
La terra del fuoco e la trama dell’ascolto: per una geografia dell’invisibile
ERT MAG | SCRITTO DA AGNESE VILLARI
Nel gesto con cui la terra si fa canto e il solco accoglie non soltanto il seme ma l'enigma del tempo, si consuma una metamorfosi che travalica l'ordinario perimetro dell'agricoltura e del costume. Quello che colpisce dell'iniziativa promossa da Tenute Ballasanti non è tanto la consueta e ormai diffusa costituzione di un parco d'arte tra i filari, quanto il tentativo radicale di ridefinire il significato ontologico del paesaggio etneo, trasformando il vigneto da mero luogo di produzione a spazio privilegiato dell'interpretazione Hermeneutica. Per decenni il vino è stato recluso entro le categorie strettamente materiali della tecnica e del turismo; oggi, le realtà più lungimiranti ne riscoprono la natura di narrazione territoriale profonda, una sintesi dove il sorso custodisce stratificazioni geologiche, memorie ancestrali e lavoro umano.
L'Etna, in questa luce, cessa di essere semplice sfondo per rivelarsi come la «macchina narrativa» per eccellenza, richiamando la densità filosofica di quel Politeama del mito che fu la Sicilia per Vincenzo Consolo o la vertiginosa potenza tellurica evocata nelle pagine di La terra trema. Su questo suolo dove ogni pietra lavica è una catastrofe convertita in fertilità, l'agricoltura si scopre una negoziazione continua con una forza che supera l'umano. In tale orizzonte, il titolo del progetto, Della Terra e dell'Arte, sancisce un patto paritario: non un'arte che colonizza e firma la natura come conquista simbolica, bensì un'opera che si pone in ascolto devoto del vulcano, accettando quell'estetica del margine e della materia sommersa che già conteneva le premesse della Geosofia di Arturo Sebastiani e della prosa epica di Elio Vittorini.
È proprio nell'intuizione formulata da Francesca Alfano Miglietti — l'idea di un organismo vivente e relazionale piuttosto che di una fredda collezione museale — che risiede il cuore filosofico della proposta.
Se la tradizione museale occidentale tende a preservare l'oggetto d'arte immobilizzandolo al riparo dal divenire, questo parco immerso nella vita agricola compie un'inversione di polarità: espone l'opera all'avvicendarsi delle stagioni, alla furia dei venti vulcanici, al variare della luce e della pioggia. Il tempo smette di essere un fattore di degrado per ergersi a vero e proprio coautore dell'esperienza estetica, ricordando quell'integrazione tra forma, declino e metamorfosi che domina la riflessione di Yves Bonnefoy in L'impossibile e la libertà. Saggio su Rimbaud o le tesi sul paesaggio come dimora spirituale di Martin Heidegger. Le opere degli artisti selezionati partecipano rigorosamente a questa tessitura processuale: le ceramiche di Antonio Marras agiscono come reperti affettivi di una memoria condivisa; i dispositivi di Claudia Losi — fino al suggestivo titolo Inframondi — aprono una breccia verso ciò che vive sotto la crosta visibile, dialogando con la natura ipogea del vulcano; la pietra e l'oro di Cesare Fullone nella Serie di Dio interrogano la sacralità arcaica di un luogo percepito da millenni come manifestazione diretta della potenza divina; Alessandro Lupi e le sue rifrazioni luminose evidenziano che il reale è costruzione dello sguardo, mentre Laura Pugno supera la dicotomia tra umano e natura, proponendo il paesaggio non come scenario passivo ma come soggetto politico ed etico.
Al di là della singola riuscita plastica delle installazioni, il valore più sovversivo dell'operazione risiede nel sovvertimento dei modelli culturali tradizionali. In un'epoca in cui la cultura è sovente intesa come capitolo passivo che necessita del soccorso dell'economia, Tenute Ballasanti attua una vera e propria rivoluzione sistemica: è l'economia agricola che si flette fino a farsi infrastruttura del pensiero e della bellezza. La cantina cessa di essere semplice sponsor di eventi effimeri per trasfigurarsi in un'istituzione culturale policentrica, capace di sottrarre la fruizione dell'arte alla monocultura dei centri urbani e delle grandi fondazioni. Per la Sicilia, storicamente minacciata da una rappresentazione folkloristica e pacificante — il cliché consolatorio del mare, del sole e del vulcano ridotto a cartolina da consumo rapido —, questo passaggio assume il valore di una rivendicazione di maturità intellettuale. Si tratta di un dialogo aperto con le avanguardie internazionali che evoca la lezione del Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa quando meditava sulle forme del tempo e del cambiamento, ma capovolgendo l'immobilità nell'urgenza di una presenza viva e contemporanea, dove il margine geografico ritrova la centralità del pensiero critico.
In un contesto sociale dominato dall'ossessione per l'evento istantaneo, dal festival consumato nello spazio di una notte alla voracità dell'esperienza spettacolarizzata, la scelta di concepire il simposio come una ricorrenza rituale e permanente indica una direzione controtendenza. Quando Gaia Gualandris dichiara che il parco crescerà come una vigna, stagione dopo stagione, recupera la temporalità arcaica della cura e della pazienza, richiamando quella saggezza contadina che fu al centro di opere etiche e poetiche come Le opere e i giorni di Esiodo o le meditazioni sulla lentezza di Wendell Berry. Una vigna e una comunità culturale condividono la medesima grammatica esistenziale: richiedono attesa, accettazione del fallimento, fatica quotidiana e costante nutrimento.
All'inizio si semina molto e si raccoglie poco, ma quando il terreno è fertile e l'intenzione è salda, le radici s'intrecciano in modo indissolubile, generando forme inaspettate di appartenenza, ritualità e solidarietà simbolica che finiscono per ridefinire lo spazio abitato.
La vera posta in gioco non risiede dunque nella verifica critica della singola opera — giudizio che spetterà soltanto alla patina del tempo e all'incedere degli elementi —, quanto nella risposta a un interrogativo radicale: può un vigneto farsi spazio pubblico e luogo della responsabilità civile? Può un'impresa della terra assumersi il compito di ascoltare l'Etna non come mero panorama, ma come interlocutore vivo e partecipe? Se la risposta saprà mantenersi fedele alle premesse, allora questo progetto non si limiterà ad aggiungere un ulteriore parco di sculture alla mappa della contemporaneità, ma avrà inaugurato una modalità inedita di abitare la terra.
Un'esperienza in cui il vino, la materia vulcanica, la creazione artistica e la speculazione filosofica smettono di essere ambiti separati per confluire in un'unica e solenne celebrazione della bellezza, dimostrando che la cultura non è mai un ornamento sovrapposto alle cose, ma l'eco profonda che si libera quando un paesaggio viene finalmente ascoltato con la necessaria, amorosa lentezza.
ERT MAG | SCRITTO DA AGNESE VILLARI
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