L’eterno ritorno della precarietà: il tradimento dei maestri e l’abbandono dei figli

20.10.2026

Nel paesaggio devastato della nostra contemporaneità, le lacrime della classe intellettuale scivolano sui vetri infranti con una nitidezza patetica, mentre la sordità di fronte al disastro sociale e strutturale si fa sempre più assordante. Questa indignazione a geometria variabile, così pronta a scandalizzarsi per il materiale e la proprietà privata, ricorda drammaticamente l'atteggiamento descritto da Julien Benda nella sua celebre opera Il tradimento dei chierici. I moderni custodi del sapere hanno abbandonato l'etica della verità e della giustizia universale per ergersi a guardiani dell'ordine costitutivo, mostrando una cecità selettiva che trasforma la devastazione sistemica delle periferie e del Meridione in un semplice rumore di fondo, del tutto impercettibile rispetto al fragore di una vetrina infranta. 


I chierici qui in causa assicurano spesso che loro ce l'hanno solo con la democrazia "bacata", com'essa si è dimostrata più volte nel corso di quest'ultimo cinquantennio, ma che sono tutti per una democrazia "pulita e onesta". Non è vero niente, dato che la democrazia più pura costituisce, per il principio di uguaglianza civica insito in essa, la formale negazione di quella società gerarchizzata che essi vogliono.

Julien Benda, Il tradimento dei chierici

Il paradosso della memoria e del simbolo si consuma proprio tra quegli scaffali dove il nome di Giangiacomo Feltrinelli viene evocato come mero marchionimo di un consumo culturale pacificato. Chi oggi agita le pagine di Fahrenheit 451 (leggetelo se conoscete l'inglese) per deplorare un gesto di protesta cieca o disperata, dimentica la natura sovversiva e materiale dell'impegno politico, trasformando la letteratura da dispositivo di risveglio in anestetico borghese. Si cita il capolavoro di Ray Bradbury per difendere un'idea museale di cultura, occultando come la vera distruzione dei libri non avvenga solo attraverso il fuoco, ma attraverso l'impossibilità materiale di studiare, produrre ricerca e vivere con dignità l'esperienza dell'intelletto. 


UNA RIFLESSIONE


Questa distanza abissale ha radici profonde nella trasformazione dell'istituzione universitaria, divenuta un incubatore di precarietà e un luogo di riproduzione del privilegio. L'accademia odierna somiglia sempre più alla colonia penale tratteggiata da Franz Kafka, in cui un ingranaggio burocratico spietato incide sul corpo e sul tempo delle nuove generazioni una condanna insensata. Le studentesse e i giovani studiosi vengono stritolati da gabelle d'iscrizione sproporzionate e da orizzonti lavorativi sistematicamente preclusi, mentre i vertici della piramide intellettuale assistono all'ecatombe con un'indifferenza patinata, mascherata da un fatalismo cinico e impersonale.

Il vuoto etico di questa classe dirigente si palesa nella disinvoltura con cui viene liquidata la fine di anni di sacrificio accademico. Le formule di circostanza, i paternalistici inviti all'esilio dorato o alla rassegnata pazienza rivelano la totale assenza di una visione sistemica e di una reale solidarietà intergenerazionale. Nel dramma di chi si vede costretto a restituire la propria vita ai margini del nido familiare a trenta o quarant'anni, risuona l'eco dell'alienazione descritta da Albert Camus ne Il mito di Sisifo: spingere la pietra del merito e dello studio per vederla inesorabilmente precipitare giù dal colle della precarietà, senza che nessuno dei maestri intervenga per spezzare questa catena di frustrazione.



L'assenza dei docenti dalle lotte reali, il loro rifiuto di mettere in gioco il proprio corpo e la propria stabilità economica, testimonia il crollo definitivo della funzione sociale dell'intellettuale. Nessuno sciopero condiviso, nessuna lettera di aperta protesta che vada oltre la firma di comodo, nessuna rinuncia al proprio status ha mai scalfito la superficie della loro routine. In questo totale disimpegno, l'etica si riduce a mero esercizio stilistico, incapace di farsi prassi, incapace di boicottare quei dispositivi di ricatto economico come i corsi abilitanti, che prosciugano le scarse risorse economiche e mentali di chi desidera solo accedere all'insegnamento. 

Vi spiego come questo corto circuito sistemico corroda anche la sfera affettiva e genitoriale, trasformando la vita quotidiana in un cane che si morde la coda. 

Questo tradimento della funzione educativa non si consuma soltanto all'interno delle aule universitarie o nei corridoi burocratici, ma penetra intimamente nella vita quotidiana, intossicando proprio quel tempo che dovrebbe essere custodito per la crescita dei figli. Chi avrebbe il compito, per vocazione o mestiere, di trasmettere serenità, strumenti critici e fiducia nel domani, si ritrova invece intrappolato in un'angoscia strisciante e paralizzante. La precarietà economica e l'assenza di tutele trasformano il focolare domestico in una cassa di risonanza dell'ansia: il genitore, sopraffatto dal terrore dell'affitto improponibile e dal ricatto costante del rinnovo lavorativo, non può dispiegare quella calma e quella dedizione che l'infanzia richiederebbe. Si genera così una spaccatura dolorosa tra il desiderio profondo di educare alla bellezza e la realtà materiale di una sopravvivenza quotidiana che divora ogni risorsa emotiva.

