L’anatomia del limite poroso: dialettica dell’omicidio rituale nell'età della sotto-umanità gestita

07.10.2026


Prima ancora di articolare il giudizio politico, la condanna morale o il rigore dell'analisi, occorre sostare in silenzio di fronte all'orrore nudo della carne offesa. C'è una sacralità inviolabile in ogni singola vita umana che precede qualunque narrazione, qualunque dottrina e qualunque confetto ideologico. Quando la violenza abbatte degli inermi, qualunque sia la loro bandiera, la loro fede o la loro provenienza geografica, ad ammalarsi e a crollare è l'intero genere umano. Nessun saggio, nessun trattato e nessuna categoria filosofica potranno mai restituire il respiro a chi lo ha perso, né lenire l'abisso di dolore di chi resta: davanti al lutto assoluto, la prima parola che una coscienza non del tutto atrofizzata ha il dovere di pronunciare è una sola, ed è un'ammissione di vergogna per la nostra comune impotenza di fronte alla barbarie.

Abel Gropius 


Preambolo: partiamo da qui 

Condannare senza esitazione la ferocia efferata commessa da Hamas il 7 ottobre 2023 non è una concessione retorica né un atto di equidistanza diplomatica: è il prerequisito etico inderogabile di qualsiasi analisi che pretenda di restare umana. Il massacro deliberato di civili inermi, l'esecuzione a bruciapelo di famiglie, lo scempio dei corpi e la presa in ostaggio di persone innocenti rappresentano un'abisso di violenza cieca, un barbaro crimine contro l'umanità che nessuna causa, nessuna oppressione e nessun torto storico possono in alcun modo giustificare, mitigare o condonare.

Terrorizzare, mutilare e sterminare uomini, donne e bambini colpevoli solo di esistere significa abdicare a ogni principio di civiltà, precipitando la politica nell'orrore della pura barbarie rituale. Quell'atto immondo non ha spianato la strada ad alcuna liberazione, ma ha spalancato le porte dell'inferno, travolgendo prima di tutti lo stesso popolo palestinese e offrendo il pretesto per una devastazione su scala industriale. Riconoscere questa colpa con forza assoluta, senza distinguo o pronomi di comodo, non diminuisce la gravità di ciò che è seguito; al contrario, è l'unico modo per denunciare la violenza con la necessaria e inflessibile garanzia di integrità morale.


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UNA RIFLESSIONE


Il sangue versato nell'enclave di Gaza non è stato una rivelazione, ma una demistificazione. Scrivere dell'atroce e immensa carneficina di Gaza con l'ambizione di trarne una lezione per la coscienza occidentale costituisce già, in sé, un'involontaria forma di vampirismo etico: presuppone che il martirio sistematico di un popolo possa o debba fungere da reagente chimico per il risveglio di chi guarda. Un popolo cancellato dalla geografia non ha l'onere di risvegliare i sonnambuli dell'impero. Eppure, a tre anni dall'esplosione del 7 ottobre 2023, la dissoluzione di ogni finzione costituisce un dato strutturale irreversibile. L'Occidente ha contemplato il proprio volto nello specchio infranto del diritto internazionale e vi ha scoperto non un difetto di applicazione, bensì il compimento del proprio disegno: la dimostrazione empirica che l'involucro umanitario della modernità non è mai stato un limite al potere, ma il suo più raffinato strumento di calibrazione.

L'illusione dissolta non riguarda la malvagità del sistema, bensì la sua pretesa neutralità. Per decenni la narrazione euro-atlantica si è sostenuta su una rigorosa impalcatura concettuale: l'idea che i principi illuministici, le garanzie procedurali, la giurisprudenza di Norimberga e i codici di Ginevra rappresentassero conquiste assolute, barriere inamovibili contro la barbarie della ragion di Stato. L'evento di Gaza ha ridotto questa architettura a un mero registro retorico. Il diritto si è rivelato per ciò che è sempre stato nei contesti asimmetrici: un codice elastico, la cui forza vincolante varia in ragione diretta dell'affinità geopolitica del violatore e in ragione inversa dell'utilità strategica della vittima. L'universalismo europeo, messo alla prova da corpi che non rientravano nei canoni della reciprocità occidentale, ha mostrato una porosità agghiacciante, dissolvendosi nel momento esatto in cui ha incrociato l'interesse commerciale, diplomatico e militare.

