
Lo stato del sospetto: quando la sicurezza diventa il nome nuovo dell'arbitrio
REDAZIONE
Se il buongiorno si vede dal sesto pacchetto di norme penali calato dall'alto in pochi anni, la diagnosi sullo stato della nostra democrazia è ormai da codice rosso. Siamo oltre la propaganda: siamo alla patologizzazione giuridica della giovinezza. L'ultimo ddl sicurezza non è un intervento legislativo, è un manifesto ideologico che elegge la paura a bussola costituzionale e i sedicenni a minaccia pubblica.
Fermare un ragazzo per mezza giornata senza uno straccio di reato, aggrappandosi al fumoso paravento di un "fondato motivo", non è un lapsus da giuristi distratti: è la precisa e spietata volontà di sostituire la presunzione d'innocenza con la certezza del sospetto.
Uno Stato che smette di educare per limitarsi a sorvegliare e punire non sta garantendo l'ordine; sta solo confessando la propria totale e strutturale impotenza.

Il governo ha scelto ancora una volta la via più semplice e più crudele: trasformare l'ansia sociale in dispositivo giuridico, l'insicurezza diffusa in strumento di controllo, la paura dei giovani in categoria penale. Il sesto ddl sicurezza di questa legislatura è l'ennesimo tassello di un mosaico che non parla di tutela, ma di sospetto; non di responsabilità condivisa, ma di gerarchia autoritaria; non di comunità, ma di nemici. Un ragazzo di sedici anni potrà essere trattenuto per dodici ore senza aver commesso alcun reato, sulla base di un "fondato motivo" che non fonda nulla se non l'arbitrio di chi lo applica, perché la vaghezza dei requisiti non è un difetto tecnico, è la condizione stessa che rende possibile la trasformazione del diritto in pura discrezionalità amministrativa.
Piantedosi ha deciso di chiamarla norma "antimaranza", importando nel linguaggio giuridico una parola nata sui social, priva di definizione normativa, caricata di stigma e di disprezzo, e proprio per questo perfetta per diventare il contenitore vuoto in cui far rientrare tutto ciò che disturba l'ordine simbolico della maggioranza: l'abbigliamento, il linguaggio, la musica, la presenza stessa di corpi giovani in spazi pubblici. Non è un giudice a decidere, non è un fatto accertato, non è una condotta tipizzata: è lo sguardo dell'agente, la sua percezione, il suo pregiudizio, la sua idea di "pericolosità" a diventare criterio operativo. In questo slittamento dal fatto alla sensazione, dalla prova al sospetto, si consuma una mutazione profonda dello Stato di diritto, che smette di essere garanzia contro l'arbitrio e si fa invece infrastruttura dell'arbitrio stesso, legittimato e coperto dal linguaggio della sicurezza.
Lo schema è già noto: il fermo preventivo introdotto a febbraio per i cortei, pensato per trattenere per dodici ore chi venga ritenuto pericoloso per l'ordine pubblico, ora viene esteso ai minorenni, ai luoghi della movida, alle aggregazioni giovanili, alle cosiddette "baby gang". In cinque mesi di applicazione, nessuna trasparenza reale su come, quanto e contro chi sia stato usato: il dispositivo si insinua nella prassi, diventa abitudine, si normalizza, mentre l'opinione pubblica viene nutrita di narrazioni emergenziali che giustificano ogni stretta, ogni nuova eccezione, ogni deroga alle garanzie. E sappiamo già come finirà: basterà trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato, avere il corpo sbagliato, il volto sbagliato, la compagnia sbagliata, per essere trascinati in questura non per un reato, ma per una valutazione arbitraria, per un giudizio morale travestito da misura preventiva.
La retorica ufficiale parla di "prevenzione del disagio giovanile", di "lotta alle bande", di "tutela dei cittadini perbene", ma la realtà materiale delle nostre periferie racconta altro: scuole chiuse il pomeriggio, biblioteche inesistenti, centri sportivi inaccessibili, educatori che mancano, servizi che non ci sono, trasporti che isolano invece di connettere, lavoro che non c'è o che si presenta solo nella forma della precarietà più brutale. In questo vuoto di politiche sociali, il governo trova sempre le coperture per nuove norme penali, per nuovi poteri di polizia, per nuove aggravanti, per nuovi divieti di aggregazione, come quello affidato al questore per impedire la presenza di gruppi giovanili in contesti di "movida" ritenuti minacciosi.
