
Resistere e lasciarsi contaminare: il vero viaggio è nella nostra testa
Trasferirsi da un piccolo paese a una metropoli sterminata non è mai soltanto un cambio di coordinate geografiche. È un salto di coscienza. Le case basse diventano grattacieli, le strade familiari si dissolvono in incroci infiniti, i volti conosciuti si perdono in una folla anonima. All'inizio lo spaesamento è inevitabile: ci si sente piccoli, sostituibili, uno dei tanti. Ma è proprio in questa vertigine che si rivela il senso più autentico del viaggio.
Il vero viaggio non è mai fuori, è dentro. Ogni città, ogni quartiere, ogni incontro inatteso diventa specchio di ciò che siamo e di ciò che possiamo diventare. La grandezza di Sydney, come di qualunque metropoli, non sta nei suoi grattacieli o nelle sue spiagge, ma nella possibilità che offre di misurarsi con l'alterità, di scoprire che l'identità non è un muro ma una membrana, capace di lasciarsi attraversare senza dissolversi.
Resistere, in questo contesto, non significa chiudersi o difendere ossessivamente ciò che si era. Resistere è restare aperti, nonostante la fatica. È accettare che il senso di estraneità sia un passaggio necessario, un laboratorio interiore che ci obbliga a smontare le certezze e a ricostruirle con materiali nuovi. È imparare a rallentare, a guardare, a non dare nulla per scontato.
E farsi contaminare diventa allora un atto di coraggio. Significa riconoscere che ogni differenza, ogni cultura, ogni abitudine che ci appare distante è in realtà un seme che ci allarga, ci rende più porosi e più vivi. La contaminazione non ci sottrae, ci moltiplica. Ci insegna che casa non è un luogo fisso, ma un ritmo interiore che possiamo portare ovunque.
Vale la pena resistere e farsi contaminare perché è così che il viaggio diventa trasformazione. Non si tratta di sopravvivere a un cambiamento, ma di lasciarsi attraversare fino a scoprire che la nostra voce, lungi dall'essere soffocata, si fa più forte proprio nel dialogo con l'altro. In questo senso, ogni permanenza, anche la più spiazzante, diventa preziosa: non come semplice tempo trascorso, ma come tempo che lavora dentro di noi, che ci affina, ci rende più duttili e più profondi. E allora, cosa ci prepara veramente a questo atteggiamento?
Ti prepara innanzitutto l'esperienza del limite: l'aver conosciuto la misura di un luogo piccolo, dove ogni volto è familiare e ogni gesto ha un ritmo prevedibile, ti offre la consapevolezza di cosa significhi sentirsi radicati. È proprio da quella radice che nasce la capacità di affrontare lo spaesamento, perché sai cosa lasci e puoi riconoscere quanto ti manca. Ti prepara anche l'abitudine a osservare: chi viene da contesti ridotti impara a cogliere sfumature, a leggere i dettagli, a dare valore a ciò che sembra minimo. In una metropoli, questa sensibilità diventa bussola. Ti prepara infine la disponibilità a lasciarti destabilizzare: ogni volta che hai accettato un cambiamento, anche piccolo, hai allenato la mente a non irrigidirsi, a trasformare la paura in curiosità. In fondo, ciò che prepara davvero a resistere e a farsi contaminare non è un luogo o una condizione esterna, ma la pratica interiore di restare aperti, di non dare nulla per scontato, di accogliere l'alterità come occasione di crescita. È un esercizio di coscienza che si affina ogni volta che scegli di non chiuderti, ma di attraversare.
Il vero viaggio, quindi, non ci porta mai altrove: ci porta più vicino a noi stessi.

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