Il mondo non ci basta: essere, riconoscersi, coesistere

20.07.2026

L'EDITORIALE | ABEL GROPIUS


Parola chiave: "oscillazione". Pensiamo alla vita come a un'immensa orchestra. L'essere umano oscilla costantemente tra due tentazioni: la prima è la grazia di riconoscersi parte di una sinfonia, la coordinazione perfetta in cui anche la singola nota o il silenzio contribuiscono all'armonia dell'insieme. La seconda è la pretesa del solista sordo che, travolto dall'ansia di esistere, smette di ascoltare gli altri strumenti e pretende di alzare il volume fino a coprire l'intera sala. È in questo scarto tra il fondersi nel coro e il gridare sopra gli altri che si gioca la nostra identità: il rischio perenne di scambiare la musica condivisa per un semplice spartito scritto a nostro uso e consumo.



Prendiamo in considerazione il frangente in cui quello stesso essere umano sembri oscillare come un pendolo tra due poli opposti: da un lato il desiderio legittimo di sentirsi parte di qualcosa, di contribuire, di essere una tessera necessaria nel grande mosaico della vita sociale; dall'altro la tentazione di credersi il centro immobile dell'universo, il punto attorno al quale dovrebbe tutto ruotare, come nel vecchio sistema tolemaico che per secoli ha illuso l'umanità di essere al centro del cosmo. È in questa oscillazione che si gioca la nostra identità, perché nessuno di noi esiste davvero da solo, e tuttavia ognuno di noi è costantemente tentato di trasformare il bisogno di riconoscimento in una forma di egocentrismo che finisce per deformare la relazione con l'altro.


La metafora del mosaico ci ricorda una verità antica: siamo tessere, non monoliti. Una tessera isolata può essere bella, può avere un colore intenso, può persino essere preziosa, ma non racconta nulla. È solo quando si incastra con le altre che acquista un senso, una funzione, una direzione. Aristotele lo aveva intuito con una lucidità che ancora oggi ci sorprende: l'uomo è zoon politikon, un animale che si compie solo nella comunità, nella relazione, nella cooperazione. Non è un dettaglio marginale: significa che la nostra identità non è un fatto privato, ma un processo collettivo. Diventiamo ciò che siamo attraverso gli altri, attraverso il modo in cui ci inseriamo nel disegno più grande della società. Eppure, proprio questo bisogno di essere parte del tutto può trasformarsi in una ferita: quando non ci sentiamo riconosciuti, quando la nostra tessera sembra non trovare posto, quando il mosaico ci appare indifferente, allora nasce la tentazione di costruire un'immagine alternativa di noi stessi, più centrale, più luminosa, più indispensabile.


È qui che entra in gioco la metafora dello specchio. Nessuno può vedersi da solo: abbiamo bisogno di una superficie che rimandi indietro la nostra immagine, di uno sguardo che confermi la nostra esistenza. Hegel lo aveva trasformato in una dialettica potente: l'autocoscienza non è un monologo, ma un duetto. Io divento "io" solo quando un altro mi riconosce come soggetto, quando mi vede, mi ascolta, mi conferma. Senza questo specchio sociale, la nostra identità si sfalda, si indebolisce, si frantuma. E allora cerchiamo lo sguardo dell'altro con una intensità che a volte sfiora la dipendenza: vogliamo essere visti, approvati, amati, ricordati. Vogliamo che qualcuno dica, anche implicitamente, che la nostra tessera è necessaria, che il nostro volto esiste davvero. Ma lo specchio è un oggetto ambiguo: può riflettere, ma può anche deformare. Può restituire un'immagine fedele, oppure può amplificare il nostro bisogno di centralità fino a trasformarlo in una pretesa.


Ed è qui che la metafora del sistema tolemaico diventa inevitabile. Quando il bisogno di riconoscimento supera la soglia della relazione e diventa fame di centralità, l'io si trasforma in un pianeta immobile che pretende che tutto ruoti attorno a sé. È un'illusione antica quanto l'infanzia: il bambino crede di essere il centro del mondo perché non ha ancora sviluppato la capacità di vedere l'altro come un soggetto autonomo. Ma quando questa struttura infantile sopravvive nell'adulto, allora il dialogo si trasforma in un finto dialogo, come direbbe Buber: parliamo all'altro solo per sentirci rispecchiati, non per incontrarlo. L'altro diventa un satellite, una fonte di luce che deve confermare la nostra centralità. È un sistema cosmologico che non regge, perché la realtà — come la scienza — prima o poi ci costringe a riconoscere che non siamo il centro di nulla, che l'universo è decentrato, che ogni persona è un sole autonomo con la propria orbita, la propria gravità, la propria luce.


E allora la questione diventa più radicale: come si può vivere tra il mosaico e lo specchio senza cadere nella trappola del sistema tolemaico? Come si può desiderare il riconoscimento senza trasformarlo in dominio? Come si può essere tessere senza diventare satelliti? Forse la risposta sta nel riconoscere che l'identità è un equilibrio fragile tra appartenenza e autonomia, tra bisogno e responsabilità. Essere parte del mosaico significa accettare che il nostro valore non è solo nostro, ma nasce dalla relazione con gli altri. Guardarsi nello specchio significa accettare che abbiamo bisogno di essere visti, ma anche che lo sguardo dell'altro non può essere l'unica fonte della nostra identità. Abbandonare il sistema tolemaico significa riconoscere che l'altro non è un oggetto, ma un centro del mondo tanto quanto noi.


In fondo, la nostra vita è un continuo tentativo di conciliare queste tre immagini: essere tessere che contribuiscono al disegno comune, essere volti che si riconoscono nello specchio dell'altro, essere pianeti che orbitano in un universo di soggetti e non di satelliti. È un lavoro difficile, forse il più difficile di tutti: il lavoro di diventare umani senza cadere nella tentazione di crederci speciali, il lavoro di cercare riconoscimento senza trasformarlo in pretesa, il lavoro di stare nel mondo senza pretendere di esserne il centro. Un lavoro che non finisce mai, ma che forse è l'unico che vale davvero la pena di fare. 



Parola chiave: "oscillazione". Pensiamo alla vita come a un'immensa orchestra. L'essere umano oscilla costantemente tra due tentazioni: la prima è la grazia di riconoscersi parte di una sinfonia, la coordinazione perfetta in cui anche la singola nota o il silenzio contribuiscono all'armonia dell'insieme. La seconda è la pretesa del solista sordo...

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