Disinnescare la banana appesa alla parete: per una nuova grammatica dell’arte contemporanea

30.11.2025



L'arte contemporanea vive in un paradosso. Da un lato proclama libertà, sperimentazione, rottura dei canoni; dall'altro si muove dentro un sistema rigidamente codificato, dove il valore di un'opera non nasce dalla sua forza intrinseca, ma dal percorso che compie attraverso esposizioni, critiche, collezioni e retrospettive. È un sistema che premia l'omologazione e punisce la dissonanza, che certifica con il "bollino blu" ciò che merita di essere visto e comprato, e lascia nell'ombra chi non vi rientra. 


Un problema antico, ma ancora attuale

Non è sempre stato così, ma quasi. Nell'antichità erano i committenti religiosi e politici a decidere cosa fosse arte. Nel Rinascimento, i mecenati. Nell'Ottocento, le Accademie e i Salon. Nel Novecento, le avanguardie hanno tentato di scardinare il sistema, ma sono state presto inglobate e canonizzate. Oggi, la legittimazione passa attraverso un intreccio di istituzioni, mercato, media e social network. La massa ha un ruolo, ma marginale. La distanza tra arte e collettività resta ampia.

Perché servono ancora gli intermediari

La giustificazione più frequente è l'"unicità" dell'arte: un linguaggio complesso, non immediatamente leggibile, che richiede traduttori. Ma questa spiegazione non basta. Il linguaggio concettuale: l'arte visiva contemporanea lavora con codici filosofici e teorici che necessitano di mediazione. La dimensione economica: opere uniche o tirature limitate richiedono garanzie di autenticità e valore. Il prestigio sociale: collezionare arte è anche status, e gli esperti mantengono l'aura di esclusività. La frammentazione del pubblico: senza intermediari, l'arte rischierebbe di disperdersi in micro-nicchie incapaci di generare consenso.


Le false rivoluzioni

La politica, oggi, ha poco potere reale: può influenzare mostre ed esposizioni, ma spesso abdica alla propaganda. Gli NFT hanno promesso disintermediazione, ma si sono rivelati più speculazione che rifondazione. Le gallerie online hanno abbassato i prezzi, ma hanno mantenuto quell'aurea di auto-referenzialità. Il sistema, insomma, non si lascia scardinare: metabolizza ogni tentativo di rottura e lo trasforma in convenzione.

Il vero nodo

Il collezionista, in fondo, cerca un rinforzo positivo: la certezza che la sua scelta sia riconosciuta, validata, premiata. È umano. Ma questa dinamica mantiene l'arte in una condizione di dipendenza dagli intermediari. La distanza tra arte e collettività non nasce dall'unicità dell'opera, ma dal bisogno di garanzia e di consenso.

Verso una nuova grammatica dell'arte

Se vogliamo ridurre questa distanza, servono soluzioni concrete. Non basta denunciare, bisogna proporre.

1. Critica indipendente e trasparente

Creare piattaforme di critica che non siano legate al mercato o alle istituzioni, capaci di offrire letture plurali e accessibili. Una critica che non sia complice, ma strumento di comprensione.

2. Collezionismo responsabile

Promuovere un collezionismo che non si limiti al valore economico, ma che riconosca il valore culturale e sociale dell'opera. Incentivare acquisti diretti da artisti emergenti, con strumenti di certificazione etica e digitale che garantiscano autenticità senza passare per il bollino blu.

3. Educazione estetica diffusa

Integrare l'arte contemporanea nei percorsi educativi, non come disciplina elitaria, ma come linguaggio comune. Restituire al pubblico strumenti per leggere e interpretare l'arte senza bisogno di intermediari.

4. Spazi di sperimentazione accessibili

Creare luoghi — fisici e digitali — dove artisti e pubblico possano incontrarsi senza filtri. Laboratori, residenze, piattaforme collaborative che favoriscano il contatto diretto e la partecipazione.

5. Riconoscimento della pluralità

Accettare che non esista un unico canone. L'arte meritevole non è solo quella certificata dalle istituzioni, ma anche quella che nasce nelle periferie, nei margini, nei contesti non canonici. Dare spazio a questa pluralità significa ridurre la distanza.

Quindi che si fa?

Il sistema dell'arte, oggi, è un organismo che metabolizza ogni tentativo di rivoluzione. Ma non è invincibile. La vera sfida non è inventare un nuovo orinatoio, ma costruire un linguaggio che sfugga alla cattura, che non possa essere facilmente tradotto in bollino blu.

Serve una nuova grammatica dell'arte: critica indipendente, collezionismo responsabile, educazione estetica diffusa, spazi di sperimentazione accessibili, riconoscimento della pluralità. Solo così l'arte potrà tornare a essere ciò che deve: rischio, linguaggio, resistenza, vera sperimentazione e ricerca. Non un algoritmo di consenso, ma una voce viva. Non un bollino blu, ma un gesto che parla al mondo.


