Un memoir che non si legge: si attraversa e si abita. Su La ragazza di vicolo Pandolfini di Nando dalla Chiesa

25.02.2026

Ci sono libri che si sfogliano con leggerezza, e altri che si affrontano come si affronta un dolore antico: con rispetto, con cautela, con quella sorta di tremore che accompagna ogni gesto quando si teme di toccare qualcosa di troppo fragile. La ragazza di vicolo Pandolfini appartiene a questa seconda categoria. Non è un romanzo, non è un saggio, non è nemmeno un diario nel senso tradizionale del termine. È un atto d'amore. E come tutti gli atti d'amore autentici, è insieme luminoso e devastante. Ci sono altrettante letture che non chiedono di essere solo comprese, ma di essere attraversate, come si attraversa una stanza in cui il tempo si è fermato, o un ricordo che non appartiene soltanto a chi lo racconta ma, in qualche modo misterioso, anche a chi lo ascolta. La ragazza di vicolo Pandolfini è un po' di tutto questo: un memoir che non si offre come semplice narrazione, ma come luogo emotivo, come spazio sospeso in cui la vita e la perdita, la gioia e il dolore, la memoria e la presenza si intrecciano fino a diventare indistinguibili.



In un angolo silenzioso di Palermo, tra le inferriate di un giardino abbandonato e il profumo dei gelsomini, ha inizio la storia d'amore di una ragazza dagli occhi di smalto turchese. Ben oltre la narrazione biografica, Nando dalla Chiesa consegna al lettore un ricordo toccante, in cui il ritratto indimenticabile della "ragazza di vicolo Pandolfini" è incastonato nella storia civile dell'Italia degli ultimi cinquant'anni. La sua è una vita di grazia e di fierezza, in cui l'eleganza naturale nasconde un sorprendente coraggio, e la tenerezza per i più deboli diventa una scelta radicale. Dal delicato richiamo dei ricordi, dalla malia di uno stretto e di un'isola in cui risuonano ancora gli echi del mito, emerge la storia di una donna che ha saputo trasformare ogni cicatrice in bellezza, ogni dolore in dignità. Il racconto evoca il dramma del terrorismo e della lotta alla mafia, e mostra come l'infinito si trovi nelle pieghe del provvisorio, celebrando la "piccola immortalità" di chi, lontano dai riflettori, ha saputo amare, resistere e lasciare un segno indelebile nel cuore di coloro che l'hanno conosciuta e ne hanno apprezzato la generosità e l'impegno civile.

Parlare di questo libro non è semplice, perché non si tratta di giudicare uno stile o una trama, ma di entrare — in punta di piedi — nella storia di una donna che non c'è più e che pure continua a vivere nelle parole di chi l'ha amata per cinquant'anni. Emilia: la ragazza siciliana che incrociò lo sguardo di Nando dalla Chiesa negli anni Settanta, e che da quel momento divenne compagna, confidente, sostegno, specchio, radice. Una presenza che attraversa il tempo come un filo d'oro, tenendo insieme gioie e tragedie, entusiasmi e ferite, quotidianità e storia collettiva.

Il memoir procede come procede la memoria: non in linea retta, ma per lampi, per ritorni, per improvvise aperture che lasciano entrare la luce o il buio. C'è il colpo di fulmine a Palermo, ci sono i viaggi interminabili in treno, c'è la costruzione di una famiglia, ci sono i figli, i nipoti, le risate stonate, le discussioni politiche, le gaffe, le intelligenze improvvise. E poi c'è l'ombra lunga del dolore: la morte delle madri, la ferita insanabile dell'assassinio del Generale Carlo Alberto dalla Chiesa, la malattia che arriva come un ladro e non restituisce nulla.

In queste pagine "disordinate", come l'autore stesso le definisce, c'è una densità emotiva che a tratti toglie il fiato. Non perché il linguaggio sia difficile — anche se talvolta si concede un'aulicità che richiede attenzione — ma perché ciò che racconta è troppo vero, troppo umano, troppo vicino a ciò che tutti temiamo e desideriamo: amare tanto da non sapere più dove finisce l'uno e comincia l'altro.

Dalla Chiesa non costruisce un monumento: costruisce una presenza. Emilia non è idealizzata, è restituita nella sua interezza: splendida, ironica, fragile, combattiva, intelligente, stonata, luminosa. Una donna che non ha avuto il tempo che meritava, e che proprio per questo sembra appartenere a una dimensione più vasta, quasi mitica. Una donna "provvisoria, purtroppo, e tuttavia infinita".

E forse è questo il dono più grande del libro: ricordarci che l'amore vero non si misura in anni, ma in intensità; che alcune storie non si chiudono con la morte, ma continuano a vibrare come un'eco che non si spegne; che ciò che abbiamo condiviso con chi abbiamo amato non resta a terra, ma "dispiegando le ali" continua a muoversi nell'aria, lasciando segni che solo chi ha vissuto può riconoscere.

La ragazza di vicolo Pandolfini non è una lettura facile. È una lettura necessaria. Perché ci ricorda che la vita, con tutte le sue ferite, può essere smisurata. E che l'amore, quando è autentico, non conosce confini: li supera, li travolge, li dissolve. Proprio come una grande opera d'arte.



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