
Tra l’uva e lo specchio: la cultura oltre la trappola del risentimento
EDITORIALE | SCRITTO DA ABEL GROPIUS (ILLUMINATO DA UN'INTUIZIONE DI MATTIA MADONIA)
C'è un equivoco di fondo, quasi un vizio di forma, nel modo in cui tendiamo ad analizzare la cultura di massa e le sue derive: quello di confondere lo specchio con la realtà che vi si riflette, o peggio, la febbre con il termometro. Quando il cinema di largo consumo e la comicità popolare – di cui il sodalizio tra Gennaro Nunziante e Checco Zalone rappresenta indubbiamente l'espressione più nitida, sofisticata e di successo degli ultimi decenni – mettono in scena la caricatura dell'intellettuale staccato dal mondo, non stanno inventando un nemico né stanno promuovendo una crociata contro il sapere. Al contrario, stanno compiendo il lavoro più antico e nobile della commedia: registrare le crepe di una società, prenderne i tic più evidenti e trasformarli in materia narrativa. Attribuire a questa tipologia di operazione artistica la responsabilità dell'imbarbarimento culturale o del risentimento anti-scientifico significa non aver compreso la natura stessa della satira, la quale non crea mai i fenomeni che descrive, ma si limita a fotografarli quando sono ormai giunti a maturazione.
In questa prospettiva, il lavoro di artisti come Zalone non solo non va demonizzato, ma va salutato come un'insostituibile cartina di tornasole dei nostri tempi. Il riso che scaturisce dalle sue maschere non è mai un plauso consolatorio all'ignoranza, bensì una risata amara che nasce dal riconoscimento immediato di un dato di fatto: l'incapacità cronica di una certa élite di parlare al Paese reale. La figura dello studioso pedante, incapace di un gesto di umanità o chiuso nel proprio gergo incomprensibile, funziona sul grande schermo perché esiste già nell'immaginario e nell'esperienza quotidiana delle persone. La commedia popolare funziona da reagente chimico: mette a nudo la distanza siderale tra chi detiene gli strumenti della conoscenza e chi ne è stato storicamente escluso, mostrando come il sapere, quando viene ostentato come un titolo di privilegio anziché condiviso come un bene comune, generi inevitabilmente rigetto e incomprensione.
Ben vengano, dunque, queste opere e questo tipo di ironia, se riescono a svolgere una funzione di sensibilizzazione che saggi, dotti dibattiti e articoli di fondo non riescono più ad assolvere. La risata comica possiede una capacità di penetrazione straordinaria, in grado di abbattere le difese ideologiche di un pubblico eterogeneo e di costringerlo, anche solo per un istante, a guardarsi dentro.
Attraverso lo sberleffo e il paradosso, la commedia costringe sia l'intellettuale arroccato sia il cittadino comune a misurarsi con i propri limiti, trasformando la sala cinematografica in un luogo di autoanalisi collettiva.
Non si tratta di una riduzione della complessità, ma della sua traduzione in un linguaggio accessibile, capace di sollevare questioni profonde – come il rapporto con la diversità, l'ipocrisia dei salotti o il senso di smarrimento di fronte alla modernità – senza mai cedere al tono cattedratico.
Lo strumento fondamentale attraverso cui questo miracolo narrativo si compie è l'empatia, un elemento che la critica più spietata tende spesso a sottovalutare. Personaggi come quelli interpretati da Checco Zalone non sono mai mostri spietati o macchiette sterili, ma figure profondamente umane, ricche di fragilità, contraddizioni e desideri nei quali chiunque può, in fondo, riconoscersi. Nel momento in cui ridiamo delle loro sgrammaticature, delle loro furbizie e dei loro scontri con la "cultura alta", non stiamo celebrando la loro ignoranza, ma stiamo empatizzando con la loro condizione umana. Questa vicinanza emotiva permette allo spettatore di non sentirsi giudicato o colpevolizzato, creando quell'aggancio affettivo che è la premessa indispensabile per qualsiasi vera riflessione: soltanto quando ci sentiamo accolti e compresi, infatti, diventiamo davvero disponibili a mettere in discussione i nostri pregiudizi.
In ultima analisi, il compito dell'arte popolare non è quello di offrire soluzioni educative o di sostituirsi alle istituzioni scolastiche, ma di spalancare finestre di consapevolezza attraverso la leggerezza. Se il pubblico affolla le sale per ridere delle debolezze dell'intellettualismo, la colpa non è del regista o dell'attore che hanno saputo intercettare quel sentimento, ma di chi ha permesso che la cultura diventasse sinonimo di freddezza e distinzione di classe. Accogliere il lavoro di questi artisti come un'opportunità di confronto, e non come un minaccioso sintomo di decadimento, è il primo passo per ricostruire un dialogo interrotto. Perché una società capace di ridere di se stessa attraverso l'empatia è una società che, pur tra mille contraddizioni, possiede ancora gli anticorpi per guardarsi allo specchio, riconoscere le proprie ferite e cercare, finalmente, una strada per guarirle.

