
L’illusione del ritorno: perché il fascismo storico è solo un fantasma del passato
EDITORIALE | ABEL GROPIUS
Il tempo storico non procede lungo un binario che consente inversioni di marcia o ritorni alla stazione di partenza. Pretendere che le forme politiche del Novecento possano ripresentarsi identiche a se stesse nel XXI secolo significa cadere in un abbaglio prospettico: il passato, quando riaffiora nel presente fuori dal suo tempo, si spoglia della propria sostanza originaria per trasformarsi in un simulacro, un'ombra spettrale svuotata di reale forza fondativa.
La memoria di chi ha attraversato il Ventennio — come la testimonianza delle tante Carmen che vissero sulla propria pelle la violenza simbolica e materiale dell'infanzia incanalata nelle divise di regime — ci ricorda cosa sia stato davvero il totalitarismo storico. Non un'opzione estetica o una provocazione folcloristica, ma un nesso organico e pervasivo tra coercizione statale, soppressione radicale di ogni pluralismo e manipolazione dell'uomo. Era la costruzione dello "Stato etico", sorretto da una società di massa industriale, fortemente coesa attorno a miti nazionali e strutture verticistiche. Oggi, i periodici raduni nostalgici o le esibizioni di simbolismo passatista — dalle adunate di Predappio alle cronache di Pietramurata — si collocano in un contesto sociologico radicalmente opposto. Le coordinate materiali, economiche e culturali che permisero l'ascesa dei regimi totalitari tra le due guerre sono irrimediabilmente tramontate.

C'è un punto essenziale che sfugge tanto ai nostalgici quanto ai catastrofisti: ciò che oggi chiamiamo "ritorni" del fascismo non è il fascismo. È un'altra cosa, più debole e più rumorosa, più visibile e meno pericolosa nella sua struttura, ma sintomatica di un disagio profondo. Le adunate di Predappio, le coreografie di Pietramurata, le liturgie di un passato imbalsamato non sono la riemersione di un progetto politico totalitario: sono la rappresentazione di un vuoto. Perché il fascismo storico fu un dispositivo di potere calato dentro una società di massa disciplinata, gerarchica, fordista, capace di mobilitare milioni di individui attraverso un apparato statale centralizzato, un'economia autarchica e un immaginario collettivo costruito per saturare ogni spazio della vita. Quel mondo è finito. Le condizioni materiali che lo resero possibile — la verticalità sociale, la semplificazione identitaria, la possibilità stessa di un controllo totale — sono evaporate in una contemporaneità frammentata, iper-connessa, globalizzata, dove l'individuo è nodo di reti multiple e non ingranaggio di una macchina nazionale.
Per questo le manifestazioni nostalgiche non possono più essere lette come anticamera di un nuovo totalitarismo, ma come fenomeni subculturali che usano i simboli del passato per reagire all'anomia del presente. Non c'è più lo Stato che può farsi totalitario: le democrazie costituzionali sono architetture complesse, multilivello, intrecciate con vincoli sovranazionali, mercati globali, interdipendenze economiche che rendono impossibile la chiusura autarchica del Novecento. E non c'è più la società che può essere plasmata dall'alto: la massa è diventata moltitudine, la disciplina si è dissolta nell'individualizzazione, la propaganda si è frantumata in milioni di micro-narrazioni digitali. Ciò che resta, allora, è un folklore identitario che tenta di ricostruire un senso di appartenenza attraverso feticci del passato, un modo per dare forma a un disagio che non trova linguaggi nuovi e si rifugia in quelli vecchi.
Il punto politico, però, non è minimizzare questi fenomeni, né amplificarli. È comprenderli per ciò che sono: segnali di una crisi di senso che attraversa la democrazia contemporanea. Non il ritorno del fascismo, ma l'incapacità del presente di offrire orizzonti simbolici altrettanto potenti. In questo scarto si inserisce la nostalgia: non come progetto, ma come estetica; non come ideologia, ma come rifugio. Ed è proprio qui che si apre il terreno dell'analisi: capire perché una parte della società preferisce immaginare un passato che non ha mai vissuto piuttosto che affrontare un futuro che non riesce a decifrare. Perché la politica, svuotata di visione, lascia spazio a mitologie residuali. Perché la memoria, quando non è coltivata, diventa superstizione.
