Educare o controllare: anatomia di un paese che preferisce ragazzi ignoranti a cittadini consapevoli

05.06.2026


In un Paese che continua a proclamare la centralità della scuola mentre, nei fatti, la svuota di fiducia, di autonomia e di dignità professionale, l'approvazione del DDL sul consenso informato rappresenta l'ennesimo segnale di una regressione culturale che non nasce da un improvviso smarrimento, ma da un progetto politico preciso, che mira a trasformare l'istituzione educativa in un territorio sorvegliato, controllato, neutralizzato, come se il sapere fosse un rischio da contenere e non un diritto da garantire, e come se i docenti — figure che dovrebbero incarnare la responsabilità pubblica della conoscenza — fossero potenziali agenti di deviazione ideologica da tenere a bada attraverso moduli, autorizzazioni, veti e sospetti, in un clima che ricorda più le logiche dei regimi che quelle delle democrazie mature, perché solo nei sistemi autoritari si immagina che la libertà di pensiero debba essere filtrata, che la complessità debba essere ridotta, che la crescita debba essere sorvegliata. 


E basta scorrere i commenti sui social per capire quanto sia fragile il terreno culturale su cui questo dibattito si muove, perché lì si manifesta in forma grezza — senza filtri, senza mediazioni, senza responsabilità — l'effetto di anni di impoverimento educativo: un miscuglio di slogan, risentimento, semplificazioni brutali, convinzioni preconfezionate che rivelano non solo la mancanza di strumenti critici, ma soprattutto l'incapacità di distinguere tra opinione e conoscenza, tra esperienza personale e fenomeno collettivo, tra paura e analisi, e allora diventa evidente che la vera emergenza non è l'educazione affettiva "che confonde i bambini", ma l'analfabetismo emotivo e cognitivo degli adulti che commentano, incapaci di leggere la complessità del mondo e per questo attratti da narrazioni che promettono ordine, semplicità, protezione, mentre in realtà alimentano solo la chiusura, la diffidenza e la paura; e se questo è il livello del discorso pubblico, se questa è la qualità del pensiero che circola, allora è chiaro che non è la scuola a essere un pericolo per i ragazzi, ma l'assenza di scuola negli adulti che pretendono di decidere cosa la scuola possa o non possa insegnare. 


E così, mentre si invoca la retorica del "lasciateli vivere", del "scopriranno da soli", del "non serve un vademecum per la vita", si costruisce un dispositivo che non lascia vivere nessuno, perché lasciare un ragazzo "da solo" oggi significa abbandonarlo alla pornografia come unica educazione sessuale, ai social come unico spazio emotivo, agli algoritmi come unico adulto di riferimento, e allora questa idea romantica della spontaneità, questa nostalgia per un'infanzia che si autodetermina senza guida, è solo la maschera di un pensiero che rifiuta la responsabilità adulta, che confonde la libertà con l'assenza, che scambia l'autonomia con l'abbandono, e che soprattutto ignora che l'educazione affettiva non è un lusso progressista, ma la condizione minima per evitare che la violenza, la manipolazione, il ricatto emotivo e la solitudine diventino la grammatica quotidiana delle nuove generazioni.

E mentre si ripete che "prima servono le basi", che "manca il buongiorno e il grazie", si dimentica che le basi non sono le buone maniere, ma la capacità di nominare ciò che si prova, di riconoscere un confine violato, di capire quando un rapporto è tossico, di distinguere il desiderio dalla pressione, l'amore dal possesso, la libertà dalla paura, e tutto questo non nasce spontaneamente, non si apprende per imitazione, non si eredita come un tratto genetico, ma si costruisce attraverso adulti competenti che offrono linguaggi, contesti, strumenti, e che lo fanno prima che la vita presenti il conto in forme traumatiche, perché l'educazione affettiva non è un'aggiunta, è la struttura portante della crescita, e negarla significa negare ai ragazzi la possibilità di comprendere se stessi e gli altri.

Il DDL sul consenso informato, allora, non è solo un errore tecnico o pedagogico: è l'espressione naturale di una cultura politica che ha paura della scuola perché ha paura della libertà, che teme la complessità perché teme la diversità, che diffida dei docenti perché diffida del pensiero critico, e che per questo costruisce un apparato di controllo che non protegge i minori, ma protegge l'ideologia di chi governa, un'ideologia che ha bisogno di masse spaventate, di cittadini poco attrezzati, di giovani che non sanno leggere le proprie emozioni e quindi non sanno leggere neanche la propria oppressione, perché un popolo che non ha linguaggio emotivo è un popolo che non ha linguaggio politico, e un popolo che non sa nominare ciò che prova è un popolo che non sa nominare ciò che subisce.

E allora sì, questo DDL è il sintomo di un Paese che arretra, che si chiude, che si difende dalla realtà invece di affrontarla, un Paese che preferisce ragazzi ignoranti a cittadini consapevoli, che preferisce il silenzio alla responsabilità, che preferisce la paura alla conoscenza, e che per questo attacca la scuola, l'unico luogo in cui la società potrebbe ancora imparare a guardarsi allo specchio; e se oggi la politica chiede moduli per autorizzare la conoscenza, domani chiederà moduli per autorizzare il pensiero, perché la logica è la stessa: controllare ciò che non si comprende, censurare ciò che spaventa, limitare ciò che potrebbe emancipare, e in questo c'è tutta la fragilità di un Paese che ha paura dei propri figli e che, invece di educarli, li abbandona alla solitudine emotiva e cognitiva, chiamando questo abbandono "libertà".


