
I giusti della tribù e i figli di nessuno: sulla morale tribale e la colpa dell’ignavia
AWARENESS | SCRITTO DA ISIRIDE MULTIFORMA LANCETTI
La tragedia che si consuma nella terra di Gaza e della Palestina tutta invita a considerare una delle deformazioni più profonde dell'etica contemporanea: la contrazione della pietà entro i confini dell'appartenenza. Si manifesta qui una duplice morale per la quale la sollecitudine, la cura e la tutela dell'infanzia vengono riservate scrupolosamente ai membri del proprio gruppo, mentre verso la prole altrui si esercita una spietata sospensione dell'umanità. Come ricordava Hannah Arendt nelle sue riflessioni sulla natura della responsabilità morale e politica, quando il giudizio viene sostituito dall'obbedienza all'appartenenza o dalla paura del dissenso, l'altro cessa di essere un volto e diventa un mero ostacolo numerico o concettuale. La compassione condizionata dal sangue o dalla bandiera cessa di essere una virtù morale per farsi strumento ideologico.
La logica che presiede a questa scissione affonda le sue radici nella struttura stessa del tribalismo ideologico. Verso l'interno, il gruppo coltiva e rivendica un'immagine di sé improntata all'amore paterno, alla difesa strenua dei deboli e all'eroismo protettivo; verso l'esterno, la distruzione dei figli altrui viene razionalizzata come inevitabile necessità strategica, contingenza bellica o persino astratta prevenzione del futuro. In questo processo di derealizzazione* dell'altro, l'infanzia spezzata non suscita il terrore metafisico della violenza innocente, ma viene assimilata e dissolta nell'algido calcolo delle probabilità belliche e delle narrazioni securitarie.
Fanno i buoni con i loro, ma uccidono senza scrupoli i figli degli altri...
Gli ignavi sono peggio dei carnefici che supportano.
Isiride Lancetti
La derealizzazione è un sintomo dissociativo in cui il mondo esterno appare irreale, distorto o "come in un sogno", pur mantenendo il contatto con la realtà. È descritta come una percezione alterata dell'ambiente, spesso legata a stress, ansia o traumi, e può manifestarsi con sensazioni di estraneità, distacco emotivo e distorsioni sensoriali.

Tuttavia, il motore che permette a questa macchina di carneficina di operare senza ostacoli non è unicamente la ferocia dei suoi esecutori materiali o la determinazione dei suoi ideologi. A garantire la continuità dell'annientamento è la vasta e silenziosa platea di coloro che scelgono la neutralità, il distacco proceduralista o l'equidistanza contorta.
In una sola gigantesca parola: l'ignavia. In questo senso si rivela la tragica attualità della visione dantesca, che nell'Inferno colloca gli ignavi al di fuori persino delle porte della perdizione profonda, sdegnati sia dal cielo sia dall'abisso, poiché incapaci di assumere la responsabilità della parola di fronte al male palese.
L'ignavia, nell'era della sovrabbondanza informativa, non rappresenta una semplice assenza di opinione o un'incolpevole ignoranza. Essa si configura come una scelta attiva di rimozione, una postura di autoconservazione etica in cui il soggetto sceglie di proteggere la propria tranquillità psicologica e la propria posizione sociale a scapito della testimonianza della verità. L'ignavo osserva lo scempio della vita innocente e sceglie di rifugiarsi nei sofismi dell'iper-complessità o nella pretesa che non vi siano parametri certi per distinguere l'aggressore dalla vittima, trasformando così la complessità analitica in uno scudo di codardia.
Nel saggio L'uomo in rivolta e in molte delle sue pagine sull'impegno, Albert Camus evidenziava come di fronte all'uccisione sistematica perpetrata su degli inermi innocenti, la misura dell'uomo, risieda nella sua capacità di rifiutare qualsiasi giustificazione storica o politica dell'omicidio. Chi assiste al massacro di neonati e fanciulli e sceglie il linguaggio cauto della diplomazia d'attesa, non si colloca in una posizione di superiorità morale, ma diviene la cerniera indispensabile che consente al male di trasformarsi da evento eccezionale in prassi quotidiana e accettata.
La colpa dell'ignavo supera in sottigliezza, e talvolta in gravità sistemica, la colpa del carnefice manifesto. Se il carnefice agisce spinto da odio, ideologia o adempimento cieco del dovere, l'ignavo possiede ancora la lucidità teorica per distinguere la violenza dall'ingiustizia, ma sceglie deliberatamente di sterilizzare tale consapevolezza. Egli offre al potere distruttivo esattamente ciò di cui ha più bisogno per perpetuarsi: lo spazio della tolleranza passiva, il silenzio assordante e il consenso implicito garantito dalla maggioranza degli spettatori.
