Il deragliamento della coscienza: l’estetica e la scelta del male attivo

14.09.2026

REDAZIONE


L'esperienza clinica e l'osservazione sociologica ci pongono costantemente di fronte a un paradosso inquietante: il male non si manifesta quasi mai come una mera mancanza, un vuoto o una lacuna di virtù. Come evidenzia lucidamente Vito Mancuso, filosofo e teologo, esiste una vera e propria attrazione, una pulsione che possiamo definire come il «piacere del male». La psicoanalisi, a partire dalle formulazioni freudiane su Eros e Thanatos, ha dovuto riconoscere che la distruttività non è semplicemente un fallimento della civilizzazione, ma una forza primaria, una componente intrinseca della psiche che trae appagamento dal proprio stesso operare disgregante. 


Nell'ambito clinico, la metapsicologia ha a lungo oscillato tra una visione privativa del male e il riconoscimento della sua natura pulsionale. Se la filosofia classica tendeva a interpretare la colpa come ignoranza del bene, la lettura psicoanalitica svela un quadro nettamente più complesso: il soggetto umano è perfettamente capace di scorgere la luce, di riconoscerne la funzione strutturante e, ciononostante, di provarne un odio profondo. Questo odio per il bene non nasce dall'accecamento, ma da una consapevole reazione di rigetto verso ciò che impone un limite o una legge al desiderio narcisistico.

La figura del diavolo, presente sotto molteplici forme nel panorama mitologico e religioso universale, non rappresenta un'entità metafisica esterna, bensì un costrutto simbolico necessario. Le culture umane hanno dovuto inventare una personificazione del demoniaco per dare un nome e un volto a questa specifica e spaventosa possibilità psichica: la "diabolicità" come cita lo stesso Vito Mancuso, è quella capacità organizzata di godere della distruzione dell'Altro. Il simbolo del demonio funziona così come uno specchio in cui la collettività proietta la propria angoscia di fronte all'incomprensibile attrazione per il caos.


Indubbiamente esiste il piacere del male. La natura dell'animo umano può essere diabolica. Io non credo nell'esistenza del diavolo, ma credo nell'esistenza della diabolicità; se la figura del diavolo è stata escogitata, immaginata, inventata dalla mente umana, per altro in tutte le religioni, è esattamente per questa possibilità della diabolicità, ovvero vedere il bene, vedere la luce, e odiare il bene, odiare la luce, mettendo in atto delle azioni assolutamente negative a riguardo. L'essere umano, che per molti aspetti può essere un angelo, può anche essere una bestia, e se è superiore agli animali per alcuni aspetti è il peggiore di tutti gli animali per altri. Questo è indubbio, ed esattamente per questo motivo l'essere umano è capace di bene e di male. Mentre gli animali sono necessitati all'interno dei "binari" di madre natura, noi possiamo deragliare e porre in atto azioni di male, oppure decollare e porre in atto azioni di bene.

Vito Mancuso


A differenza degli altri viventi, l'essere umano non è imbrigliato in un determinismo biologico assoluto. Gli animali si muovono all'interno dei binari tracciati dall'istinto e dalla necessità evolutiva, dove la violenza è sempre funzionale alla sopravvivenza o alla riproduzione. L'uomo, al contrario, possiede la prerogativa unica e drammatica di poter deragliare. La libertà umana si configura primariamente come frattura della continuità naturale, una spaccatura che permette sia il decollo verso l'altruismo sublimato, sia la precipitazione in una perversione slegata da qualsiasi utilità biologica.



La presunta superiorità della specie umana rivela qui il suo lato più oscuro. Se per un verso la capacità simbolica, l'astrazione e l'autocoscienza sollevano l'uomo al di sopra del regno animale, per l'altro lo rendono potenziale autore di crudeltà che non hanno equivalenti in natura. L'animale non può essere "spietato" nel senso morale del termine, poiché non possiede la rappresentazione mentale della sofferenza altrui come oggetto di godimento. L'uomo, invece, proprio grazie alle sue sofisticate funzioni cognitive, può trasformare la sofferenza dell'altro nell'oggetto primario del proprio desiderio


Sul piano sociologico, le manifestazioni della diabolicità collettiva si esprimono attraverso dinamiche istituzionali e sistemiche in cui il male viene razionalizzato e perseguitato con fredda metodicità. Dai fenomeni di mobbing e dinamiche di capro espiatorio nei gruppi, fino alle immani tragedie belliche, la sociologia analizza come la deviazione conscia possa diventare cultura condivisa. In questi scenari, il male smette di essere un'irruzione impulsiva e diventa un piano orchestrato, in cui la lucida visione del bene dell'altro guida la mano di chi intende annientarlo.

Il male umano non deve dunque essere interpretato come un semplice incidente di percorso o una regressione temporanea ad uno stato primitivo, bensì come una struttura potenziale della coscienza. È la libertà che, invece di orientarsi verso l'integrazione e il legame, si contorce su se stessa. È una forma di ribellione narcisistica in cui il soggetto preferisce il dominio distruttivo alla vulnerabilità che l'esposizione alla luce e alla relazione con l'Altro inevitabilmente richiede.

In questa dinamica, la coscienza morale si piega a sofisticati meccanismi di difesa e razionalizzazione. La perversione, intesa non solo come variante clinica ma come assetto relazionale, si serve della verità e del bello per manipolarli e svalutarli. Vedere il bene e odiarlo significa riconoscere il valore dell'oggetto per poi godere nel dimostrare la sua fragilità, dissacrandolo. Questo processo di svalutazione attiva garantisce al soggetto un'illusoria sensazione di onnipotenza e controllo assoluto.


La vera misura dell'umano non si riscontra in una presunta bontà automatica o in un'innata inclinazione all'armonia, ma nella tensione costante tra le spinte integrative e quelle disgregative. La psiche è un campo di battaglia permanente in cui la scelta non è mai data una volta per tutte, ma si rinnova in ogni atto. La responsabilità individuale e collettiva sorge proprio da questa consapevolezza: la capacità di volare alto condivide la medesima radice della capacità di sprofondare nell'abisso.



In conclusione, integrare la possibilità della diabolicità all'interno della teoria psico-analitica e della lettura sociologica è indispensabile per non cadere in un ingenuo ottimismo antropologico. Riconoscere che l'uomo può scegliere il male in quanto male non significa cedere al cinismo, ma dotarsi degli strumenti critici per comprendere le manifestazioni più complesse della sofferenza psichica e sociale. 

È solo guardando senza veli la possibilità del deragliamento che diventa possibile costruire argini etici e terapeutici capaci di sostenere il difficile compito di scegliere, ogni giorno, la luce.


NEL PROSSIMO CONTRIBUTO


La violenza sistemica e il male collettivo non nascono quasi mai da un improvviso tracollo della razionalità, ma da un suo paradossale iper-funzionamento. Quando il male diventa strutturale, la società non smette di ragionare: cambia le regole della propria logica. Dal punto di vista sociologico e socio-psicologico, l'annullamento delle remore etiche nell'agire collettivo si regge sul fenomeno che Albert Bandura ha teorizzato come disimpegno morale, integrato dalle strutture di razionalizzazione sociologica analizzate da autori come Hannah Arendt, Zygmunt Bauman e Max Weber.



L'illusione più rassicurante delle società contemporanee risiede nel considerare la violenza di massa e il male strutturale come patologie improvvise del corpo sociale, ovvero come crolli momentanei della ragione devastata dall'irrazionalità. L'analisi sociologica e la riflessione metapsicologica svelano tuttavia una realtà ben più destabilizzante:...

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