Partendo da queste considerazioni possiamo allora spingerci oltre: interrogare la fragilità delle democrazie, la solitudine sociale prodotta dall'individualismo, la trasformazione dei conflitti in estetiche tribali, la necessità di ricostruire un immaginario civile capace di competere con le scorciatoie nostalgiche. E può trovare nel lavoro di Montanari — nella sua genealogia del male, nella sua ricostruzione filologica delle continuità culturali — una lente per comprendere non il ritorno del fascismo, ma la persistenza delle sue ombre. Ombre che non governano più, ma che continuano a sedurre. Ombre che non costruiscono Stato, ma che alimentano identità. Ombre che non progettano il futuro, ma che infestano il presente quando il presente non sa più raccontarsi.
L'EDITORIALE
Il simulacro e la voragine. La crisi di senso della democrazia contemporanea
Il tempo non è una linea retta che si ripete identica a se stessa, ma un abisso di trasformazioni in cui le forme del passato, quando riaffiorano nel presente, perdono la loro carne storica per ridursi a simulacri, a ombre grottesche prive di reale potenza ontologica.
La testimonianza di Carmen, novantenne sopravvissuta all'esclusione e alla ferita simbolica di un'infanzia segnata dall'imposizione dogmatica della divisa fascista, ci restituisce l'autenticità dolorosa di un'epoca in cui il totalitarismo non era un'opinione o una scelta estetica, ma una struttura pervasiva e totalizzante dello Stato, capace di plasmare i corpi, i pensieri e le coscienze attraverso la violenza istituzionalizzata. C'era, allora, un nesso organico tra il potere politico, la coercizione sociale e la soppressione radicale del pluralismo.
Oggi, i raduni nostalgici che periodicamente occupano le cronache — come quello di Pietramurata — si muovono in un contesto sociologico radicalmente mutato, che ne svuota la pretesa di un reale ritorno storico. Quel fascismo storico, fondato sullo Stato etico, sulla dittatura centralizzata e sull'identificazione totale tra nazione e partito, è tramontato in modo irreversibile perché sono implose le stesse basi materiali e antropologiche che lo avevano reso possibile. Le società contemporanee, pur attraversate da crisi profonde, disuguaglianze e ricorrenti derive autoritarie, si reggono su architetture costituzionali, su dinamiche di interdipendenza globale e su una complessità culturale che rendono anacronistico e strutturalmente impossibile il ritorno di quel modello di Stato totalitario.
Ricordare le tragedie del Novecento non significa temere la mera riproduzione meccanica del passato, ma esercitare una vigilanza critica sul presente. I fenomeni odierni di estrema destra non sono la riedizione del ventennio, bensì sintomi di un disagio sociale contemporaneo, espressioni di subculture identitarie che ricorrono a simboli archetipici per colmare un vuoto di senso e di appartenenza.
Proprio per questo il fascismo storico non potrà più tornare: perché la storia non si ripete mai come copia conforme e perché gli anticorpi della democrazia, nutriti dalla memoria viva di chi — come Carmen — ha conosciuto il prezzo della libertà calpestata, oppongono una resistenza civile e culturale che trasforma quei rigurgiti del passato in residui marginali, incapaci di governare il senso della complessità del presente.
Il punto politico decisivo, tuttavia, non risiede nella minimizzazione consolatoria né nell'amplificazione allarmistica di questi fenomeni. La vera sfida interpretativa consiste nel comprenderli per ciò che realmente rappresentano: i segnali spia di una profonda e pervasiva crisi di senso che attraversa il corpo della democrazia contemporanea. Non assistiamo al ritorno del fascismo, ma al drammatico smarrimento dell'architettura democratica, incapace di offrire orizzonti simbolici, progetti comunitari e promesse di futuro che siano dotati della medesima carica aggregativa.