La verità è che della sicurezza, intesa come condizione esistenziale di serenità, di possibilità, di futuro, non importa nulla: ciò che interessa è il consenso che si ritiene di poter raccogliere indicando un nemico comodo e senza voce, un soggetto che non vota, che non ha rappresentanza, che non ha accesso ai grandi media, che può essere descritto come "maranza", "baby gang", "deviante", senza che nessuno si alzi a contestare la caricatura. Il giovane delle periferie diventa così il capro espiatorio perfetto: abbastanza vicino da essere percepito come minaccia, abbastanza lontano da non poter rispondere.
Lo Stato che dovrebbe proteggere e accompagnare i più giovani finisce per spingerli verso il mondo dell'illegalità proprio nel momento in cui li tratta da criminali anche quando non lo sono, perché la stigmatizzazione anticipata produce ciò che dice di voler prevenire: se ti dico che sei pericoloso, se ti tratto come pericoloso, se ti fermo come pericoloso, prima o poi la tua relazione con la legalità si incrina, si spezza, si rovescia. La misura preventiva diventa profezia che si auto avvera, e il ragazzo che avrebbe potuto restare ai margini dell'illegalità viene spinto dentro, perché l'unico linguaggio che lo Stato gli rivolge è quello della minaccia, del controllo, della punizione.
In questo quadro, parlare di "stato virtuoso" e di "leggi giuste" non è un esercizio astratto, ma un atto politico necessario: significa chiedersi che cosa dovrebbe fare un paese che si definisce libero, civile, civico, umanistico e democratico quando si trova davanti al disagio giovanile, alla conflittualità sociale, alla presenza di gruppi che vivono la città in modo rumoroso, talvolta aggressivo, spesso disordinato. Uno Stato virtuoso non comincia dalla polizia, comincia dalla scuola; non comincia dal fermo, comincia dall'ascolto; non comincia dalla categoria penale, comincia dalla categoria relazionale.
Le alternative esistono, ma richiedono un cambio di paradigma:
– Prima alternativa: la sicurezza come prodotto di diritti, non di divieti.
La sicurezza reale nasce dalla riduzione delle disuguaglianze, dalla presenza di servizi, dalla possibilità di muoversi nello spazio urbano senza sentirsi esclusi o indesiderati.
Un ragazzo che ha una scuola aperta il pomeriggio, un laboratorio di musica, un campo sportivo, un centro di aggregazione con educatori formati, un trasporto pubblico efficiente, un accesso a percorsi di formazione e lavoro, è infinitamente meno esposto alla logica del branco, alla fascinazione della violenza, alla seduzione dell'illegalità. La legge giusta, in questo senso, è quella che vincola le risorse alla creazione di questi spazi, che rende obbligatoria la presenza di presidi educativi nei quartieri più fragili, che misura la "sicurezza" non in numero di fermi, ma in numero di opportunità.
– Seconda alternativa: la giustizia come processo, non come etichetta.
Uno Stato umanistico non accetta la scorciatoia del marchio: "maranza", "baby gang", "deviante" sono etichette che chiudono, che impediscono di vedere la storia individuale, la biografia, le ferite, le responsabilità condivise. La giustizia, se vuole essere tale, deve restare legata al fatto, alla prova, alla proporzionalità, alla possibilità di difesa, alla presenza di un giudice terzo. Ogni volta che si introduce una misura fondata sul sospetto, sulla "pericolosità presunta", sulla discrezionalità di chi ferma, si scivola verso un modello di Stato che non è più democratico, ma disciplinare: un sistema che non punisce ciò che fai, ma ciò che sei o ciò che sembri.
– Terza alternativa: la democrazia come pratica quotidiana, non come slogan.
