
L’ingegneria del mostro e il diluvio del falso: da 1984 a La società della stanchezza

Posso prenderti e trasformarti in un mostro. E se lo ripeto abbastanza, la gente ci crederà. «Posso penetrare in questa macchina (uno smartphone) e farti passare per un mostro. E se lo dico abbastanza, le persone ci crederanno». Questo è quanto letteralmente detto da Benjamin Netanyahu a CBS News, durante una puntata di "60 Minutes" con il giornalista Major Garrett. Che la frase sia pronunciata da un premier, da un magnate della tecnologia, da un consulente politico o da un algoritmo cambia poco. Il problema non è chi lo dice. Il problema è che funziona. Non occorre distruggere una persona, una comunità o un popolo. Basta raccontarli abbastanza a lungo attraverso una lente deformante. Ripetere. Amplificare. Martellare. Fino a quando la percezione sostituirà i fatti.
Posso penetrare in questa macchina (uno smartphone) e farti passare per un mostro. E se lo dico abbastanza, le persone ci credono. BN
L'assunto da cui muove la sentenza pronunciata nei salotti della comunicazione di massa non è una semplice intuizione tattica, ma l'enunciazione d'una legge ontologica della modernità: la fabbricazione dell'umano non passa più attraverso la forma della carne, bensì attraverso la sua costante e reiterata deformazione nel dominio del visibile. Quando la parola stacca la sua aderenza dalla res per farsi puro dispositivo di suggestione, l'involucro digitale diviene il crogiuolo in cui ogni sostanza morale può essere riscritta, alterata, fino a far coincidere l'immagine deformata con la verità intrinseca del soggetto. Non assistiamo semplicemente all'esercizio d'una menzogna, ma all'instaurazione d'una metafisica dell'artificio, dove la ripetizione costante surroga la dimostrazione empirica ed eleva il verosimile al grado di assoluto supremo.
Il parallelo storico con la celebre pagina di George Orwell in 1984 appare qui d'una chiarezza accecante, eppure la dinamica contemporanea ne rovescia i meccanismi fondamentali. L'O'Brien orwelliano fondava la sovranità del Partito sul controllo rigido, verticistico e coercitivo del linguaggio, imponendo la sovrascrittura del passato mediante un'azione di selezione e distruzione chirurgica della memoria. Oggi, al contrario, la trasformazione dell'uomo in mostro non necessita della cancellazione fisica dell'archivio, né d'un ministero che bruci le testimonianze del passato, poiché il potere ha scoperto una via assai più efficace: non la sottrazione, ma l'iperbolica sovrabbondanza dell'informazione.
L'artificio attuale non opera più secondo la logica della censura classica, intesa come silenziamento o divieto di parola, ma secondo quella del sommersione continua. Come lucidamente analizzato da Byung-Chul Han ne La società della stanchezza, e nel saggio La società senza dolore eliminare ogni ferita, ogni attesa, ogni fragilità, diventa parafrasando il sogno della nostra epoca. Ma, come avverte Han, una vita senza dolore non è più una vita pienamente umana. Un'esistenza protetta, anestetizzata, addomesticata non farà altro che peggiorarci. Nel tentativo di non soffrire più, rischiamo di non vivere più. Perché il dolore non è soltanto una ferita: è la soglia attraverso cui impariamo a conoscere noi stessi, gli altri e il valore delle cose che abbiamo attorno. Il regime contemporaneo non spegne la comunicazione, la moltiplica e la satura fino al punto in cui l'eccesso di stimoli visivi e testuali paralizza la capacità del giudizio critico. Nel rumore bianco di fondo prodotto dal flusso ininterrotto di dati, il fatto nudo si dissolve, soffocato da mille interpretazioni prefabbricate che ne neutralizzano la forza testimoniale.
La macchina tascabile a cui fa riferimento la riflessione — lo smartphone — non è un mero strumento neutrale di trasmissione, bensì una protesi percettiva che ridefinisce le coordinate epistemiche dell'individuo. Essa non si limita a mostrare il mondo, ma impone un regime di visione in cui la realtà viene continuamente tradotta in segnale, frammentata in impulsi emotivi e ricomposta secondo algoritmi progettati per intercettare le reazioni più primordiali dell'animo umano. Entrare in questo dispositivo significa accettare che la propria identità possa essere riscritta in effergie, offrendo al pubblico non il ritratto fedele d'una vita, ma la sua caricatura spettacolistica.
