Pepe Mujica: governare come responsabilità dell’esempio

21.06.2026

CHARACTER | ANSELMO DI BELLA


È qui che si colloca la domanda che quasi mai ci poniamo, accecati dall'abitudine: che cosa significa davvero governare gli altri? E soprattutto: che diritto ha qualcuno di guidare, se non percorre per primo la strada che indica? 

José Alberto "Pepe" Mujica, che non ha mai amato i palazzi né le liturgie del potere, ha incarnato questa domanda come un compito quotidiano. Non perché fosse un santo — lui stesso lo rifiuterebbe — ma perché ha compreso che la credibilità politica non nasce dal ruolo, ma dalla rinuncia: rinuncia al privilegio, alla distanza, alla tentazione di trasformare il comando in un trono di potere

Quello spartiacque, quasi impercettibile ma decisivo, in cui il governare smette di essere un esercizio amministrativo e torna a essere ciò che è sempre stato nella sua radice più antica: un'arte morale. Un'arte che non si misura con la forza, con il comando o con la capacità di imporre un ordine, ma con qualcosa di infinitamente più fragile e più esigente: l'esempio.



In fondo, governare è un verbo che appartiene a molte sfere della vita: si governa una nave per non farla schiantare sugli scogli, si governa un gregge per sottrarlo al lupo, si governa una comunità per proteggerla dalle sue stesse paure. Ma in tutti questi casi il principio è lo stesso: chi guida non può chiedere agli altri ciò che non è disposto a fare lui stesso. È la pedagogia rovesciata del potere: non educare dall'alto, ma educare attraverso la propria condotta.

Pepe Mujica, politico e guerrigliero uruguaiano, presidente dell'Uruguay dal 1º marzo 2010 al 1º marzo 2015, lo ha detto in mille modi, sempre con quella semplicità che non è mai banalità: "Il potere non cambia le persone, rivela chi sono". E se rivela, allora espone. E se espone, allora obbliga. Obbliga a una coerenza che non è virtù privata, ma fondamento politico. Perché un presidente che vive come i suoi cittadini non sta facendo folklore: sta dicendo che la distanza tra governanti e governati non è un destino, ma una scelta. E che ogni scelta può essere ribaltata.

La filosofia politica ha interrogato questo nodo per secoli. Platone immaginava governanti che non possedessero nulla, perché solo chi non ha nulla da difendere può difendere tutti. Aristotele parlava della phronesis, la saggezza pratica che guida l'azione giusta. Rousseau sosteneva che il potere è legittimo solo quando coincide con la volontà generale, non con l'interesse di chi lo esercita. E poi c'è Foucault, che ha mostrato come il potere non sia mai neutro: educa, modella, disciplina. È una forza che plasma. E proprio per questo deve essere sorvegliato, limitato, restituito alla trasparenza.

Pepe Mujica, senza mai citare questi filosofi, li ha incarnati. Ha fatto della sua vita una dimostrazione: governare non significa comandare, ma condividere. Non significa dirigere dall'alto, ma camminare accanto. Non significa proteggere il proprio ruolo, ma proteggere la comunità da ciò che la divide, la impoverisce, la rende vulnerabile.

E allora la domanda ritorna, più urgente: perché fare il sindaco, il presidente, il papa, se non si sente il dovere di mostrare con la propria vita ciò che si chiede agli altri? Perché governare, se non per assumersi la responsabilità di essere il primo a rinunciare, il primo a sacrificare, il primo a dimostrare che la giustizia non è un discorso ma una pratica da effettuare e rendere viva e palpabile agli occhi degli altri?

Il potere che non dà l'esempio è un potere che educa al cinismo. Il potere che dà l'esempio è un potere che educa alla dignità.

Pepe Mujica appartiene a questa seconda categoria: non perché sia perfetto, ma perché ha compreso che la politica è un servizio, non un privilegio. E che la sua forza non sta nella capacità di comandare, ma nella capacità di convincere attraverso la coerenza. La sua figura, oggi, ricorda più che mai, che governare significa soprattutto non tradire la fiducia di chi ti guarda. E che l'unico modo per non tradirla è vivere ciò che si predica.



Ed è qui che fermiamo un punto in cui, la politica, quella vera, quella che dovrebbe essere fatta di responsabilità e non di rendite, si rivela con una chiarezza brutale, quasi imbarazzante, come se per un istante la maschera cadesse e lasciasse intravedere non il volto dell'uomo pubblico, ma quello dell'uomo privato che non ha mai accettato fino in fondo il peso del ruolo che occupa. È in uno di questi momenti che un "sindaco" — figura che dovrebbe incarnare la prossimità, la cura, la capacità di sentire la comunità come un'estensione della propria casa — pronuncia una frase che non è solo infelice, ma rivelatrice: "Non mi importa degli altri figli, perché i figli io già ce li ho. Tengo famiglia".

