» che Roberta De Monticelli osserva in questo saggio è componente fondamentale della nostra affettività, esplorata nelle diverse manifestazioni: dalle infinite sfumature affettive della percezione sensoriale alla vicenda degli stati d'animo, dagli umori alle emozioni, dai sentimenti alle passioni... Ricondurre questi fenomeni all'interno di una visione d'insieme significa anche cominciare a tracciare una personologia, ovvero una teoria di ciò che siamo. Per condurre la sua analisi, Roberta De Monticelli esplora lo stato della ricerca filosofica per intraprendere poi quella «riduzione all'essenziale» di marca fenomenologica al termine della quale si potrà affrontare il tema dell'indifferenza morale e della banalità del male. 

De Monticelli afferma che senza empatia non esiste cittadinanza, non esiste responsabilità, non esiste comunità. Esattamente il cuore di questo editoriale. Buona lettura!



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