
Unilateralità e omissioni: quando la denuncia perde profondità
C'è un tratto ricorrente nel dibattito pubblico contemporaneo: la tendenza a trasformare questioni complesse in narrazioni unidirezionali, come se la realtà potesse essere compressa in un unico asse interpretativo, come se la difesa di un principio richiedesse necessariamente la cancellazione di tutto ciò che non vi rientra. È un meccanismo che si ripete soprattutto quando si parla del conflitto israelo-palestinese, un terreno dove ogni parola pesa, ogni omissione diventa un gesto politico, ogni silenzio si trasforma in un'ombra che altera la percezione dell'intero discorso.
Negli ultimi mesi, molte voci hanno scelto di denunciare l'antisemitismo crescente nella società occidentale, un fenomeno reale, inquietante, che merita di essere affrontato con fermezza e lucidità. Ma accanto a questa denuncia, spesso necessaria, si è sviluppata una retorica che tende a ignorare o minimizzare ciò che accade dall'altra parte del muro, come se la condanna del terrorismo dovesse automaticamente comportare l'assoluzione delle politiche di un governo che molti ebrei nel mondo criticano apertamente, come se la difesa dell'esistenza di Israele dovesse tradursi in un silenzio totale sul dramma dei palestinesi.
È proprio questa asimmetria a generare un cortocircuito: quando si parla del "diritto di Israele a difendersi" senza distinguere tra autodifesa e punizione, tra sicurezza e ritorsione, tra protezione dei cittadini e devastazione sistematica di un territorio, si finisce per confondere l'identità di un popolo con le scelte di chi lo governa. E questa confusione è pericolosa, perché impedisce di vedere che criticare un governo non significa attaccare un popolo, e che proprio molti ebrei — scrittori, intellettuali, attivisti, sopravvissuti — hanno espresso posizioni molto più sfumate, molto più dolorosamente consapevoli della complessità del momento.
Il problema non è la denuncia dell'antisemitismo, che resta sacrosanta; il problema è quando quella denuncia diventa un monologo che non contempla la possibilità che due dolori possano coesistere, che due popoli possano essere vittime in modi diversi, che la difesa di uno non possa passare attraverso la cancellazione dell'altro. Una narrazione che ignora Gaza, che non nomina la sproporzione della risposta militare, che non riconosce le responsabilità del governo israeliano, produce un effetto di chiusura che non aiuta né Israele né la comunità ebraica, e che anzi rischia di alimentare ulteriori polarizzazioni.
È come se una parte del discorso pubblico fosse rimasta ferma all'8 ottobre, quando la ferita era ancora talmente aperta da rendere difficile qualsiasi analisi che non fosse immediatamente reattiva. Ma la politica, se vuole essere all'altezza della realtà, non può restare congelata nel trauma: deve saper guardare anche ciò che è venuto dopo, deve saper nominare le responsabilità di tutti gli attori in campo, deve saper dire che la condanna del terrorismo non può diventare un lasciapassare per la violazione sistematica dei diritti umani.
La responsabilità, oggi, consiste nel rifiutare la logica binaria che riduce tutto a un aut-aut; consiste nel dire che Israele ha diritto di esistere e di difendersi, e che i palestinesi hanno diritto di vivere senza essere massacrati; consiste nel riconoscere che Hamas è un'organizzazione terroristica e che il governo israeliano ha messo in atto politiche che violano il diritto internazionale; consiste nel rifiutare tanto l'antisemitismo quanto l'islamofobia, tanto la giustificazione del terrorismo quanto la giustificazione della violenza di Stato.
Una narrazione che sceglie di vedere solo una parte del quadro non può essere all'altezza di questa responsabilità. E il rischio è che, nel tentativo di denunciare una deriva reale — quella dell'antisemitismo normalizzato, dei rigurgiti identitari che attraversano la politica e la società — si finisca per produrre un discorso altrettanto parziale, incapace di riconoscere che la dignità non è mai un bene esclusivo, che il dolore non è mai un monopolio, che la giustizia non può essere invocata solo per un popolo alla volta.
Se davvero si vuole contribuire a un dibattito più lucido, più onesto, più capace di guardare la realtà senza filtri ideologici, allora bisogna accettare la fatica della complessità, la difficoltà di tenere insieme ciò che molti preferiscono separare, la necessità di dire che due popoli meritano vita, diritti, futuro. E che ogni omissione, ogni silenzio, ogni unilateralità allontana ancora di più l'unico orizzonte che dovrebbe guidare ogni discorso su questo conflitto: due popoli, due Stati, due dignità da difendere contemporaneamente, senza eccezioni, senza scorciatoie, senza cecità selettive.

C'è un momento, nella vita di chi crea, che non assomiglia a un'illuminazione ma a un'incrinatura profonda. Non è l'istante in cui "scopri" la danza, la musica, la scrittura. È l'istante in cui capisci che non potrai fare a meno di perseguire queste attitudini. Che quella voglia sfrenata di inseguire i tuoi sogni e le tue passioni si presenta con...
La moralità feroce di Céline
Morte a credito rappresenta il momento in cui Céline decide di tornare alla sorgente della propria ferita. Non un memoir, non un romanzo di formazione, ma un'immersione febbrile nell'origine del suo sguardo: l'infanzia come laboratorio di crudeltà, comicità nera e deformazione percettiva. L'ambiente familiare — "soffocante e carico d'odio" — non è...