Ecco, in quella frase si condensa l'intera crisi etica del nostro tempo: l'idea che il potere possa essere esercitato senza trasformare il proprio orizzonte morale; che si possa governare senza allargare la cerchia degli affetti; che si possa decidere per tutti continuando a pensare solo ai propri. È la negazione stessa del principio che dovrebbe reggere ogni forma di autorità pubblica: chi guida non appartiene più solo a se stesso. E invece quella frase, così domestica e così feroce, dice l'opposto: io resto io, voi restate voi. È la privatizzazione del dovere, la riduzione della comunità a un rumore di fondo, la trasformazione del mandato pubblico in un'estensione del salotto di casa.

Ma governare — e qui la filosofia politica è unanime, da Platone a Simone Weil, da Aristotele a Hannah Arendt — significa esattamente il contrario: significa assumere su di sé la vulnerabilità degli altri, significa riconoscere come propri i figli che non sono tuoi, significa capire che la famiglia, quando si entra nella sfera pubblica, non è più un recinto ma un cerchio che si allarga fino a comprendere tutti coloro che dipendono dalle tue decisioni. E non perché la politica debba essere un atto di sacrificio ascetico, ma perché senza questa estensione morale il potere diventa un esercizio di amministrazione privata, un gesto di autoprotezione, un modo per difendere ciò che si ha invece di costruire ciò che manca.

"Tengo famiglia" è la frase che rompe il patto. È la frase che dice: non vi vedo, non vi riconosco, non vi includo. È la frase che trasforma il cittadino in un estraneo e il governante in un proprietario. Eppure, se c'è una cosa che figure come José "Pepe" Mujica hanno insegnato e consegnato ai giovani del domani — non con le parole, ma con gli atti pratici della vita che hanno condotto — è che la politica non è un privilegio, ma un'espansione della responsabilità personale. Non si diventa presidenti per proteggere la propria famiglia, ma per proteggere quella parte di umanità che ti viene affidata. Non si diventa sindaci per difendere ciò che già si possiede, ma per difendere ciò che gli altri non hanno. Non si entra nelle istituzioni per restringere il cerchio, ma per allargarlo fino a farlo coincidere con la comunità intera.

E allora la frase di quel sindaco non è solo un errore di comunicazione: è un errore di concezione. È la prova che molti ruoli pubblici vengono occupati da persone che non hanno mai compreso la metamorfosi morale che il potere richiede: non puoi governare se non sei disposto a diventare padre — o madre — di chi non ti appartiene. Non puoi governare se non accetti che la tua famiglia, da quel momento, non è più solo quella che porti nel sangue, ma quella che porti nella responsabilità. Non puoi governare se non capisci che la tua vita privata non è più un rifugio, ma un esempio.

E qui la metafora del gregge e del lupo, che vi propongo, diventa ancora più precisa: il pastore che dice "Tengo famiglia" è già un pastore che ha abbandonato il gregge, perché ha deciso che la sua sicurezza vale più della loro. Il capitano che dice "Tengo famiglia" è già un capitano che abbandonerebbe la nave, perché ha deciso che la sua salvezza vale più di quella dell'equipaggio. Il sindaco che dice "Tengo famiglia" è già un sindaco che non governa, ma che si difende.

La politica, quando è autentica, non è difesa: è esposizione. È mettersi davanti, non dietro. È assumere il rischio, non evitarlo. È dire: i figli che non sono miei, da oggi lo diventano per il bene di una comunità.

E allora la domanda che resta, inevitabile, è questa: che cosa resta del potere quando chi lo esercita non riconosce come propri i figli degli altri? Resta un ruolo svuotato, un titolo senza sostanza, un'autorità che non educa, non guida, non protegge. Resta un potere che non governa, ma amministra. Resta un uomo che non ha capito che la politica non è un'estensione della famiglia, ma la sua trasformazione.



Ci sono luoghi in Sicilia in cui il tempo non si limita a passare: sedimenta, si stratifica, diventa materia viva che continua a parlare anche quando crediamo di non ascoltarla più. Thapsos, Eloro, Marianelli, Calamosche, il Plemmirio: nomi che sembrano evocare un'unica linea di costa, e che invece custodiscono, come pagine di un libro scritto in...

Share