
Oltre il giudizio: il diritto alla fragilità nella società dell'efficienza
SOUL | RICERCA FONTI IRIS BERNARDINI SCRITTO DA PERSEFONE GALIMBERTI
La notizia della tragica scomparsa di Presley Gerber, spezzatosi ad appena ventisette anni, non rappresenta soltanto un dramma privato della cronaca, ma assurge a vertigine speculativa e ferita aperta nel cuore della contemporaneità. Questo evento doloroso ci spalanca innanzi l'abisso d'un disagio giovanile oramai diffuso, sotterraneo e devastante, chiedendoci con imperiosa urgenza di superare la reazione emotiva estemporanea per addentrarci in una meditazione filosofica ed esistenziale sul senso della fragilità umana.
Troppo spesso lo sguardo adulto e istituzionale scivola nella facile tentazione del giudizio moralistico, fermandosi alla superficie dei comportamenti: le estetiche estreme, i tatuaggi ostentati, gli eccessi, la frammentazione dei linguaggi esteriori. Il sociologo Zygmunt Bauman, nelle sue celebri riflessioni sulla Società liquida, ha brillantemente illustrato come l'incertezza strutturale e la labilità dei punti di riferimento odierni generino un'ansia prestazionale incessante. Ciò che ad un occhio superficiale appare come semplice provocazione o stravaganza rappresenta in realtà la risposta disperata ad un'angoscia identitaria profonda.
Se accostiamo queste manifestazioni al pensiero psicanalitico di Donald Winnicott, scopriamo come la corazza dell'eccesso non sia altro che l'erezione d'un «falso Sé», una difesa disperata messa in atto per proteggere un «vero Sé» spaventato, inascoltato e vulnerabile. La provocazione diviene allora un vero e proprio grido di soccorso, un tentativo estremo di dire «esisto» all'interno di un mondo sociale che sa registrare e misurare la presenza individuale solo quando questa risponde a canoni standardizzati di successo e prestazione.
Il testo di T. Berry Brazelton sul magistero radiofonico di Donald Winnicott introduce appunto una prospettiva di inestimabile valore per comprendere la solitudine educativa che oggi attraversa le famiglie. Quando Winnicott parlava alle madri e ai padri attraverso le onde della BBC negli anni della ricostruzione postbellica, non offriva manuali prescrittivi o algidi protocolli pedagogici, bensì un balsamo di verità e legittimazione. Sintonizzarsi con la sua voce significava, e lo è tuttora, ritrovare una fresca sorgente nel deserto di un'ansia prestazionale che pretende dai genitori la perfezione meccanica e l'assenza totale di ombre emotive.
Winnicott smonta coraggiosamente il mito tossico del «genitore ideale», restituendo dignità ai sentimenti più scomodi del vivere quotidiano: la stanchezza opprimente, l'ambivalenza affettiva, i sensi di colpa, la necessità ineludibile e faticosa di saper pronunciare dei «no» fermi e amorosi. Il grande psicoanalista inglese dimostra che la funzione genitoriale non si regge sull'annullamento di sé o sull'infaticabile efficienza, ma sulla capacità di essere una «madre (o un padre) sufficientemente buona», ovvero un adulto autentico che sa attraversare l'imperfezione e l'errore senza soccombervi.
In questo senso, il richiamo all'«istinto dei genitori» evocato da Brazelton non va inteso come un vago sentimentalismo, bensì come il recupero di quella sintonizzazione profonda e intuitiva che la pressione sociale, i giudizi esterni e i dogmi della modernità rischiano continuamente di soffocare. Ritrovare la libertà di educare significa liberarsi dal terrore del fallimento e riallacciare quel legame di fiducia originario in cui il conflitto quotidiano, la gestione dei piccoli gesti e l'accoglienza delle fragilità infantili non vengono vissuti come scogli insormontabili, ma come la trama viva e quotidiana di un amore che resiste, comprende e sa attendere.
È fondamentale superare la sterile dialettica della ricerca del colpevole a tutti i costi, evitando di scagliare anatemi automatici contro la figura genitoriale. Come lucidamente evidenziato da Massimo Recalcati nel suo saggio Il complesso di Telemaco, i genitori contemporanei si trovano sovente immersi in una solitudine educativa inedita e disarmante. Esistono madri e padri presenti, devoti e colmi d'amore, che pur nella loro dedizione quotidiana si scontrano con l'impenetrabilità d'un dolore filiale che sembra parlare una lingua aliena e inaccessibile.
Il malessere che attanaglia un giovane non si esaurisce mai entro i confini delle dinamiche domestiche, poiché è il sintomo visibile di una patologia sociale ben più vasta e radicata. Il filosofo Byung-Chul Han, nella sua opera La società della stanchezza, descrive accuratamente il passaggio dalla società disciplinare alla «società della prestazione». In questo paradigma, l'individuo non è più soggetto a divieti esterni, ma diventa il carnefice di se stesso, spinto da un'imperativa e nevrotica ingiunzione all'ottimizzazione globale di sé, dove il fallimento personale equivale a una condanna esistenziale.
In questo scenario, la scuola viene chiamata in causa non come imputato primario, bensì come cruciale snodo pedagogico ed etico. Troppo spesso l'istituzione scolastica ha smarrito la propria vocazione originaria, trasformandosi in una burocrazia della valutazione numerica dove il giudizio sul merito prende il sopravvento sulla comprensione del processo umano. Quando la scuola premia unicamente il rendimento e svaluta l'errore, cessa di essere spazio di crescita e diventa un amplificatore dell'angoscia di inadeguatezza.