Un paese che si definisce democratico non può accettare che intere fasce di popolazione vengano governate attraverso l'eccezione permanente, attraverso la sospensione di garanzie, attraverso la costruzione di zone grigie in cui il diritto si piega alla convenienza politica. La democrazia, se vuole essere più di una parola, deve entrare nella vita quotidiana dei ragazzi: nei consigli di istituto, nei forum cittadini, nei percorsi di partecipazione, nelle assemblee di quartiere, nei bilanci partecipativi. La "sicurezza" diventa allora il risultato di una città che si pensa e si governa insieme, non di un ministero che decide chi può stare in piazza e chi no.
– Quarta alternativa: la civiltà come capacità di sopportare il conflitto senza trasformarlo in guerra.
Una società civile non è una società senza conflitti, è una società che ha imparato a gestirli senza ricorrere alla violenza istituzionale come prima risposta. I gruppi giovanili che occupano le piazze, che fanno rumore, che talvolta eccedono, sono un problema da affrontare, certo, ma sono anche un segnale: indicano che esiste una domanda di spazio, di visibilità, di riconoscimento. La civiltà consiste nel non rispondere a questa domanda con il manganello, ma con la negoziazione, con la regolazione condivisa, con la costruzione di patti di convivenza che non siano semplicemente imposizioni dall'alto.
In questo senso, le misure "antimaranza" non sono solo sbagliate perché inefficaci, sono sbagliate perché tradiscono l'idea stessa di Stato che la Costituzione prova a delineare: uno Stato che non si limita a reprimere, ma rimuove gli ostacoli di ordine economico e sociale che limitano di fatto la libertà e l'uguaglianza dei cittadini; uno Stato che non si accontenta di garantire l'ordine, ma si impegna a costruire le condizioni per cui l'ordine non sia il silenzio dei dominati, ma la convivenza tra diversi.
Il paradosso è che, mentre si moltiplicano i dispositivi di controllo, si indebolisce la capacità dello Stato di essere credibile agli occhi dei giovani: un'istituzione che ti ferma senza reato, che ti giudica senza processo, che ti definisce "pericoloso" senza ascoltarti, non è un'istituzione che puoi riconoscere come tua. E senza riconoscimento non c'è cittadinanza, c'è solo obbedienza o rifiuto. La scelta di puntare sulla paura invece che sulla fiducia è una scelta che produce, nel medio periodo, proprio ciò che dice di voler evitare: una frattura sempre più profonda tra generazioni, tra centro e periferia, tra chi si sente protetto e chi si sente braccato.
Un paese libero, civile, civico, umanistico e democratico dovrebbe avere il coraggio di fare l'operazione opposta: togliere potere al sospetto e restituirlo al diritto; togliere centralità alla polizia e restituirla alla scuola, ai servizi sociali, alla cultura; togliere spazio alla retorica dell'emergenza e restituirlo alla progettazione di lungo periodo. Dovrebbe misurare la propria "sicurezza" non in termini di arresti, di fermi, di divieti, ma in termini di possibilità: quanti ragazzi hanno accesso a un percorso di studio dignitoso, a un lavoro non sfruttato, a una casa non indecente, a una città che non li respinge.
Finché continueremo a chiamare "sicurezza" ciò che è solo controllo, finché continueremo a chiamare "prevenzione" ciò che è solo punizione anticipata, finché continueremo a chiamare "maranza" ciò che non vogliamo capire, resteremo intrappolati in un linguaggio che ci impedisce di vedere la realtà: non sono i giovani il problema, è il nostro modo di guardarli. E uno Stato che sceglie di guardare i propri figli come nemici ha già rinunciato, in silenzio, a essere davvero uno Stato.
Se il buongiorno si vede dal sesto pacchetto di norme penali calato dall'alto in pochi anni, la diagnosi sullo stato della nostra democrazia è ormai da codice rosso. Siamo oltre la propaganda: siamo alla patologizzazione giuridica della giovinezza. L'ultimo ddl sicurezza non è un intervento legislativo, è un manifesto ideologico che elegge la...
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