E ciò che colpisce, scorrendo i commenti sui social, non è soltanto la povertà argomentativa o la violenza verbale, ma il fatto che questa deriva non appartiene affatto alle fasce marginali o ai contesti culturalmente fragili: al contrario, emerge con una frequenza impressionante proprio nelle aree sociali che ci aspetteremmo più consapevoli, più alfabetizzate, più capaci di distinguere tra opinione e conoscenza, tra esperienza personale e fenomeno collettivo, tra paura e analisi; ed è qui che si rivela la vera crisi del Paese, perché quando l'analfabetismo emotivo e cognitivo si manifesta nelle classi medie istruite, nei professionisti, nei genitori che si ritengono "informati", allora significa che non siamo di fronte a un problema di nicchia, ma a un cedimento strutturale della cultura pubblica, un collasso della capacità di pensare la complessità, un impoverimento che attraversa trasversalmente lo status sociale e che rende ancora più urgente — non meno — un'educazione affettiva e critica capace di restituire alle nuove generazioni ciò che gli adulti hanno smarrito: la competenza di leggere il mondo senza farsi travolgere dalle proprie paure. 


Ormai da editorialista scrivo poco, ma scrivo quello che serve veramente, quello che non può più essere taciuto senza diventare complice di un declino culturale che si finge dibattito mentre è solo rumore, e allora diventa necessario ricordare che non si esce da questa palude con gli slogan, con i commenti impulsivi, con la retorica del "lasciateli vivere", ma con un lavoro lento e radicale sul pensiero, un lavoro che nessun algoritmo può fare al posto nostro e che nessuna politica può imporre dall'alto, perché il pensiero si costruisce solo attraverso gli strumenti che obbligano a guardare dove non vorremmo, che ci sottraggono alla pigrizia mentale, che ci costringono a diventare più grandi delle nostre paure; e per questo, se davvero vogliamo cambiare in meglio il nostro modo di vedere il mondo, dovremmo tornare ai libri che hanno insegnato a generazioni intere che la libertà non è un istinto ma una disciplina da tenere sempre viva con costanza e abnegazione..

Sono libri che "illuminano" a esplorare e a verificare con cognizione che una società che ha paura dell'educazione è una società che ha paura di se stessa, e che un Paese che non si fida della propria scuola è un Paese che ha già rinunciato al proprio futuro. E allora sì, forse la vera rivoluzione non è difendere i ragazzi dal mondo, ma difendere il mondo dall'ignoranza che lo sta divorando, e l'unico modo per farlo è tornare a leggere ciò che ci obbliga a diventare più profondi delle nostre reazioni, più lucidi delle nostre paure, più liberi dei nostri automatismi.



E forse, davanti a questo scenario in cui la paura viene scambiata per prudenza, il silenzio per tutela e l'ignoranza per libertà, l'unica via d'uscita possibile è tornare a leggere davvero, a leggere per disinnescare la semplificazione, per riattivare quella muscolatura critica che il dibattito pubblico ha atrofizzato, perché non si cambia il pensiero con gli slogan, ma con gli strumenti, e gli strumenti sono sempre stati i libri che obbligano a guardare dove non vorremmo, che ci sottraggono alla pigrizia mentale, che ci ricordano che la complessità non è un nemico ma una responsabilità; e allora basterebbe ripartire da quei testi che hanno insegnato a generazioni intere che la libertà non è un istinto ma una costruzione, come L'ordine del cuore di Roberta De Monticelli, che restituisce dignità cognitiva al sentire e mostra come l'etica nasca dalla capacità di riconoscere l'altro; o Pedagogia degli oppressi di Paulo Freire, che ricorda che ogni educazione è un atto politico e che chi impedisce di nominare il mondo impedisce di trasformarlo; o ancora La società della stanchezza di Byung-Chul Han, che smonta l'illusione dell'individualismo autosufficiente e mostra come la solitudine emotiva sia il terreno perfetto per ogni forma di manipolazione; e poi La banalità del male di Hannah Arendt, che ci avverte che il vero pericolo non è l'ideologia esplicita, ma l'incapacità di pensare, la rinuncia al giudizio, la delega cieca all'autorità.

Sono libri che non offrono scorciatoie, che non proteggono, che non accarezzano ma che ti suggeriscono di vedere oltre, e che una società che ha paura dell'educazione è una società che ha paura di se stessa, e che un Paese che non si fida della propria scuola è un Paese che ha già rinunciato al proprio futuro. E allora sì, forse la vera rivoluzione non è difendere la scuola dal mondo, ma difendere il mondo dall'ignoranza che lo sta divorando, e l'unico modo per farlo è tornare a leggere ciò che ci obbliga a diventare più grandi dei nostri timori, più profondi delle nostre reazioni, più liberi delle nostre paure.



Non vale nessun like, nessun commento, nessuna delle micro‑gratificazioni che abbiamo imparato a scambiare per relazioni: vale soltanto la capacità di sentire gli altri, di immedesimarsi nelle loro fragilità, nelle loro proprietà interiori, nelle loro zone d'ombra e di luce, e soprattutto vale la disciplina — perché di disciplina si tratta — di...

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