La chiave d'interpretazione di questa capitolazione morale risiede nella struttura teorizzata da Mark Fisher. In Realismo Capitalista, Fisher evidenziava come la forza egemonica del sistema tardo-capitalista non consista nel sopprimere il dissenso o la critica etica, ma nell'assimilarli e standardizzarli, trasformandoli in componenti del proprio funzionamento ordinario. La coesistenza tra i soggetti che protestano e i comunisti liberali – dispensatori di filantropia e lenitivi morali – garantisce al capitale la flessibilità necessaria per sopravvivere alle proprie abiezioni. L'inghippo concettuale risiede nell'invenzione degli «eccessi immorali»: definire il massacro come un "eccesso" permette di preservare la finzione che la routine quotidiana del sistema sia neutra o intrinsecamente virtuosa, laddove l'accumulazione, l'estrazione e la subordinazione strutturale necessitano fisiologicamente della violenza estrema ogni volta che l'equilibrio dell'ordine stabilito viene incrinato.

L'ordine internazionale che oggi protegge e armeggia la distruzione sistematica della Striscia non è un sistema entrato in cortocircuito, ma un sistema che funziona a regime. È la traduzione bellica della concorrenza sfrenata e del colonialismo permanente, dove l'esclusione dal benessere si trasforma, quando la subordinazione viene infranta, in eliminazione fisica. I limiti etici e le convenzioni non sono mai stati doni elargiti dalla benevolenza delle classi dirigenti, bensì trincee conquistate temporaneamente dalle lotte sociali. Quando il mantenimento di tali trincee diventa antieconomico o geopoliticamente svantaggioso, il potere sospende la norma senza abbandonare il linguaggio della norma. I governi europei possono così condannare la catastrofe umanitaria al mattino e ratificare trattati commerciali e forniture belliche al pomeriggio, senza che il sistema soffra la minima frizione operativa.

Questa dinamica supera persino la categoria dell'ipocrisia. L'ipocrita, come intuiva la tradizione classica, conserva un residuo di pudore: riconosce la validità universale della regola e cerca di celare la propria violazione. Il modello operato nel triennio post-2023 incarna invece una scissione semantica radicale, dove la norma stessa viene ridefinita in base all'identità di chi agisce. Le medesime coordinate materiali – il bombardamento a tappeto di infrastrutture civili, l'assedio per fame, la distruzione dell'apparato sanitario – cambiano natura giuridica ed etica a seconda del soggetto enunciatore. Se praticate dall'avversario ideologico, sono prove inconfutabili di barbarie e terrorismo; se eseguite dall'avversario integrato nell'asse imperiale, diventano dolorose quanto ineludibili esigenze di autodifesa e gestione della sicurezza.

In questo quadro si inserisce con precisione chirurgica l'analisi di René Girard sulla dinamica del capro espiatorio e sulla necessità del persecutore di percepirsi sempre come giustiziere. Perché un'operazione di annientamento su scala industriale rimanga tollerabile negli schermi delle democrazie occidentali, occorre che la vittima sia preventivamente e integralmente colpevolizzata. La violenza non deve apparire come scelta bellica, ma come sanzione cosmica o dovere morale. L'evento iniziale del 7 ottobre – la rottura sanguinosa della gabbia – è stato immediatamente espanso dal discorso egemonico per saturare l'intero orizzonte ontologico del popolo palestinese. Attraverso una graduale assimilazione retorica, l'equivalenza tra il combattente e il civile è stata cancellata: ogni ospedale, ogni scuola, ogni neonato in incubatrice è stato ricodificato come estensione strategica dell'arcinemico.

La trasformazione della popolazione in un'entità collettivamente colpevole risponde a un bisogno nevrotico dello spettatore occidentale. Il palestinese radicalmente innocente – il bambino estrapolato da ogni narrazione bellica – introdurrebbe nel circuito della coscienza borghese un cortocircuito etico insostenibile. La costruzione di una colpa diffusa, fondata sulla contiguità geografica o sulla presunzione di complicità, serve a rasserenare la coscienza degli alleati: armare il braccio della punizione diventa così un atto di salvaguardia della civiltà. La colpa si dilata a macchia d'olio, investendo i confini geografici, l'etnia, la sopravvivenza stessa, rendendo ogni vittima il responsabile implicito del proprio destino.

Per la memoria storica europea, questa capitolazione rappresenta il fallimento del dogma fondamentale su cui è stata edificata l'identità post-bellica: il mai più. Per decenni ci è stato insegnato che la conoscenza analitica della Shoah e la ritualizzazione della memoria avrebbero operato come un anticorpo biologico contro la reificazione dell'umano. L'illusione consisteva nel credere che la lezione del 1945 fosse un'acquisizione irreversibile, una metamorfosi morale della civiltà.


