
L’alchimia del comando: la servitù volontaria e il fascino del potere
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La resa incondizionata dell'individuo dinanzi alla voce del demagogo non nasce da un difetto d'istruzione o da un'improvvisa cecità della ragione, ma da un bisogno fisiologico dell'animo umano: l'orrore del vuoto e il terrore della responsabilità personale. Etienne de La Boétie, nel suo presago Discorso sulla servitù volontaria*, individua l'enigma fondamentale d'ogni tirannide nell'incredibile inclinazione delle moltitudini a baciare la catena che le stringe. Non è la coercizione fisica della forza bruta a sottomettere milioni di individui a un singolo uomo, bensì un'ardente e segreta adesione della volontà. La massa desidera essere sollevata dal peso insostenibile del libero arbitrio; preferisce la certezza dogmatica, ancorché feroce, dell'obbedienza alla vertigine della scelta quotidiana. La propaganda del più forte fa leva su questa rinuncia primaria, trasformando la sottomissione in un atto di apparente dedizione morale e di sollievo psicologico.

*Il "Discorso sulla servitù volontaria" di Étienne de La Boétie è un'opera che affronta la questione della servitù volontaria e il potere. La Boétie sostiene che ogni tiranno detiene il potere finché i suoi sudditi lo concedono. La libertà originaria concessa all'uomo per natura sarebbe stata abbandonata dalla società, che avrebbe preferito la servitù del cortigiano alla condizione dell'uomo libero. Questo concetto è stato ripreso da pensatori anarchici come Max Stirner e ha ispirato movimenti di disobbedienza civile. La Boétie non è interessato a "congiure di gente ambiziosa" ma auspica un cambiamento e una liberazione profonda dal potere. La Boétie non è interessato alle "congiure di gente ambiziosa" interessate soltanto a "far cadere una corona, non togliere il re, cacciare sì il despota, ma tenere in vita la tirannide". Vorrebbe solo riuscire a comprendere come mai tanti uomini, tanti villaggi e città, tante nazioni a volte, sopportano un tiranno che non ha alcuna forza se non quella che gli viene data, non ha potere di nuocere se non in quanto viene tollerato. Da dove ha potuto prendere tanti occhi per spiarvi se non glieli avete prestati voi? come può avere tante mani per prendervi se non è da voi che le ha ricevute? Siate dunque decisi a non servire più e sarete liberi! La Boétie è stato uno dei primi a proporre la non collaborazione, e quindi una forma di disobbedienza nonviolenta, come arma realmente efficace. La Boétie non è interessato alle "congiure di gente ambiziosa" interessate soltanto a "far cadere una corona, non togliere il re, cacciare sì il despota, ma tenere in vita la tirannide".
L'EDITORIALE
Ma che cos'è questa libertà? Esiste la libertà?
Un filo sottile, steso come una tentazione permanente lungo oltre un secolo di storia repubblicana e monarchica, attraversa l'architettura istituzionale italiana: l'idea che il voto dei cittadini sia un materiale grezzo da raffinare, una complessità spuria da correggere per "aggiustare" l'aula di Montecitorio.
Nel 1923, la promessa stampata sui fogli di legge era mossa dal medesimo spartito di oggi: rendere governabile ciò che le urne, nella loro imprevedibile libertà, non garantiscono. Allora bastava appena un quarto dei consensi per veder rifiorire quel venticinque per cento in una maggioranza schiacciante e totalizzante; oggi si disegnano soglie attorno al 42% per incastonare nella scheda elettorale un premio fisso di seggi. Cambiano i numeri, si evolvono le formule algebriche, sfuma e si affina il linguaggio tecnico araldico che le avvolge. Ma la matrice sotterranea resta d'una stabilità quasi abbagliante: alchimizzare una percentuale, trasformare una frazione di consenso in un potere assoluto che quella sola frazione non avrebbe mai il peso di generare. La parola d'ordine, il mantra secolare, è sempre il medesimo: governabilità. È un vocabolo che agisce come un passe-partout ideologico, un argomento declinato come neutro, asettico, inevitabile. Eppure, ogni volta che ne viene evocata la forza, si compie un gesto politico netto e chirurgico: si stabilisce che la trama della rappresentanza possa essere stirata, piegata, compressa, perché l'unico vertice da salvaguardare è la stabilità dell'esecutivo. Si consuma così un rovesciamento silenzioso ma drammatico: la Camera dei deputati cessa di essere lo specchio fedele della società e si converte nel mero dispositivo a supporto della governance.
