Cara Gaia,
le tue parole arrivano dritte, profonde e dolorose. Parlano di una ferita aperta, di una coscienza vigile che non può più tornare indietro, e di un impegno che ti sta consumando, ma al quale non riesci — e non vuoi — rinunciare. Ti capisco più di quanto immagini.
Anch'io, come te, sono passato per quel tunnel di notti insonni, scroll compulsivo, indignazione che brucia dentro come un fuoco e isolamento crescente da chi non capisce, o peggio, sceglie il silenzio. Anch'io ho sentito quella rabbia che si fa stanchezza, e poi quella stanchezza che diventa vergogna, perché — diciamocelo — come potremmo mai lamentarci, noi, qui, quando a Gaza i bambini muoiono sotto le bombe?
Ma lasciami dirti questo, con tutta la sincerità e l'empatia che posso: non lasciare che la tua voce si perda nel frastuono, non lasciare che la tua vita venga inghiottita da un tunnel crossmediale che, sebbene mosso da intenzioni nobili, rischia di diventare una trappola. Un vortice che ci svuota, ci fa sentire onnipresenti eppure impotenti, che ci isola perfino da ciò che dovrebbe invece sostenerci: l'amore, la famiglia, gli affetti.
Perché vedi, Gaia, il popolo palestinese ha bisogno della tua voce, sì — ma ha bisogno della tua voce forte, lucida, viva. E per esserlo, hai bisogno di fermarti, di respirare, di ricostruire energie e connessioni reali. Di trovare rifugio in chi ti ama, anche quando ti sembra che non capisca. Di accogliere anche la delusione, senza farne una barriera.
L'attivismo vero non è solo veglia notturna davanti a uno schermo. È anche essere presenti per i propri figli, perché sono loro il seme della cultura della pace. È anche riuscire a guardare un film, leggere una poesia, ascoltare una canzone — non come fuga, ma come ricostruzione. Perché chi si consuma del tutto non può più dare.
Continua, Gaia. Continua a denunciare, a sensibilizzare, a resistere. Ma fallo senza dimenticare che tu stessa sei parte del mondo che vuoi salvare. E che, per salvare qualcosa, bisogna anche sapersi proteggere.
Con stima e affetto profondo,
Abel