Ci sono libri che non si limitano a descrivere l'arte contemporanea, ma la interrogano, la disturbano, la smascherano. Non sono testi neutri, né accomodanti. Sono scritti da autori che hanno vissuto il sistema, lo hanno attraversato, e ne hanno riconosciuto le contraddizioni: l'autoreferenzialità, la codificazione, la dipendenza da logiche di mercato e da dispositivi di legittimazione.

Uno dei più emblematici è Inside the White Cube di Brian O'Doherty, che analizza il ruolo dello spazio espositivo come dispositivo ideologico. Il "cubo bianco" non è solo un contenitore, ma un filtro che neutralizza il dissenso e trasforma ogni opera in oggetto da contemplare, isolato dal mondo. È un testo che ha segnato una svolta, perché mostra come il contesto possa svuotare il contenuto.

Francesco Bonami, con L'arte nel cesso. Da Duchamp a Cattelan, ascesa e declino dell'arte contemporanea, adotta un tono ironico e pungente per raccontare il conformismo dilagante nel mondo dell'arte. Bonami non risparmia nessuno: artisti, curatori, collezionisti, tutti coinvolti in una danza di compiacenza e visibilità. Il suo sguardo è quello di chi conosce il sistema dall'interno, ma non ne è prigioniero.

"Perché la gente continua ad auto-umiliarsi dipingendo orrende pitture e scrivendo illeggibili romanzi? Perché ognuno di noi vuole ascoltare una storia, delle storie, non oggi, non domani ma per tutta la vita. Quando non c'è nessuno che ce le racconta, queste storie proviamo a inventarcele da soli dipingendo un quadro o scrivendo un libro. Non importa se la storia che ci siamo inventati è bella, interessante o avvincente, l'importante è che sia una storia. Finché avremo bisogno di una storia continueremo a dipingere quadri, a scrivere libri, come questo magari, che non è una vera storia del quadro ma la storia del quadro come mi sarebbe piaciuto sentirmela raccontare, che spero qualcuno, anzi tanti, possano trovare, leggendola, piacevole e divertente". da Bello, sembra un quadro. Controstoria dell'arte, Francesco Bonami


E allora ridiamoci dietro, ma con lucidità. Perché se l'arte contemporanea ha smesso di cercare il bello, il fatto bene, il pensiero incarnato nella forma, non è per evoluzione, ma per abdicazione. Se ha rinunciato alla comunicazione, al trascendente, alla responsabilità del gesto, non è per libertà, ma per complicità. Il sistema ha costruito il suo sacramento, ha canonizzato lo sgunz, ha blindato il rito. E chi osa obiettare viene scomunicato con sarcasmo, con commiserazione, con il silenzio.

Ma il tempo, come scrive Crespi, è un buon giudice. E forse, tra qualche decennio, la Turbo Cloaca sarà esposta accanto ai corni impagliati delle wunderkammer, come testimonianza di un'epoca che ha confuso il rumore con il pensiero, la provocazione con la visione, il mercato con il senso.

La resistenza non è moralismo. È desiderio di senso. È volontà di ricostruire un perimetro, non per escludere, ma per riconoscere. Perché l'arte, se vuole ancora essere tale, deve tornare a parlare. Non solo a sorprendere. Deve tornare a mostrare il mondo, non solo a scimmiottarlo. Deve tornare a essere gesto, forma, pensiero. E se questo significa ridere dietro, allora che sia una risata che apre, non che chiude. Una risata che disinnesca il dogma e restituisce all'arte la sua voce e la sua denuncia.

Con la lucidità disarmante che lo contraddistingue, Francesco Bonami ci accompagna fino al bordo del precipizio dell'arte contemporanea, dove l'ultimo gesto non è più un'urgenza espressiva, ma una posa da catalogo. Ci ricorda che, per quanto ci si affanni a rincorrere l'idea più audace, il concetto più spiazzante, il progetto più irrealizzabile, ciò che resta è spesso un'eco sterile, un esercizio di stile che ha smarrito il suo battito.

E allora, dopo un secolo di provocazioni, di orinatoi capovolti e cessi d'oro, dopo l'orgia concettuale e la bulimia curatoriale, Francesco Bonami e diversi altri ci invitano a tornare al gesto semplice, ma non banale. A quel bambino di Charles Ray che, immobile sul pavimento, fa viaggiare il mondo con una macchinina. Perché l'arte, se vuole ancora avere senso, non deve più stupire: deve farci entrare in una storia. Deve farci iniziare un viaggio. Senza muoversi. Senza gridare. Senza bollini.

Ecco il compito dell'arte che verrà: non aggiungere rumore, ma restituire voce e denuncia.



Ci sono libri che non si limitano a descrivere un luogo, ma lo incarnano. Questo testo sul Sud è uno di quelli: non un semplice racconto geografico o sociologico, ma un viaggio nella memoria, nella nostalgia e nelle contraddizioni che abitano chi è nato e cresciuto tra fichi d'India e papaveri, tra processioni e funerali, tra ospitalità e...