
Invecchiare è smettere di immaginare: pedagogia del sogno, sociologia del desiderio, filosofia della continuità interiore
VISION | SCRITTO DA VIRGINIA RUSPOLI
L'assunto secondo cui l'invecchiamento corrisponda a un mero, inesorabile decadimento della fibra biologica costituisce una delle più pervasive illusioni del nostro tempo, laddove, ad un'indagine antropologica rigorosa, l'invecchiare si rivela anzitutto come l'interruzione drastica dell'attività immaginativa e la progressiva sclerotizzazione della facoltà fantastica. Quando Gabriel García Márquez, nelle pagine autobiografiche di Vivere per raccontarla, osserva che la senescenza non sopraggiunge per l'accumularsi degli anni bensì nel preciso istante in cui si smette di sognare, egli non formula una vaga concessione poetica, ma identifica il principio ontologico stesso della vitalità umana. Il sogno non si configura qui come un'innocua evasione infantile né come un sedativo per la durezza del reale, bensì come il motore identitario primario, quell'incessante attrito ermeneutico e creativo che impedisce la cristallizzazione dell'io e la sua resa all'inerzia dell'esistente. In questa prospettiva, la lezione della filosofia politica di Hannah Arendt trova il suo più radicale compimento: la facoltà di sognare coincide intimamente con la natalità, ovvero con quella fondamentale condizione umana che definisce la capacità permanente di dare inizio a qualcosa di nuovo, di spezzare il determinismo storico e di rivendicare la propria presenza nel mondo non come un semplice epifenomeno del tempo che passa, ma come un atto di perenne insorgenza interiore.
Tuttavia, la rinuncia al sogno non si consuma mai in una solitudine puramente psicologica, iscrivendosi piuttosto all'interno delle ferree maglie di una sociologia dell'invecchiamento che disciplina, codifica e infine sterilizza il desiderio individuale. Le strutture sociali contemporanee operano infatti come dispositivi normativi volti a definire ciò che risulta biologico, opportuno e decoroso per ciascuna stagione dell'esistenza, imbrigliando la pulsione fantastica in rigide cronologie istituzionalizzate. Nella cornice del modello neoliberale, dove il valore della persona viene ridotto e misurato sulla base della sua immediata produttività e della sua utilità calcolabile, la transizione dall'«età utile» all'«età improduttiva» segna l'archiviazione del diritto al futuro e la confina in un orizzonte di pura conservazione del passato. Come ha lucidamente mostrato Zygmunt Bauman nel tracciare le coordinate della modernità liquida, la precarietà del desiderio contemporaneo cede il passo a una desolante mercificazione della speranza, laddove l'habitus denunciato da Pierre Bourdieu interiorizza la rinuncia come forma di adattamento sociale. In un contesto dominato da quella che Byung-Chul Han definisce la «società della stanchezza» — in cui il soggetto della prestazione finisce per autosfruttarsi fino all'esaurimento della propria carica utopica —, il perseguimento di un sogno irriducibile alle logiche del profitto o del mero intrattenimento trascende la dimensione individuale per ergersi a vero e proprio atto di resistenza epistemologica e politica contro la normatività del presente.
Se dunque la società tenta di addomesticare l'immaginazione riducendola a velleità, occorre fondare una rigorosa filosofia del desiderio che riconosca nel sogno una forma altissima, e insostituibile, di conoscenza del reale. Lontano dall'essere un vuoto chimerico, il sogno rappresenta la tensione intenzionale verso il possibile, una fenomenologia del «non ancora» che dilata i confini del mondo dato per farvi irrompere ciò che attende di essere compiuto. In linea con la tradizione ontologica che da Baruch Spinoza giunge sino all'intuizionismo di Henri Bergson, il desiderio non è da intendersi come una mancanza da colmare, ma come la struttura medesima dell'essere, quel conatus o élan vital che spinge la coscienza a travalicare i propri limiti fattuali per esplorare la continuità della durata interiore. Questa carica propulsiva trova la sua sponda nell'opera di Cornelius Castoriadis, che scorge nell'immaginazione la facoltà radicale attraverso cui l'essere umano e le comunità istituiscono nuovi mondi e nuovi significati prima ancora che essi diventino storicamente visibili. È la fondamentale intuizione di Ernst Bloch e del suo Principio speranza: l'atto di sognare a occhi aperti non è una fuga dalla realtà, bensì la cognizione più profonda delle potenzialità inespresse dell'esistenza, un'attività cognitiva che anticipa il futuro e ne mappa le traiettorie di trasformazione.
"Il principio speranza costituisce una delle imprese filosofiche più ambiziose di sempre. Il viaggio di Bloch nel "continente speranza" e nella dimensione utopica del pensiero in tutte le sue manifestazioni appare, ai nostri occhi, meravigliosamente inattuale e, al contempo, ancora ricco di suggestioni per il futuro. Realizzato in oltre vent'anni, il capolavoro di Bloch non intende infatti negare la realtà, ma si oppone con fermezza alla passiva accettazione di una realtà "già data" e immutabile, fondando la sua ontologia sulle potenzialità dell'essere e sull'apertura al cambiamento. "L'importante è imparare a sperare. Il lavoro della speranza non è rinunciatario perché di per sé desidera aver successo invece che fallire. Questa nuova edizione presenta l'opera in tre volumi divisibili".
