L’impero del fango e la corte dei miracoli: l'apoteosi del circo di massa

09.10.2026

CULTURAL MEDIA | SCRITTO DA ABEL GROPIUS


In questo bislacco e grottesco teatro che chiamiamo Repubblica, la convergenza tra la spavalderia mercificata di un impresario del pettegolezzo giudiziario e la rigidità dogmatica di un generale reazionario convertito in profeta da autogrill non rappresenta affatto una bizzarria della cronaca, bensì il coronamento più squisitamente logico d'una decadenza culturale e civile studiata a tavolino. Quando le istituzioni perdono ogni patina di sacralità e il dibattito si liquida nella logica dell'algoritmo, la politica smette di essere governance e diventa pura attrazione da baraccone. Questa unione non nasce né dall'affinità di visione né dal dovere del servizio pubblico, ma da un calcolo luciferino: la consapevolezza che esista una riserva inesauribile di frustrazione popolare e di sacche deboli nonché ignoranti pronte a farsi incantare dal primo pifferaio magico che promette rivalsa e vendetta. 



Si manifesta qui quell'incredibile capacità d'inquadrare il peggio dell'animo umano, la virtuosa arte di fare cassa sul declino cognitivo di una moltitudine che Pasolini avrebbe riconosciuto al primo sguardo. L'italiano medio di oggi — non più quello borghese del dopoguerra, ma il suo erede iper-connesso e "analfabetizzato di ritorno" — non chiede verità, ma sollievo; non cerca programmi complessi, ma capri espiatori a buon mercato. La proposta politica di questa eccentrica unione non deve fare i conti con la realtà o con le promesse mantenute: vive di puro adescamento emotivo. È il riscatto dei mediocri guidato da chi ha capito che la massa, pur di non fare la fatica del pensiero critico, è disposta ad applaudire persino il proprio carnefice, purché alzi la voce, urli contro un nemico inventato e ostenti la stessa viscerale insofferenza verso le regole del vivere civile. C'è inoltre una profonda e dolorosa continuità ontologica tra la merce e lo spettro, una trama invisibile che lega l'esibizione del corpo violato alla liturgia della retroguardia. Quando la forma della politica si riduce a mero espediente spettacolare, l'incontro tra figure apparentemente eterogenee non risponde alla logica del confronto dottrinale, ma al rigido determinismo della moneta visiva. Non vi è alcuna rottura epistemologica nel vedere convergenti la provocazione mercificata di Fabrizio Corona e la reazione codificata di Roberto Vannacci; vi è, al contrario, la perfetta attuazione di quella che Guy Debord definì la società dello spettacolo giunta al suo stadio integrato. La promessa elettorale, in questo orizzonte, non è una dichiarazione d'intenti, né un contratto sociale nell'accezione di Jean-Jacques Rousseau, ma un dispositivo simulacrale, una finzione la cui efficacia non si misura sulla veridicità dei contenuti, ma sulla capacità di catalizzare la pulsione e il desiderio inconscio delle masse.


Per comprendere l'essenza di questa alleanza imperfetta occorre prima smantellare l'illusione dell'ideologia. Il volume scritto dal generale, accolto da vasti settori popolari come un breviario di riscatto e verità, condivide con la prosa scandalistica della cronaca rosa la medesima struttura formale: la riduzione del reale a un dualismo manicheo, rozzo e rassicurante. Come già dimostrato da Theodor Adorno e Max Horkheimer nella loro analisi dell'industria culturale, la merce ideologica destinata al consumo di massa deve necessariamente fondarsi sulla semplificazione concettuale e sul soddisfacimento d'impulsi regressivi. Il testo non vive della propria coerenza intrinseca — giacché, sotto la lente d'una critica immanente, esso si svela per ciò che è: una stratificazione di luoghi comuni e aporie — bensì dell'eco che produce nel vuoto critico di un pubblico storicamente e culturalmente deprivato.

Quale supremo sarcasmo riserva dunque la storia a chi osserva questa grottesca armata con un briciolo di lucidità? La triste certezza che il successo di questo sodalizio sia già garantito in partenza, non a dispetto della sua evidente vacuità, ma precisamente in virtù di essa. 


I voti di milioni di allocchi affluiranno copiosi nelle urne, pronti ad appioppare a questi avventurieri della visibilità gli agognati scranni del potere. Lì, al riparo dalle tempeste del lavoro reale e dalle noie della vita ordinaria, essi potranno finalmente godersi la rendita di posizione, smentendo con glaciale disinvoltura ogni singola idiozia promessa in campagna elettorale. Starete a vedere: il pubblico rimarrà ancora una volta tradito e a mani vuote, ma si consolerà preparando già la claque per lo spettacolo successivo. 