Ripensare la didattica significa recuperare la lezione di Paulo Freire ne La pedagogia degli oppressi, dove l'educazione non è concepita come un mero «deposito» di nozioni o come un meccanismo di conformazione sociale, ma come una prassi autentica di liberazione e di dialogo. La scuola deve tornare ad essere un luogo di transito protetto, una palestra di umanità capace di accogliere l'incompiutezza e di trasformare la fragilità da stigma sociale a risorsa conoscitiva e relazionale.
La cultura contemporanea ci ha assuefatti ad un'antropologia mitologica e tossica, fondata sulle categorie dell'efficienza immediata, della velocità e del trionfo mediatico. Nel suo capolavoro l'Arte di ascoltare e mondi possibili, il sociologo Marianella Sclavi sottolinea come la nostra società soffra di un profondo e cronico analfabetismo emotivo. Siamo straordinariamente addestrati a parlare, a mostrare e a produrre, ma siamo divenuti drammaticamente incapaci di sostare nel silenzio dell'altro e di accoglierne il dolore senza volerlo subito addomesticare o correggere.
È necessario riaffermare con forza che l'essere umano non è una macchina biologica da ottimizzare o da lanciare nella competizione globale. Ciascun individuo risponde a tempi di maturazione unici, singolari e irripetibili, che non possono essere compressi nelle tabelle di marcia imposte dal mercato o dal conformismo sociale. Il diritto alla lentezza, alla deviazione e persino allo smarrimento deve tornare ad essere riconosciuto come un passaggio fondamentale e legittimo nel percorso di costruzione dell'identità personale.
In questo senso, perdersi non deve essere considerato un fallimento definitivo o una colpa indelebile, ma una tappa cruciale della ricerca esistenziale. Come scriveva il filosofo ed educatore John Dewey nei suoi scritti sulla pedagogia esperienziale, l'apprendimento più profondo e trasformativo nasce proprio nei momenti di crisi, di rottura dell'equilibrio e di disorientamento. È esattamente nell'incertezza del dubbio che l'essere umano scopre le proprie risorse più autentiche e riconfigura la propria mappa del mondo.

Di fronte al dramma della depressione e dell'isolamento giovanile, la prima vera soluzione da intraprendere non è di natura burocratica o farmacologica, bensì relazionale ed epistemologica. Si tratta di operare una vera e propria rivoluzione dello sguardo: passare dalla logica della prestazione e del controllo alla prospettiva dell'ascolto profondo e incondizionato. I nostri giovani non chiedono di essere continuamente valutati, guidati o corretti; chiedono primariamente di essere «visti» per ciò che sono, nella loro complessa e bellissima imperfezione.
Dal punto di vista operativo e pedagogico, la famiglia e le istituzioni educative devono impegnarsi attivamente nella costruzione di "spazi di sospensione dal giudizio". Luoghi fisici e mentali in cui la fragilità possa manifestarsi liberamente senza il timore della sanzione o della svalutazione. Iniziative di educazione emotiva nelle scuole, il potenziamento degli sportelli di ascolto psicologico privi di filtri burocratici e la creazione di comunità di supporto per i genitori rappresentano passi concreti e condizioni imprescindibili per rompere la cappa di solitudine che circonda la sofferenza giovanile.
Questa trasformazione culturale richiede di riabilitare il valore della cura, intesa nel senso più nobile ed esistenziale formulato da Martin Heidegger in Essere e tempo. La cura autentica non consiste nel sostituirsi all'altro o nel risolvere burocraticamente i suoi problemi, ma nel creargli attorno uno spazio di libertà e di sicurezza all'interno del quale egli possa ritrovare la propria voce e la fiducia nella propria esistenza.
A tutti i giovani che oggi combattono in silenzio con il buio della depressione, con la sensazione soffocante di non essere mai abbastanza o con la paura di non trovare il proprio posto nel mondo, va inviato un messaggio di profonda vicinanza ed eresia rispetto ai dogmi del tempo presente: la vostra fragilità non è una colpa, il vostro dolore non vi rende sbagliati e il vostro valore di esseri umani non si misura dai successi visibili o dal consenso altrui.
La memoria di chi non ce l'ha fatta, in conclusione, deve trasformarsi in un monito rigoroso e fecondo per tutti noi. Famiglia, scuola e società tutta sono chiamate a sottoscrivere un nuovo patto educativo e umano, fondato non sulla pretesa dei risultati, ma sulla responsabilità della cura, sulla pazienza dell'attesa e sulla riscoperta dell'amore incondizionato. Solo restituendo ai nostri ragazzi il diritto di essere imperfetti, di cadere e di prendersi il proprio tempo, potremo offrire loro una speranza autentica e la certezza che la vita, con tutte le sue ferite, merita sempre di essere vissuta.
SOUL | RICERCA FONTI IRIS BERNARDINI SCRITTO DA PERSEFONE GALIMBERTI
INSPIRATION | SCRITTO DA ABEL GROPIUS EMOTIVAMENTE ISPIRATO DA DARIO STAZZONE
PRESS RELEASE | RICERCA FONTI IRIS BERNARDINI SCRITTO DA JOSE MAZIR