photo / Abel Gropius, Untitled 2026
Di fronte a un contesto culturale che tende a tarpare preventivamente le ali del desiderio, emerge l'urgenza improcrastinabile di una pedagogia del sogno capace di configurare la facoltà immaginativa non come un dono innato ed estemporaneo, ma come una precisa competenza esistenziale che va coltivata, allenata e difesa rigorosamente nel corso dell'intera vita. La scuola e le istituzioni educative tradizionali si sono fatte troppo spesso complici di una pedagogia della rinuncia, inclinata a reprimere la dismisura della fantasia in nome del conformismo esecutivo, della misurabilità del profitto scolastico e dell'adeguamento passivo alle richieste del mercato lavorativo. Contro questa deriva, si tratta di edificare con decisione una pedagogia del possibile, un orientamento educativo che sappia riscoprire la lezione di Paulo Freire e la sua pedagogia della liberazione, in cui la coscienza critica non separerà mai la lettura della parola dalla reinvenzione del mondo. Rileggendo la lezione di Maria Montessori sull'autoeducazione e sul rispetto per la spontaneità creativa del bambino, unitamente alla visione di Jerome Bruner secondo cui la mente umana opera essenzialmente come costruttrice di narrazioni e metafore, l'atto educativo deve ritrovare la forza di insegnare ai giovani — così come agli adulti — a non temere l'eccesso, la sproporzione e la generosa ambizione dei propri orizzonti mentali.
In questa preziosa opera di ricostruzione della sensibilità interiore, la letteratura si propone come il laboratorio privilegiato e inesausto del sogno, offrendo uno spazio in cui l'immaginazione può sperimentare la propria illimitata libertà. Nel tessuto delle grandi opere letterarie, la leggerezza teorizzata da Italo Calvino non si risolve mai nella frivolezza, ma diviene una forma superiore di reazione e resistenza al peso opaco della realtà quotidiana, un modo di sorvolare le cose senza sottrarsi alla loro verità. Questa geografia dell'anima risuona profondamente con la prospettiva di James Hillman e con il suo «codice dell'anima», il quale invita a scorgere nella vita individuale un destino eminentemente immaginativo, una vocazione che chiede di essere decifrata e nutrita attraverso le immagini interiori. Sulla stessa linea di tensione, l'opera di Virginia Woolf ci mostra come la vita interiore sia uno spazio di continua espansione e permeabilità, capace di far crollare le pareti del tempo convenzionale, laddove Rainer Maria Rilke richiama l'essere umano a considerare il sogno non come un passatempo, bensì come un compito gravoso e sublime, un autentico lavoro dell'anima necessario a trasfigurare il mondo esterno nell'invisibile. È infine la narrativa di Haruki Murakami a ricordarci con forza quanto la continuità fluida tra la dimensione del reale e quella del sogno costituisca l'unica vera strategia di sopravvivenza spirituale in un universo altrimenti minacciato dalla reificazione e dalla solitudine.

La tragedia del mondo contemporaneo risiede tuttavia nel fatto che il processo di invecchiamento interiore tende ad anticiparsi drammaticamente, colpendo individui sempre più giovani e inaridendone la capacità utopica prima ancora che essi abbiano potuto spiegare il proprio potenziale. Il sovraccarico informativo incessante, l'ansia da prestazione capillarmente diffusa e l'ossessivo culto dell'efficienza immediata agiscono come un veleno sistemico contro la vita contemplativa, prosciugando le riserve di attenzione necessarie alla gestazione dell'immaginario. Come hanno documentato gli studi di Jonathan Crary sulla colonizzazione dell'attenzione nell'era del capitalismo 24/7, il tempo della riflessione viene continuamente eroso e sussunto dalle logiche dell'interattività coatta; d'altro canto, il «realismo capitalista» analizzato da Mark Fisher ha interiorizzato l'idea devastante che non sia più possibile neppure figurarsi un'alternativa allo stato delle cose esistente. In una società segnata dall'«accelerazione sociale» teorizzata da Hartmut Rosa, in cui ogni processo deve essere consumato all'istante e tradursi in un risultato quantificabile, il sogno — che è per sua intima natura un'attività lenta, sotterranea, esigente e riottosa al calcolo dell'utile — viene inevitabilmente emarginato come un residuo improduttivo, privando il soggetto della capacità di abitare la propria durata interiore.
In ultima analisi, riaffermare l'urgenza del sognare significa restituire all'esistenza la sua forma più autentica di giovinezza permanente, intesa non come mero dato anagrafico o preservazione estetica del corpo, ma come un'incrollabile postura etica ed epistemologica. Tornare alla lezione iniziale di Márquez implica comprendere che la giovinezza dell'essere non risiede nella mancanza di rughe, bensì nella capacità inesausta di preservare intatto il margine del possibile, continuando a rivendicare il diritto di figurarsi mondi ancora inesplorati.
Il sogno, sottratto alle sue edulcorate banalizzazioni consumistiche, si riconferma così per quello che è sempre stato: un gesto genuinamente politico, un imperativo pedagogico e un compito filosofico imprescindibile per chiunque rifiuti di farsi schiacciare dal peso delle circostanze. Se l'invecchiamento coincide con la rinuncia progressiva, con il ripiegamento consolatorio e con la capitolazione di fronte alla piattezza del dato di fatto, la giovinezza si manifesta come un'ostinata e rigorosa insistenza del desiderio. Continuare a sognare e a immaginare diventa, in definitiva, la nostra più radicale e feconda forma di resistenza contro la finitudine, l'unico vero baluardo contro la morte dello spirito e la sola strada percorribile per fare della vita un'opera aperta, proiettata verso l'infinito.
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