La resilienza e la resistenza
Il primo piano è quello della resilienza – o meglio, del sumud, termine arabo che significa restare, radicarsi, rifiutare lo sradicamento. È la capacità di sopportare l'insopportabile, di rimanere nella propria terra come un albero ostinato che affonda radici sempre più profonde, anche quando il vento soffia con rabbia per strapparlo via.
Accanto ad essa, c'è la resistenza. Una parola che vibra di dignità e che racchiude il cuore stesso della lotta palestinese. Resistere significa combattere, difendere le proprie radici, sacrificarsi se necessario, tentare persino l'impossibile pur di restare fedeli a una patria che non si vuole abbandonare. Al-Muqawwama al-Mustamirra: la resistenza continua, fino alla liberazione.
Questi due piani non appartengono a noi, spettatori e solidali. Essi sono il destino, il fardello e al tempo stesso la forza del popolo palestinese.
Il sostegno internazionale: l'onere che ci riguarda
Ma c'è un terzo piano, quello del sostegno internazionale, che ci interpella direttamente. Non si tratta di compatire, non si tratta di una solidarietà annacquata. Si tratta di riconoscere l'ingiustizia storica subita da un popolo innocente e di affermare la legittimità della sua resistenza.
Oggi, però, non siamo in tempi ordinari. Siamo in tempi di genocidio.
Da settecento giorni un popolo imprigionato resiste sotto le bombe, nella fame, nella sete, nella privazione di ogni diritto. Eppure resiste. Miracolosamente, eroicamente, infliggendo perfino perdite a chi lo opprime, nonostante la sproporzione di forze, nonostante l'isolamento.
Ecco perché il sostegno non è un optional. È un dovere etico, umano, universale.
Ognuno a modo suo. Con una donazione, una manifestazione, una parola detta al momento giusto, una bandiera mostrata, un post condiviso, un rifugiato accolto, un orfano sostenuto. Nulla è risolutivo, ma tutto è parte di una rete invisibile che tiene viva una speranza.
Le piccole barche della libertà
Ed eccoci alle barche. La Freedom Flotilla non è una soluzione pratica. Non lo è mai stata, almeno non finora. Dal 2010 a oggi, nessuna di quelle barche è mai riuscita a raggiungere davvero Gaza: sempre intercettate, sequestrate, fermate da atti di pirateria, in un caso persino con la morte dei volontari a bordo.
Eppure, il loro valore simbolico è enorme.
Quelle vele al vento rappresentano il mondo che rifiuta di tacere, che non si rassegna a guardare in silenzio. Sono un pugno nello stomaco per l'entità che perpetua la violenza, un modo per ricordarle che la verità non può essere sepolta.
Quando quelle barche prendono il largo, non mettono a riposo le altre forme di lotta. Al contrario, danno slancio, si intrecciano con le manifestazioni, con i cortei, con l'attivismo dei campus, con ogni piccola goccia di resistenza quotidiana.