Da fame spinta d'alta vite a l'Uva.
Quanto mai pote lanciasi una volpe;
Ma coma vide ir ogni sforzo a voto,
Partì, dicendo, io non la curo: è acerba.
*La favola è per tal, che con parole,
Ciò ch'ottener non può, biasma e dispregia.
L'EDITORIALE
C'è un filo sottile, ma resistentissimo, che collega la menzogna della volpe di Fedro al populismo culturale dei nostri giorni. Quando la volpe non arriva all'uva, oggi organizza un comitato per abolire i vigneti, raccoglie firme contro i viticoltori e accusa l'uva di essere uno strumento delle élite radical-chic. È la democratizzazione dell'invidia che si fa manifesto politico, la stessa dinamica che spinge una parte del discorso pubblico a mettere sistematicamente nel mirino la figura dell'intellettuale. Il bersaglio è facilissimo, anche perché nell'Italia contemporanea trovare questo "stuolo di dotti" richiede uno sforzo d'immaginazione non indifferente. Eppure lo spauracchio del "sapientone" funziona sempre. Funziona perché solletica quella patologia sociale che Isaac Asimov, già nel 1980 sulle colonne di Newsweek, aveva diagnosticato con precisione chirurgica: il culto dell'ignoranza, alimentato dall'idea falsa che democrazia significhi «la mia ignoranza vale quanto la tua conoscenza».
C'è tuttavia un equivoco di fondo nel modo in cui tendiamo ad analizzare la cultura di massa e le sue derive: quello di confondere lo specchio con la realtà che vi si riflette, o la febbre con il termometro. Quando il cinema comico e la satira popolare — di cui il sodalizio tra Gennaro Nunziante e Checco Zalone rappresenta l'espressione più nitida e di successo degli ultimi decenni — mettono in scena la caricatura dell'intellettuale staccato dal mondo, non stanno promuovendo una crociata contro il sapere. Al contrario, compiono il lavoro più antico della commedia: registrare le crepe di una società e trasformarle in materia narrativa. Attribuire a queste operazioni artistiche la responsabilità dell'imbarbarimento culturale significa non comprendere la natura della satira, la quale non crea mai i fenomeni che descrive, ma si limita a fotografarli quando sono giunti a maturazione.
In questa prospettiva, il lavoro di artisti come Zalone non solo non va demonizzato, ma va salutato come un'insostituibile cartina di tornasole. Il riso che scaturisce dalle sue maschere non è un plauso consolatorio all'analfabetismo funzionale, bensì una risata amara che nasce dal riconoscimento di un dato reale: l'incapacità cronica di una certa élite di parlare al Paese. La commedia funziona da reagente chimico, mettendo a nudo la distanza tra chi detiene gli strumenti della conoscenza e chi ne è stato escluso. Ben vengano queste opere se riescono a svolgere una funzione di sensibilizzazione che i dotti dibattiti non assolvono più, usando lo strumento dell'empatia: i loro personaggi sono figure umane, ricche di fragilità, che permettono allo spettatore di non sentirsi giudicato e di aprire, attraverso la leggerezza, uno spaglio di autoanalisi collettiva.
Il cortocircuito drammatico si verifica quando la politica e la società civile smettono di fare il proprio dovere, scambiando il termometro per la cura. Siamo arrivati a considerare la parola "intellettuale" come un insulto e a cercare leader che ci somiglino nei difetti e nella sgrammaticatura istituzionale, dimenticando che la politica dovrebbe essere una spinta verso l'alto. Se la destra cavalca la mediocrità, le opposizioni spesso rispondono con un classismo snob che radicalizza lo scontro. Ma la colpa non è degli artisti che intercettano questo sentimento, bensì di chi ha permesso che la cultura diventasse sinonimo di freddezza e distinzione di classe.
E allora, a voi giovani indico questo. E ve lo dice un vecchio brontolone che ne ha viste abbastanza da non avere più alcuna pazienza per le scuse: mandate al diavolo tutta questa messinscena. Sfanculate senza troppi complimenti chi vi racconta che ignorare le cose vi renda più liberi o più autentici; chi vi applaude quando non sapete lo fa solo perché vi preferisce innocui e addomesticabili. Non abbassate la guardia e non fatevi fregare dalla tentazione di adagiarvi nel comodo gregge. La cultura non è un vizio da ricchi né una spilla da esibire nei salotti, ma l'unica vera arma di autodifesa che vi resta per sgomitare e rompere le pareti della gabbia. Studiate, cercate la complessità e imparate a saltare più in alto. E lasciate la volpe sotto la vite, a fare la solita fiera conta delle sue scuse.
EDITORIALE | SCRITTO DA ABEL GROPIUS (ILLUMINATO DA UN'INTUIZIONE DI MATTIA MADONIA)
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