In questo scarto — tra una promessa democratica sbiadita e un futuro percepito come minaccia — si inserisce la nostalgia. Essa non opera come progetto politico consapevole, ma come estetica del rifugio; non funziona come ideologia coerente, ma come anestetico identitario. Si apre così il terreno cruciale dell'analisi politica e sociologica: decifrare le ragioni per cui settori della società preferiscono rifugiarsi nell'immaginario di un passato mai vissuto anziché affrontare le vertigini di un presente indecifrabile.
Il vuoto simbolico dell'Iper-Modernità
Per comprendere la natura dei simulacri nostalgici occorre prima analizzare il terreno in cui essi attecchiscono: il deserto di senso prodotto dalle trasformazioni economico-sociali degli ultimi trent'anni. Il passaggio dal capitalismo industriale e fordista — fatto di appartenenze di classe, grandi organizzazioni di massa e identità collettive stabili — al capitalismo finanziario e digitale ha polverizzato i tradizionali luoghi di mediazione e costruzione dell'identità.
La democrazia contemporanea ha progressivamente abdicato al proprio compito narrativo. Ridotta a mera gestione amministrativa del presente, tecnocrazia ed efficienza procedurale, ha smesso di proporre un'idea di "destino comune". Quando la politica rinuncia a tracciare la rotta verso una società più giusta, il futuro cessa di essere una promessa di emancipazione e si trasforma in una minaccia di declassamento.
È in questo vuoto che esplode la nostalgia. Quando il futuro diventa spaventoso, la mente umana tende a retroproiettare la propria sete di sicurezza sul passato. Un passato che, proprio perché tramontato e lontano dalla verifica storica quotidiana, viene idealizzato, ripulito dai suoi orrori e ricondotto a una dimensione rassicurante: l'epoca dell'ordine, della certezza, dei confini chiari, dell'appartenenza non discussa.
La nostalgia come estetica e la politica del simulacro
Se il fascismo storico fu mobilitazione di massa, organizzazione capillare e costruzione di una nuova religione civile fondata sullo Stato, i fenomeni odierni di sapore neofascista o nostalgico sono profondamente post-moderni e scopici. Essi appartengono al dominio dell'estetica, del consumo simbolico e del folclore sottoculturale.
I partecipanti ai raduni nostalgici, i giovani che adottano la simbologia del passato o che consumano la narrativa del "quando c'era lui", non chiedono di essere arruolati in un regime totalitario che imponga loro la rinuncia alle libertà individuali e ai consumi della modernità. Ciò che cercano è la messa in scena dell'appartenenza.
Nelle sottoculture giovanili o nelle sacche di marginalità urbana e provinciale, il feticcio del regime (il fascio littorio, il saluto romano, il vestiario distintivo) non risponde a una teoria politica articolata. Funziona come un brand identitario, una scorciatoia estetica per dichiararsi "contro" una società percepita come ostile, estraniante e priva di valori. È la spettacolarizzazione della provocazione: un guscio vuoto che prende in prestito i simboli della storia passata per urlare una frustrazione tutta contemporanea.
La politica istituzionale, dal canto suo, svuotata di visioni a lungo termine e schiacciata dall'inseguimento del consenso immediato sui social media, spesso alimenta o sfrutta questa frammentazione. Anziché ricostruire una visione di futuro basata sui diritti civili, sul lavoro e sulla giustizia sociale, cede essa stessa alla tentazione delle mitologie residuali, usando il passato come un'arma di distrazione di massa.
Dalla memoria viva alla superstizione rituale
C'è un ulteriore elemento che spiega l'insussistenza ontologica del fascismo storico nel presente e, al tempo stesso, la proliferazione dei suoi simulacri: la trasformazione della memoria in superstizione.
La memoria, quando è viva, è un processo dialettico e faticoso. Come dimostra la voce di Carmen, la vera memoria del totalitarismo non risiede nella pura e semplice ripetizione di formule astratte, ma nella comprensione del meccanismo che ha consentito l'annullamento della dignità umana. La memoria viva è uno strumento analitico per leggere le ingiustizie del presente, un'educazione alla complessità e alla vigilanza democratica.