In questa dinamica, la distinzione tra la protezione dei propri figli e la distruzione di quelli altrui rivela una spaventosa perversione del senso di paternità. Educare i propri discendenti al rispetto e all'amore mentre si avalla o si tollera la cancellazione sistematica della prole del vicino significa fondare la propria civiltà su un abisso morale. È la riduzione della morale a un fatto patrimoniale: la vita umana non possiede valore intrinseco, ma acquista dignità solo se racchiusa nei confini della propria comunità di appartenenza.
Si consuma così ciò che Primo Levi definiva la paralisi della coscienza, quella condizione in cui il testimone potenziale rinuncia a farsi voce e diventa complice della falsificazione della realtà. Di fronte alle rovine di Gaza, l'equidistanza dei neutrali non agisce come un fattore di pacificazione, ma come un solido moltiplicatore d'impunità per chi detiene la forza di distruzione. La pretesa di rimanere "al di sopra delle parti" di fronte all'asimmetria del dolore innocente cancella la differenza fondamentale tra la riflessione critica e la complicità morale.
Il male della guerra contemporanea non risiede unicamente nella potenza tecnologica degli armamenti, ma nell'anestesia etica che ne accompagna l'impiego. Quando la morte di migliaia di bambini viene liquidata attraverso formule burocratiche o giustificazioni dottrinarie e dozzinali, la società che assiste perde la propria stessa sostanza morale. Gli ignavi, protetti dalla distanza geografica o mediatica, consumano la tragedia come uno spettacolo distante, dispensando pareri privi di peso e garantendo ai carnefici il bene più prezioso: il tempo per condurre a termine l'opera.
Il rifiuto della narrazione dominante non è dunque un semplice esercizio politico, ma un dovere ontologico. Svelare l'ipocrisia di chi esercita l'affetto all'interno e il massacro all'esterno richiede un linguaggio che rifiuti il gergo contorto delle cancellerie e della propaganda. Richiede la capacità di restituire ai nomi il loro significato primario: chiamare uccisione la fine di un bambino e complicità il silenzio di chi osserva senza agire.
Nei suoi testi dedicati alla violenza e al sacro, René Girard ha mostrato come le comunità umane tendano a costruire la propria coesione attraverso l'individuazione e il sacrificio del capro espiatorio, giustificando la propria violenza come atto di difesa o di restaurazione dell'ordine. Quando i figli di un intero popolo vengono spogliati della loro qualità di vittime innocenti per essere trasformati nel simbolo di una minaccia astratta, il meccanismo sacrificale si manifesta nella sua forma più arcaica e spietata, protetto proprio dal consenso tacito della collettività esterna.
La condanna che la storia riserva agli ignavi non è meno severa di quella rivolta agli esecutori dei crimini. Essi sono gli architetti dell'indifferenza, la materia prima su cui si edifica ogni totalitarismo e ogni pulizia etnica. Senza il loro sguardo distolto, senza le loro giustificazioni dotte, senza la loro ansia di preservare la propria immunità etica attraverso la rinuncia al giudizio, la forza bruta incontrerebbe un limite insuperabile nella coscienza collettiva.
L'illusione di poter rimanere incontaminati dal male attraverso il rifiuto di schierarsi a favore delle vittime è la grande menzogna del nostro tempo.
Di fronte alla distruzione sistematica inflitta agli inermi, l'inazione cessa di essere una neutralità e diventa una scelta precisa: la scelta di schierarsi con il potere che schiaccia. Chi dichiara di non poter giudicare ha già giudicato, abbandonando la vittima alla logica del carnefice.
Il compito del pensiero filosofico non è quello di offrire consolazioni o di attenuare la drammaticità del presente attraverso la composizione di opposte ragioni, ma di mostrare la frattura etica per ciò che è. Di fronte alla morte dei bambini, ogni dottrina che pretenda di bilanciare la vita con la ragion di Stato o la sicurezza ideologica rivela la propria bancarotta morale, trascinando con sé chiunque si rifugi nel suo linguaggio protettivo.
Riconoscere la priorità assoluta dell'innocenza spezzata significa spezzare la catena dell'ignavia e rifiutare la morale tribale che seleziona chi è degno di pianto e chi può essere restituito alla polvere. Soltanto quando la strazio per il figlio altrui sarà avvertito con la medesima urgenza con cui si protegge il proprio, la parola umana potrà sperare di ritrovare una qualche dignità e di sottrarsi al giudizio che la storia riserva ai complici silenziosi di ogni carneficina.
Posso prenderti e trasformarti in un mostro. E se lo ripeto abbastanza, la gente ci crederà. «Posso penetrare in questa macchina (uno smartphone) e farti passare per un mostro. E se lo dico abbastanza, le persone ci crederanno». Questo è quanto letteralmente detto da Benjamin Netanyahu a CBS News, durante una puntata di "60 Minutes...