Siamo di fronte a un vero e proprio cane che si morde la coda, un circolo vizioso perverso e sistemico in cui il collasso dell'istituzione accademica si ripercorre inesorabile sulla struttura stessa della famiglia e della società. La classe docente e intellettuale, arroccata nella difesa del proprio privilegio, rifiuta di lottare per garantire una stabilità a chi viene dopo; questo rifiuto genera una generazione di genitori esausti, privi di garanzie e con le risorse psicologiche ridotte al lumicino, costretti a crescere i propri figli nell'ombra dell'incertezza. Come in una moderna tragedia kafkiana, la mancanza di solidarietà intergenerazionale condanna anche l'infanzia a subire indirettamente le macerie di un sistema che consuma i suoi educatori, impedendo loro di essere presenze serene e progettuali e congelando la trasmissione della speranza da una generazione all'altra.

L'assenza dei docenti dalle lotte reali, il loro rifiuto di mettere in gioco il proprio corpo e la propria stabilità economica, testimonia il crollo definitivo della funzione sociale dell'intellettuale. Nessuno sciopero condiviso, nessuna lettera di aperta protesta che vada oltre la firma di comodo, nessuna rinuncia al proprio status ha mai scalfito la superficie della loro routine. In questo totale disimpegno, l'etica si riduce a mero esercizio stilistico, incapace di farsi prassi, incapace di boicottare quei dispositivi di ricatto economico come i corsi abilitanti, che prosciugano le scarse risorse economiche e mentali di chi desidera solo accedere all'insegnamento. Quando anche chi dovrebbe formare le menti abdica alla responsabilità etica e politica di difendere il futuro comune, la cura verso i più giovani sfibra e si svuota, lasciando al suo posto soltanto la stanchezza di un presente sordo e privo di uscite.


IN ALTRE PAROLE


L'incapacità di empatizzare con il terrore dell'incertezza abitativa e con l'ansia per la catastrofe ecologica rivela un divario esistenziale irrecuperabile. Mentre le nuove generazioni abitano un presente sfigurato dall'inquinamento, dal collasso climatico e dall'impossibilità di garantirsi un tetto, la torre d'avorio accademica continua a ragionare con categorie novecentesche ormai esauste. Questa forma di cecità esistenziale riporta alla mente le riflessioni di Mark Fisher su Realismo Capitalista, laddove la cancellazione del futuro diventa la norma accettata e l'incapacità di figurarsi un'alternativa si traduce nella colpevolizzazione di chiunque provi a denunciare l'assurdità dello stato presente. Se questa intellettualità ha rinunciato a comprendere la disperazione strutturale di chi ha varcato la soglia dell'età adulta senza alcuna garanzia, risulta del tutto grottesco il suo pretendere di giudicare le forme espressive e di protesta dei più giovani. La condanna morale della violenza materiale si trasforma in un'ipocrisia intollerabile quando tace deliberatamente sulla violenza simbolica e istituzionale esercitata quotidianamente sui corpi, sui desideri e sulle prospettive delle persone minorenni, costrette a crescere in un mondo privo di garanzie e saturo di retorica. L'abisso morale si spalanca definitivamente dinanzi al doppio standard riservato alle tragedie internazionali. La commozione per una vetrina del lusso infranta si scontra con il silenzio complice o la timida condanna di fronte al mantenimento di accordi istituzionali con realtà accademiche ed economiche coinvolte nella distruzione sistemica di intere comunità. La memoria di Hannah Arendt e la sua analisi sulla banalità del male tornano a interrogarci quando l'ordinaria amministrazione del potere accademico preferisce preservare il proprio capitale di relazioni e finanziamenti anziché prendere una posizione netta di fronte alla devastazione di interi quartieri e alla cancellazione di vite umane. L'idea di futuro promossa da questa classe docente appare dunque come un simulacro vuoto, un'estensione indefinitamente prolungata dei propri privilegi a spese di chi viene dopo. Dall'alto di cattedre inattaccabili e di una stabilità economica oramai inaccessibile ai più, la vista si arresta alla superficie lucida del decoro urbano, rifiutandosi di scendere nell'abisso delle rovine sociali. In questo scontro di prospettive, chi sta in alto non vede che disordine da reprimere, ignorando che quelle macerie sono il risultato diretto della loro passività e della loro complicità con un sistema estrattivo.

Rimane allora da chiedersi quale eredità possa trasmettere una generazione che ha barattato la funzione critica della cultura con la tutela del proprio perimetro di conforto. La risposta risiede nella presa di coscienza autonoma di chi quelle macerie le abita ogni giorno: la costruzione di un nuovo pensiero non potrà nascere all'interno di quelle aule ovattate, ma deve svilupparsi dal rifiuto di quell'ipocrisia. Solamente riconoscendo il fallimento morale dei falsi maestri sarà possibile ricomporre i frammenti di un futuro sottratto e immaginare forme di solidarietà e di lotta che non chiedano più l'assoluzione a chi ha contemplato in silenzio la nostra rovina.



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