Ciò che Gaza ha dimostrato è che l'Europa non ha debellato il meccanismo della disumanizzazione, ma ne ha semplicemente esternalizzato l'applicazione geografica e ideologica, concedendo il lasciapassare alla replica dei medesimi dispositivi logici purché operati da alleati strategici lontano dai propri confini urbani.


La storia non si ripete mai nella forma delle sue rovine passate, ma nella struttura delle sue eccezioni. L'abilità ecdotica e cavillosa con cui le classi intellettuali e giuridiche dell'Occidente hanno giustificato la sospensione dell'umanità a Gaza ricollega direttamente il presente alle pagine più cupe del passato coloniale ed europeo. Dal lessico delle Crociate alla dottrina della Terra Nullius, l'Europa si è dimostrata maestra nel forgiare l'armamentario concettuale necessario a conciliare l'alta speculazione filosofica con il massacro programmatico.


L'esistenza di musei della memoria, cattedre universitarie sui genocidi e simposi sul diritto internazionale si rivela non come una barriera al crimine, ma come una vernice decorativa che ne rende più sofisticata la consumazione.


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La presenza e il funzionamento formale dei tribunali internazionali in questo contesto assumono un carattere quasi grottesco. Quando gli organismi giurisdizionali dell'ONU o della Corte Penale Internazionale arrivano a verbalizzare ciò che è evidente agli occhi del mondo – la sussistenza degli elementi costitutivi del genocidio o dei crimini contro l'umanità – la reazione dell'asse di potere imperiale non è il ravvedimento, ma la derisione o la delegittimazione dell'organismo stesso. La permanenza formale del diritto internazionale, privo del braccio politico per essere applicato contro chi detiene l'egemonia, non fa che amplificare la sensazione di disgusto. Il diritto sopravvive solo come simulacro, una finzione a uso e consumo dei talk show, mentre la forza materiale ridisegna la mappa dei corpi massacrabili.

Se per democrazia intendiamo la mera liturgia elettorale, la procedura burocratica o la rotazione delle élite, l'Occidente può continuare a proclamarsi libero. Se invece restituiamo al termine il suo significato radicale di uguaglianza degli esseri umani di fronte alla vita e alla legge, la complicità attiva nella cancellazione di Gaza rivela uno stato di decomposizione avanzata. L'ordine elettivo si è dimostrato perfettamente compatibile con la partecipazione diretta o indiretta all'annientamento di un popolo. La democrazia procedurale ha svelato la sua natura di involucro protettivo per il benessere metropolitano, alimentato e garantito dalla violenza esercitata sulle periferie del mondo.

La cicatrice lasciata da questi tre anni risiede nella consapevolezza che l'appello ai «valori» è un esercizio d'impotenza se non scardina i rapporti di forza economici e militari. La persuasione morale dell'oppressore si è rivelata una favola consolatoria per la classe media intellettuale. I principi non possiedono una forza propria: valgono esattamente quanto costa difenderli sul piano materiale. Quando il costo dell'applicazione di un principio minaccia l'architettura geopolitica o gli interessi dei complessi militari-industriali, il principio viene deposto e sostituito dalla semantica della sicurezza e dell'eccezione.

È fondamentale tuttavia evitare un'omologazione assoluta quando si declina il «noi». Ridurre la totalità della società civile a complice passivo significa fare un torto logico e politico alle moltitudini che in questi tre anni hanno invaso le piazze, bloccato i porti, subito la repressione poliziesca, i manganelli e la criminalizzazione mediatica per aver rifiutato la narrazione di regime. La spaccatura non è tra nazioni, ma tra il blocco di potere – politico, economico e mediatico – che governa la macchina imperialista e le comunità di individui che rifiutano di farsi assimilare dal realismo capitalista. Il «noi» istituzionale è marcio; il «noi» sociale è un terreno di scontro ancora aperto.

La tragedia di Gaza ha strappato il velo dell'ipocrisia occidentale con una violenza di cui avremmo volentieri fatto a meno. C'è una profonda vergogna nell'ammettere che sia stato necessario un oceano di sangue innocente per spazzare via le illusioni sulla superiorità etica della democrazia liberale. Quei morti non avevano il compito di istruirci, né i bambini sommersi dalle macerie dovevano morire per offrirci una lezione di teoria critica. Ma ora che l'esperimento è stato compiuto sotto la luce accecante della storia, non è più concesso il lusso dell'ignoranza. 

L'Occidente si riscopre nudo, arroccato nella sua fortezza dorata, consapevole che il suo ordine si regge sulla stessa identica violenza che pretendeva di aver consegnato alla storia.


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