Cent'anni dopo, il premio non porta le stesse vesti e il contesto storico risponde a valori incommensurabili. Ma l'ipotesi di fondo resiste intatta: la convinzione che la democrazia, per funzionare, debba essere distillata, e che la complessa ricchezza del voto debba venire ridotta a un algoritmo che garantisca il comando. Non è un'invenzione estemporanea, né un'ipotesi che si esaurisce nel perimetro di un singolo testo di legge; è una precisa cultura politica che attraversa le epoche, ripresentandosi ciclicamente sotto la maschera consolatoria della soluzione tecnica a una crisi politica.
Resta una verità di fondo: la governabilità non è mai una variabile neutra. È sempre un'opzione di campo. E qualsiasi scommessa ingegneristica sulla governabilità si rivela, inevitabilmente, una scelta sulla forma stessa della nostra democrazia.
Abel G
L'asservimento psicologico si nutre della spinta all'annullamento nell'ipnosi collettiva, un fenomeno descritto con precisione clinica da Gustave Le Bon ne La psicologia delle folle. All'interno dell'agglomerato sociale, l'individuo perde l'impalcatura critica faticosamente eretta dalla propria coscienza individuale per regredire a uno stato primordiale, dominato dall'inconscio eterodiretto. Il seduttore politico non parla all'intelletto, ma agisce per suggestione, ripetizione e immagini viscerali, trasformando la complessità del reale in una lotta manichea tra bene e male. La folla si consegna al dominatore poiché quest'ultimo le offre la liberazione dall'angoscia della solitudine; fuse nella massa, le singole fragilità personali si dissolvono in un'illusoria sensazione di onnipotenza e protezione immunitaria.
Per comprendere la natura fascinatoria dei potenti occorre analizzare la dinamica del desiderio speculare analizzata da René Girard in Delle cose nascoste fin dalla fondazione del mondo. Il potente non attrae soltanto per ciò che possiede, ma perché incarna il ruolo di "modello ostacolo": egli appare agli occhi delle masse come una figura dotata di un'autonomia ontologica assoluta, incapace di dubitare di se stessa. L'uomo comune, tormentato da un perenne senso di inadeguatezza, proietta sul sovrano o sul dittatore il proprio ideale di pienezza. Il consenso non si basa su una stima razionale del programma di governo, ma su un'identificazione mimetica: desideriamo ciò che il potente dimostra di possedere in abbondanza, ovvero la certezza incrollabile della propria superiorità e il diritto incondizionato al dominio.
La propaganda trova il suo terreno più fertile nella mistificazione linguistica, un dispositivo meticolosamente descritto da George Orwell nel romanzo 1984 attraverso l'invenzione della "Neolingua" e il concetto di "Sdoppiaggetto". Il potere non si limita a imporre una verità; altera la struttura logica del linguaggio per rendere letteralmente inconcepibile il pensiero critico. Quando parole come "governabilità", "ordine" o "sicurezza" vengono decontestualizzate e innalzate a valori assoluti, esse anestetizzano la percezione della realtà. La massa diventa schiava della narrazione dominante perché la sintassi del potere offre un sistema concettuale chiuso e perfetto, in cui ogni contraddizione viene riassorbita e la menzogna palese si trasforma in una verità di Stato necessaria per la sopravvivenza del collettivo.
L'irresistibile attrazione esercitata dalle demagogie autoritarie affonda le sue radici nell'analisi della "personalità masochista" teorizzata da Erich Fromm ne Fuga dalla libertà. In quest'opera, una delle più felici e giustamente celebrate di Erich Fromm, viene analizzato un apparente paradosso: l'uomo di oggi ha raggiunto la libertà, ma non riesce a usarla per realizzare completamente se stesso; al contrario, proprio la libertà sembra averlo reso fragile e impotente. Applicata al totalitarismo fascista, la tesi dimostra tutta la sua efficacia. L'immagine proposta dal fascismo di un uomo forte, virile, dotato di qualità eroiche è infatti un'enorme illusione, poiché il desiderio di sottomettersi a un potere è soverchiante e l'odio per l'inerme solo la proiezione di una disperata paura della libertà. Molti, di fronte alle responsabilità che accompagnano il godimento della libertà, preferiscono fuggire verso nuove frontiere di totalitarismo, o si rifugiano nel conformismo della società di massa. Di contro a questa tendenza così diffusa nella nostra società, "Fuga dalla libertà" indica la via per continuare nella realizzazione degli ideali di individualità e di pienezza umana.