Ciò che anima i protagonisti di questo proscenio non è una genuina fede messianica, né un genuino afflato riformatore, bensì una manifesta e vorace mania di grandezza, intesa nel senso clinico e filosofico di una compensazione narcisistica dell'angoscia di castrazione politica. Entrambi hanno compreso, con un pragmatismo che confina con il più cinico machiavellismo, che l'accesso al potere formale e ai privilegi economici dell'istituzione e del potere conferito dalle masse non richiede più l'elaborazione di una complessa teoria della giustizia, come chiedeva John Rawls, né la militanza nei ranghi d'un partito d'integrazione sociale.


È sufficiente individuare il giacimento del risentimento collettivo e provvedere alla sua costante estrazione e raffinazione, trasformando la frustrazione individuale in capitale politico ed economico.


L'obiettivo primario di questa operazione rimane squisitamente parassitario: l'occupazione degli scranni parlamentari quale rifugio esistenziale dalla fatica del lavoro alienato. Marx, nel Diciotto Brumaio di Luigi Bonaparte, svelava come la sottile arte della demagogia consista proprio nel mobilitare le frange più eterogenee ed egoistiche della società per garantire a una cricca di avventurieri il parassitismo di Stato. L'ambizione dichiarata di comandare affrancandosi dall'obbligo della produzione quotidiana rispecchia il sogno regressivo d'una classe dirigente improvvisata, la quale scorge nella cosa pubblica non un dover essere o un ethos repubblicano, ma una rendita di posizione, un feudo da cui attingere risorse senza dover mai rispondere della qualità dell'opera svolta. 



Questo fenomeno trova il suo terreno di coltura nella categoria pasoliniana del "piccolo borghese" e dell'italiano medio. Pier Paolo Pasolini, nelle sue Lettere luterane e negli Scritti corsari, aveva lucidamente individuato la metamorfosi antropologica prodotta dal neocapitalismo: la sostituzione del vecchio fascismo clericale e contadino con un fascismo edonistico e consumista, ancor più totalitario perché insediato nella mente e nei desideri del popolo. 

L'italiano medio non è semplicemente un dato statistico, ma una postura dello spirito, un soggetto caratterizzato da un profondo analfabetismo emotivo e funzionale, perennemente oscillante tra il servilismo verso il forte e la sopraffazione verso il debole, sempre pronto a invocare la frusta di un'autorità mitizzata per medicare la propria impotenza.


UNA RIFLESSIONE


L'evocazione dell'ombra mussoliniana, che riaffiora periodicamente nella pancia di questo corpo elettorale, non deve essere interpretata come una fedele aderenza al programma del fascismo storico del 1919 o del 1925. Si tratta, semmai, di un "arcaismo di ritorno", per usare un'espressione cara a Ernst Bloch. È il desiderio irriflesso di un Padre mitico e punitivo, capace di spazzare via la complessità del presente mediante l'uso arbitrario della forza. La nostalgia che muove questi settori della popolazione non è memoria storica — la quale richiederebbe la fatica del ricordo e della comprensione — ma una rimozione della storia stessa, un rifugio consolatorio verso un passato stilizzato in cui l'ordine gerarchico risparmiava all'individuo il peso spaventoso della libertà e della scelta etica.

In questo contesto, la nozione di degrado della coscienza civile diventa il bacino di utenza privilegiato del nuovo marketing politico. La modernità liquidata da Zygmunt Bauman genera inevitabilmente una vasta moltitudine di scarti sociali e di individui smarriti, privi di strumenti d'interpretazione del reale. 

Chi si rivolge a questo pubblico non intende elevarne la condizione culturale o emanciparlo dal bisogno, bensì cristallizzarne la miseria morale. La demagogia contemporanea non educa, non emancipa; essa adula il peggio dell'uomo, santifica l'ignoranza e trasforma il livore in virtù civica, garantendosi così una fedeltà elettorale incrollabile e priva di pretese critiche.


La certezza che le promesse elettorali verranno puntualmente disattese non costituisce un ostacolo al successo di questa impresa, ma ne è, paradossalmente, la condizione di possibilità. Nella sociologia del potere descritta da Max Weber, il capo carismatico o il demagogo mediatico non vengono giudicati dai loro seguaci sulla base dell'efficacia amministrativa o dell'aderenza ai fatti. Il patto stipulato tra il leader e la massa è di natura catartica, non contrattuale: al pubblico non interessa l'attuazione pratica del programma, bensì la messa in scena della vendetta simbolica contro i presunti "poteri forti", le minoranze o le élite intellettuali. Il fallimento operativo della promessa verrà sempre imputato a un complotto esterno, alimentando un circolo vizioso di permanente vittimismo.