Quando invece la memoria perde il contatto con la sua carne storica — anche a causa del naturale ricambio generazionale e della scomparsa dei testimoni diretti — corre il rischio di sclerotizzarsi in rito burocratico. Diventa un guscio vuoto, una ripetizione liturgica che non parla più alle nuove generazioni. E quando la memoria si fa superstizione o vuoto formalismo, perde la sua capacità di smontare le mitologie del passato.
In questo spazio sguarnito, le narrazioni nostalgiche penetrano con facilità. Senza una conoscenza profonda della storia, il mito del "passato ordinato" trova terreno fertile in chi non possiede gli strumenti critici per svelarne la falsità strutturale. Si finisce così per scambiare la barbarie di un regime totalitario per un'epoca di perduta efficienza e decoro.
L'insussistenza del ritorno e le reali insidie del presente
Affermare che il fascismo storico sia un fantasma incapace di ritornare sotto le medesime forme non significa crollare in un ingenuo ottimismo. Al contrario, serve a rivolgere lo sguardo sulle reali minacce che insidiano le democrazie del XXI secolo.
Le derive autoritarie contemporanee non indossano le camicie nere, non marciano su Roma e non proclamano la nascita di uno Stato etico. Esse si manifestano all'interno del perimetro democratico attraverso processi di erosione silenziosa. La concentrazione del potere esecutivo e l'indebolimento dei contropoteri costituzionali e giudiziari. Il controllo sociale esercitato non più dalla polizia politica, ma dal tracciamento digitale e dalla manipolazione dell'informazione nell'era dei dati e la trasformazione dei cittadini in consumatori isolati, privati di reti di solidarietà e vulnerabili alle retoriche della paura.

Rimanere ipnotizzati dal timore di un ritorno meccanico del fascismo anni '30 rischia di trasformarsi in una trappola cognitiva: ci porta a cercare il nemico dove non c'è più, impedendoci di vederne le metamorfosi reali nel presente. I ridicoli cortei nostalgici a Pietramurata o le farsa del collezionismo di cianfrusaglie del regime non sono l'avanguardia di un regime nascente, ma i detriti galleggianti di un naufragio storico.
La vera resistenza civile e culturale non consiste nel combattere i fantasmi del passato con le armi del passato, ma nel riempire il vuoto di senso in cui quei fantasmi trovano rifugio. La democrazia vince e sconfigge le sue mitologie residuali solo quando torna a mantenersi fedele alla propria promessa originaria: essere una comunità capace di offrire sicurezza materiale, dignità individuale, giustizia sociale e, soprattutto, un futuro degno di essere desiderato.
I fenomeni di estrema destra del presente non costituiscono dunque la riedizione del passato, bensì i sintomi di un disagio moderno: risposte identitarie e semplificate alla complessità della globalizzazione e alla crisi di senso della modernità.
Vigilare sul presente non significa temere l'improbabile clonazione del Ventennio, ma riconoscere che la storia non offre repliche. Gli anticorpi delle democrazie libere, alimentati dalla memoria viva delle ferite patite nel Novecento, trasformano questi rigurgiti in residui anacronistici, incapaci di interpretare o governare le sfide del mondo contemporaneo.
Il tempo storico non procede lungo un binario che consente inversioni di marcia o ritorni alla stazione di partenza. Pretendere che le forme politiche del Novecento possano ripresentarsi identiche a se stesse nel XXI secolo significa cadere in un abbaglio prospettico: il passato, quando riaffiora nel presente fuori dal suo tempo, si spoglia della...
L'epopea di Simone Sabaini è il manifesto vivente di un'esistenza che rifiuta la stasi per farsi vocazione errante e rigeneratrice: strappando le proprie radici venete per piantarle nel ventre barocco di Modica, egli non ha semplicemente fondato un'eccellenza come Sabadì, ma ha eretto un ponte ideale e carnale tra geografie distanti, dimostrando...