L'Uomo moderno, affrancato dai vincoli del mondo medievale e della tradizione, si ritrova solo, impotente e disorientato di fronte alle forze impersonali dell'economia e della storia. Questa solitudine genera un'angoscia intollerabile. Per sottrarsi al senso di sradicamento, l'individuo tende a rinunciare alla propria individualità per fondersi con una forza esterna immensamente più grande. Il potente diventa la figura paterna ideale a cui delegare il proprio destino; la sottomissione al leader autoritario garantisce un senso di sicurezza al prezzo della propria libertà.
Ne La banalità del male, Hannah Arendt individua la radice dell'asservimento non nella perversione sadica, ma nella rinuncia al pensiero interrogativo e critico. L'uomo privo di radici interiori cede con sconcertante facilità alle direttive dell'autorità costituita perché il sistema di propaganda gli fornisce un'impalcatura di cliches, regole e comportamenti prestabiliti che lo difendono dalla fatica di giudicare. I potenti appaiono affascinanti non necessariamente per virtù straordinarie, ma perché si presentano come gli unici coordinatori dell'ordine sociale, capaci di trasformare la burocrazia del dominio in una norma rassicurante. La propaganda prospera laddove gli uomini smettono di dialogare con se stessi, preferendo la certezza di un binario prestabilito all'incertezza del giudizio morale.
La fascinazione del comando poggia su un meccanismo di compensazione della miseria esistenziale che la letteratura ha espresso con altissima drammaticità. Nel capitolo de Il Grande Inquisitore all'interno de I fratelli Karamazov di Fëdor Dostoevskij, la narrazione rivela la verità sul rapporto tra masse e potere. L'Inquisitore spiega a Cristo che l'umanità non desidera la libertà, ma la risposta ai tre bisogni fondamentali: il pane, il miracolo e l'autorità universale. Il potere politico diventa un'arma imbattibile quando offre una soluzione a queste tre istanze, facendosi carico delle colpe e delle debolezze degli uomini. I potenti attraggono perché promettono di sollevare la moltitudine dal "terribile dono" della libertà, offrendo in cambio la certezza del pane e la serenità dell'obbedienza.
Da un punto di vista strettamente politico e antropologico, la dottrina del potere trova la sua codificazione classica ne Il Principe di Niccolò Machiavelli. Il segreto del politico vittorioso risiede nella capacità di comprendere e volgere a proprio favore la natura immutabile degli uomini, definiti come ingrati, volubili, simulatori e dissimulatori. Il potente affascina la massa perché incarna simultaneamente le qualità della volpe e del leone: l'astuzia nell'evitare le trappole mentali e la forza spietata nell'incutere timore. La propaganda del più forte funziona perché l'opinione pubblica giudica quasi esclusivamente in base alle apparenze e al successo finale; chi riesce a conquistare e mantenere il comando ottiene ipso facto il plauso della moltitudine, disposta a perdonare qualsiasi mezzo in nome del risultato ottenuto.
Il potere, vissuto e perseguito come fine ultimo, agisce come una droga sistemica sulla psiche collettiva e individuale, un concetto esplorato nel saggio Masses and Power (Massa e potere) di Elias Canetti. La massa trova nella crescita quantitativa e nella forza del sovrano un senso di invulnerabilità temporanea contro la morte. Il potente, ponendosi al vertice della piramide sociale, gestisce la distribuzione del terrore e del perdono, trasformando i propri sudditi in strumenti di esecuzione. Il controllo dei simboli e la capacità di dirigere la violenza collettiva verso un capro espiatorio rendono il dominatore un polo d'attrazione irresistibile: gli uomini si aggrappano al suo scettro per non cadere vittime dell'entropia e della distruzione reciproca.
L'asservimento alle logiche del dominio assoluto rappresenta, in ultima analisi, il cedimento della cultura alla logica della forza. Quando una società abdica all'esercizio della dialettica e della critica istituzionale, la democrazia si riduce a un guscio procedurale pronto a essere riempito dalla volontà di potenza del demagogo di turno.
Come insegnano le pagine di Thomas Hobbes nel Leviatano, l'uomo abbandonato allo stato di natura teme sopra ogni cosa la morte violenta e il caos imprevedibile; per fuggire da questo incubo, è disposto a cedere la propria sovranità a un corpo artificiale dotatosi di spade e leggi. Il fascino dei potenti e l'efficacia della propaganda risiedono in questo antico baratto: la cessione irresponsabile della dignità politica in cambio di un'illusione temporanea di ordine, stabilità e protezione.

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