Si assiste qui alla compiuta fusione tra la società dello scandalo e la società del risentimento. Fabrizio Corona incarna il principio dell'esibizionismo cinico, la dimostrazione vivente che ogni norma può essere violata se il prezzo della trasgressione genera profitto e notorietà; Roberto Vannacci rappresenta la reazione normalizzante e securitaria che rivendica la tradizione come scudo contro la fluidità del presente. Apparentemente opposti, i due dispositivi si integrano perfettamente: l'uno crea il caos e la provocazione, l'altro offre la rigidità del dogma. Entrambi, tuttavia, condividono la medesima grammatica: l'assenza di pudore logico, il primato dell'urlo sulla parola, la spettacolarizzazione del conflitto.

La tecnica d'impianto di questo consenso non richiede una maggioranza assoluta o consapevole, ma la strutturazione di una minoranza rumorosa e disciplinata dal risentimento. Come osservava Hannah Arendt ne Le origini del totalitarismo, i movimenti di massa si nutrono dell'isolamento degli individui e dell'atomizzazione sociale. Non occorre mobilitare l'intero corpo sociale; è sufficiente intercettare quel segmento di popolazione che ha dismesso ogni speranza nel futuro e trasformarlo in un blocco elettorale compatto. L'algoritmo delle piattaforme digitali lavora precisamente in questa direzione: polarizza, isola le bolle d'opinione e premia l'emozione primaria, rendendo la riflessione articolata un relitto del passato.

Il vero dramma della democrazia rappresentativa nell'era post-moderna consiste nell'eclissi della complessità. Quando la polis rinuncia al dibattito fondato sulle evidenze e sulle argomentazioni razionali per consegnarsi alla logica dello slogan, la politica smette di essere l'arte del governo comune e si tramuta in un'arena gladiatoria. L'insofferenza verso la mediazione istituzionale e il sapere specialistico non è un segno di maturità democratica o di sovranismo popolare, ma il sintomo d'una regressione infantile, in cui il cittadino scambia la propria impazienza per un diritto e la pancia per l'organo della decisione politica.

Il richiamo a Pasolini si fa qui drammaticamente urgente. Quando il poeta friulano denunciava la scomparsa delle lucciole e l'omologazione culturale degli italiani, non rimpiangeva un'idilliaca civiltà contadina per mero spirito reazionario; scorgeva con decenni di anticipo la mutazione antropologica di un popolo che, perso il legame con la propria storia e con le proprie radici etiche, si sarebbe consegnato a qualunque forma di edonismo o di autoritarismo spettacolare. Il consumismo pasoliniano ha prodotto un vuoto d'anima che oggi viene riempito dalle macerie dell'ideologia, da simulacri d'autorità che vendono l'illusione della sicurezza a prezzo della dignità critica.

Se dunque un giorno questi soggetti dovessero condividere il medesimo proscenio e raccogliere il consenso necessario per accedere agli scranni del potere, l'evento non dovrebbe essere analizzato con le categorie dell'eccezione o dell'incidente della storia. 

Esso sarebbe la logica, inesorabile conseguenza di un processo di de-politicizzazione durato decenni. Non vi è alcun mistero nella tattica dei demagoghi; il vero enigma risiede nella disponibilità del corpo sociale a lasciarsi ingannare, nella volontaria servitù teorizzata da Étienne de La Boétie, per cui gli uomini combattono per la propria schiavitù come se si trattasse della loro salvezza.

Non bisogna dunque farsi lusingare dall'indignazione di maniera o dalla protesta superficiale. La denuncia delle bassezze morali dei singoli attori politici è un esercizio sterile se non si accompagna a una spietata anatomia del pubblico che li sostiene. I leader sono spesso semplici specchi deformanti che restituiscono alla massa l'immagine dei suoi desideri inconfessati, delle sue paure inespresse, della sua profonda pigrizia mentale. Condannare il demagogo senza interrogarsi sulle ragioni strutturali che rendono il suo discorso desiderabile significa rimanere prigionieri dello stesso gioco di prestigio che si pretende di svelare.

Guardare la platea anziché il pulpito rimane l'unico atto filosofico radicale ancora possibile. È nell'eco dell'applauso che si misura il grado di decadenza di una civiltà; è nella facilità con cui la massa accoglie la promessa irrealizzabile che si prepara il crollo delle garanzie democratiche. L'alleanza tra lo spettacolo della provocazione e la mercificazione dell'identità non è che il sintomo visibile d'una ferita più profonda: la rinuncia collettiva al pensiero critico. 

Finché l'italiano medio continuerà a preferire l'illusione d'un riscatto a buon mercato alla fatica della responsabilità civile, il palcoscenico continuerà a popolarsi di attori pronti a monetizzare il disastro, lasciando la polis vuota di senso e preda dei suoi spettri più cupi.



Share