La categoria del «mostro» possiede una secolare genealogia che affonda le sue radici nella letteratura e nella filosofia politica, da Hobbes a Foucault. Il mostro è ciò che eccede la norma, ciò che deve essere mostrato per definire, per contrasto, i confini della comunità degli giusti e rassicurare il corpo sociale sulla propria bontà. Fabbricare un nemico perfetto significa sollevare l'opinione pubblica dal peso della complessità, offrendo un bersaglio definito verso cui indirizzare l'inquietudine, la rabbia e le frustrazioni collettive, trasformando la dialettica del pensiero in un primordiale manicheismo morale.
Quando la narrazione costante sostituisce la verifica empirica, la società scivola verso quella condizione che Guy Debord definiva come l'apogeo de La società dello spettacolo. Nel regno dello spettacolo integrato, ciò che appare è buono e ciò che è buono appare, con la conseguenza che l'esistenza degli eventi è subordinata alla loro capacità di produrre immagini ed emozioni istantanee. Se un evento non si presta alla drammatizzazione, cessa di esistere; se un individuo non si conforma alla maschera che la narrazione gli ha cucito addosso, la sua vera natura diventa irrilevante di fronte al fantasma evocato dagli schermi.
La ripetizione ossessiva, elevata a metodo, agisce sulla mente umana come una goccia che scava la pietra, sfruttando i meccanismi dell'assuefazione e della familiarità percettiva. Una tesi manifestamente falsa, se esposta un numero infinito di volte entro contesti differenziati ma convergenti, finisce per perdere la sua aura di assurdità, depositandosi nel fondo della coscienza come una verità ovvia e non più interrogabile. È la vittoria definitiva della doxa sulla episteme, dell'opinione fluttuante e manipolata sul sapere fondato sopra l'indagine rigorosa delle cause e degli effetti.

La propaganda della modernità avanzata ha dismesso le forme solenni e terrorifiche dei regimi totalitari del Novecento, abbandonando i raduni adunate di massa e la retorica monumentale per infiltrarsi nei micro-gesti della vita quotidiana. Essa si insinua nelle pause del lavoro, nei momenti di svago, negli interregni dell'attenzione, adottando un linguaggio intimo, persuasivo e apparentemente personalizzato. Non chiede più un'adesione eroica o un sacrificio consapevole, ma un consenso passivo, fondato sulla rapida fruizione di contenuti studiati per confermare i pregiudizi già radicati nel soggetto.
In questo scenario, il vero potere non risiede più nel dominio materiale sulle cose o nella gestione diretta degli avvenimenti, ma nella capacità di definire la griglia interpretativa attraverso cui gli avvenimenti vengono percepiti. Chi possiede la chiave per strutturare il discorso pubblico possiede la realtà stessa, poiché determina i confini di ciò che è pensabile, dicibile e credibile. L'evento storico diventa così un materiale grezzo, plasmabile a piacimento dalle architetture dell'informazione, le quali ne decidono la rilevanza, la durata e la carica morale.
Quando la collettività rinuncia alla faticosa ricerca della verità empirica per adagiarsi nelle braccia d'una narrazione confortante, si compie il processo di addomesticamento dello spirito. L'individuo, privato degli strumenti metodologici per distinguere il vero dal verosimile, diviene estremamente plastico, incline a reazioni emotive eterodirette e incapace di sostenere lo sforzo dell'analisi e del dubbio. La docilità moderna non si manifesta come sottomissione al terrore, ma come entusiastica adesione all'indignazione di turno guidata dalle correnti dell'etere.
Il problema fondamentale, dunque, trascende la figura del singolo attore politico, del grande magnate tecnologico o della specifica fazione ideologica. La vera insidia risiede nell'infrastruttura stessa del discorso contemporaneo, un sistema che premia la velocità sulla profondità, il grido sulla meditazione, la polarizzazione sulla chiarificazione. È un ecosistema che trae nutrimento dalla reattività immediata, trasformando l'attenzione in merce e la complessità dell'animo umano in un fattore di disturbo da eliminare in favore della semplificazione di parte.
Questo fenomeno richiama le intuizioni di Jean Baudrillard sulla deriva del Iperreale e simulacro, dove i segni del reale si sostituiscono al reale medesimo fino a cancellarne il ricordo. Il mostro digitale non è una copia deformata di un uomo reale, ma uno simulacro puro, un'entità slegata dal suo referente concreto che vive esclusivamente nella rete delle sue rappresentazioni. Di fronte a questo spettro digitale, l'uomo reale cessa di avere voce, poiché qualsiasi sua smentita viene immediatamente riassorbita dalla narrazione dominante come un'ulteriore prova della sua mostruosità.
Il rimedio a tale deriva non può essere affidato a nuove regolamentazioni tecniche o a interventi censori — che finirebbero soltanto per rafforzare i dispositivi di controllo —, ma richiede un'ecologia dello spirito e una riaffermazione dell'ascesi critica. Difendere la mente significa riappropriarsi del tempo della riflessione, opporre il silenzio al clamore, la verifica scrupolosa all'accettazione immediata. Significa esercitare una sana diffidenza nei confronti di tutte le verità concepite per suscitare passioni primordiali e rifiutare le categorie morali manichee che dividono il mondo in entità assolutamente pure ed entità irrevocabilmente malvagie.
La formazione di un giudizio autonomo richiede il coraggio di sostenere l'incertezza, di abitare lo spazio dell'ambiguità e di riconoscere la natura complessa e tragica delle vicende umane. Chiunque pretenda di offrire un nemico perfetto, privo di chiaroscuri e ridotto a pura incarnazione del male, sta esercitando un atto di chirurgia ideologica volto a disarmare la ragione. La demistificazione della propaganda comincia proprio nel momento in cui ci si rifiuta di considerare l'altro come un'astrazione, restituendogli la sua densità storica, morale e personale.



La propaganda moderna non indossa uniformi. Non marcia nelle piazze. Non urla dagli altoparlanti. Scorre silenziosamente nei feed, nei reel, negli hashtag, nelle notizie confezionate per confermare ciò che già pensiamo. Il vero potere non consiste nel controllare ciò che accade. Consiste nel controllare ciò che le persone credono sia accaduto. E quando una società smette di cercare la verità per accontentarsi della narrazione, diventa plasmabile. Manipolabile. Addomesticabile.
La minaccia più grave paventata da questa riflessione non è la riuscita della manipolazione in sé, né la condanna dell'innocente trasformato in mostro dagli schermi del mondo. Il pericolo supremo risiede nella metamorfosi silente che si compie nell'animo dello spettatore. Nel momento preciso in cui ci si adegua al verdetto della narrazione senza esigere la prova, quando ci si scopre ad odiare un fantasma evocato da un algoritmo, l'opera della propaganda è compiuta: il vero mostro non è più l'immagine proiettata sul dispositivo, ma la coscienza che ha rinunciato a pensare.
Per questo il problema non è Netanyahu. Non è un governo. Non è una singola ideologia. Il problema è il sistema che premia chi emoziona più di chi informa, chi grida più di chi argomenta, chi costruisce mostri più di chi cerca la verità.
Difendete la vostra mente.
Dubitate delle versioni troppo semplici. Diffidate delle indignazioni prefabbricate. Temete chi vi offre nemici perfetti e verità assolute.
Perché il giorno in cui qualcuno riuscirà a convincervi che un uomo è un mostro senza doverlo dimostrare, avrà già imparato come convincervi di qualunque altra cosa. E allora il mostro non sarà più lui. Sarà il potere che avete consegnato alla propaganda.
Posso prenderti e trasformarti in un mostro. E se lo ripeto abbastanza, la gente ci crederà. «Posso penetrare in questa macchina (uno smartphone) e farti passare per un mostro. E se lo dico abbastanza, le persone ci crederanno». Questo è quanto letteralmente detto da Benjamin Netanyahu a CBS News, durante una puntata di "60 Minutes...
L'uomo contemporaneo rischia incessantemente di perdere ciò che possiede di più intimo, non già per un furto perpetrato da terzi, bensì per una sotterranea e prolungata distrazione dell'anima. Disperdere il proprio cuore nel frastuono delle piazze e tra le folle indaffarate è la cifra tragica d'ogni esistenza che si sia lasciata sedurre dalla...



