
Le rovine del desiderio e lo specchio di cristallo: Milano nei giorni della collera disincantata
CULTURAL MEDIA
SCRITTO DA ISIRIDE MULTIFORMA LANCETTI
L'occhio umano che oggi varca la soglia delle strade devastate si scopre irrimediabilmente arcaico, condannato alla lentezza di una presenza fisica che giunge sempre troppo tardi rispetto all'incedere del presente. Se un tempo la comprensione del dramma urbano richiedeva l'itinerario del flâneur baudelairiano, teso a cogliere tra la folla e le macerie l'epifania di una società in metamorfosi, la Milano odierna squarcia tale illusione per consegnarci una verità ben più desolante e astratta. La distruzione di una vetrina o il dissesto dell'arredo urbano in Via Torino non appartengono più soltanto alla grammatica della pietra, ma si sono già disciolti nella voragine digitale, trasformando il dolore materiale in mero flusso narrativo. Ci ritroviamo così catapultati nelle atmosfere rarefatte di Sotto il vulcano di Malcolm Lowry, dove la tragedia non si consuma nel gesto violento in sé, quanto nella percezione dolorosa di un crollo immancabile, contemplato con lucida rassegnazione mentre il mondo attorno perde ogni consistenza morale.
La trasformazione della sollevazione in uno spettacolo in tempo reale segna il definitivo trionfo di ciò che Guy Debord denunziava nel suo La società dello spettacolo, spinto qui verso un vertice parossistico e mostruoso. Le immagini che scorrono sugli schermi cellulari, moltiplicate da decine di prospettive simultanee, svuotano il gesto eversivo di qualsiasi tensione teleologica o messianica per ridurlo a puro consumo visivo. Non assistiamo più alla classica rivolta ideologica che mira alla conquista dello spazio pubblico, bensì a una performance collettiva dove la devastazione dev'essere primariamente filmata, commentata e condivisa per esistere davvero. In questo rispecchiamento infinito, la rabbia perde la sua natura di istanza politica e si converte in un codice d'accesso sociale, in un'epifania istantanea che consuma se stessa nel medesimo momento in cui viene trasmessa alla moltitudine indistinta di uno spettatore globale.
L'apparente impreparazione dell'apparato statale di fronte a questa violenza molecolare rivela un'inadeguatezza strutturale che va ben oltre la pura falla tattica delle forze dell'ordine. C'è una sottile, amara ironia nel constatare come le compagini politiche insediatesi al potere sul cavallo di battaglia d'una sicurezza inflessibile si scoprano incapaci di arginare la deriva quando essa si manifesta fuori dai canoni del Novecento. Polizia e Carabinieri paiono paralizzati di fronte a una folla priva di vertici, una massa informe di giovanissimi che agisce con la fluidità algoritmica di un videogioco, muovendosi in assenza di strategie o dottrine eppure con una precisione devastante. Lo Stato appare allora simile alla fortezza abbandonata de Il deserto dei Tartari di Dino Buzzati, un'istituzione pietrificata che attende un nemico tradizionale, un esercito strutturato, senza avvedersi che la vera minaccia ha già mutato forma, scivolando inafferrabile tra le pieghe del vuoto istituzionale.

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UNA RIFLESSIONE
di Isiride multiforma Lancetti
L'architettura organizzativa di questa rivolta trova la sua genesi nell'alveo trasparente eppur opaco della rete, dove le dirette dei social diventano contemporaneamente centro di comando e teatro dell'azione. piccolissimi nuclei autonomi, sconosciuti gli uni agli altri, convergono su bersagli stabiliti all'istante, uniti soltanto dal tempo reale d'un algoritmo che coordina la devastazione alla luce del sole. Questa pubblicità totale dell'atto vandalico mette a nudo l'irrilevanza delle vecchie tecniche d'intelligence, giacché per prevenire l'assalto basterebbe sintonizzarsi sui flussi più seguiti della piazza virtuale. Nasce così il sospetto inquietante che questa cecità non sia del tutto casuale, bensì il prodotto di una calcolata indifferenza o di una cinica attesa, giacché la devastazione offre materia prima inesauribile per quanti costruiscono il proprio consenso proprio sull'esasperazione dell'insicurezza e sulla speculazione della paura urbana.
Tra i fumi dell'insurrezione e i pixel dei video emerge con pervasività un nome, invocato come un feticcio o un anatema dai giovani di seconda generazione: quello di Silvia Sardone. L'esponente leghista diventa il simbolo incarnato di un discorso pubblico che ha sistematicamente eletto l'altro a nemico, alimentando una campagna d'odio contro l'Islam, contro i simboli dell'integrazione e contro i marginali della metropoli. I ragazzini che scandiscono quel nome nei corridoi digitali non fanno che restituire al mittente, sotto forma di rabbia cieca, la violenza verbale che hanno subito passivamente per anni. Si compie qui la parabola tragica descritta da Frantz Fanon ne I dannati della terra, dove il linguaggio del disprezzo, inoculato a piene mani dal potere, finisce inevitabilmente per forgiare la reattività violenta degli esclusi, i quali rispondono alla disumanizzazione con la sola arma che è stata loro concessa: la distruzione sorda dei simboli.
Il divario che separa la quiete relativa di Roma dal furore di Milano risiede nelle viscere stesse dell'economia tardo-capitalista e nella geografia dell'esclusione. Milano, nodo nevralgico proteso verso lo scenario globale, attrae e insieme respinge con una violenza simbolica che non ha eguali nel panorama nazionale. La sua vasta area metropolitana, unificata da una rete di trasporti rapida ed efficiente, consente a centinaia di giovanissimi provenienti dai hinterland e dalle province limitrofe di convergere nel cuore finanziario in un respiro. Ma la vera frattura è di natura esistenziale: la città della moda, del lusso e del profitto inafferrabile agisce come uno specchio ustorio, mostrando a chi vive ai margini la promessa di una ricchezza costantemente ostentata eppure perennemente inaccessibile, trasformando l'emarginazione in una ferita d'orgoglio insopportabile.
A differenza del tessuto romano, propenso a un'assorbente e scettica tolleranza, Milano rimane il laboratorio prediletto di una politica d'incessante ostilità ideologica. La propaganda della Lega, diffusa capillarmente dai gazebo alle municipalità, dai comitati di quartiere ai gruppi virtuali, ha instillato un veleno sistematico contro l'immigrazione, la diversità e le nuove generazioni di origine straniera. Questa retorica non è la stravaganza di qualche figura folkloristica, ma la metastasi profonda d'un discorso egemonico che alimenta il rancore sociale per dividere la polis. Ci si deve piuttosto stupire dell'ampiezza della tregua trascorsa, chiedendosi come questa massa di giovani abbia potuto tollerare così a lungo una cattiveria istituzionalizzata, prima che la pentola a pressione dell'odio politico finisse per esplodere con devastante inevitabilità.
Nel momento culminante della notte, il limite tra realtà e finzione si annulla del tutto quando la figura politica al centro delle contese fa la sua comparsa fisica e digitale sul luogo del disastro. Silvia Sardone si muove tra le macerie della città ferita, mentre la sua diretta streaming catalizza migliaia di spettatori, diventando paradossalmente la bacheca su cui i riottosi coordinano l'assalto successivo, dandosi appuntamento davanti alle vetrine del lusso. In questa convergenza spettrale, la provocazione politica e la devianza giovanile si alimentano a vicenda in un abbraccio mortale, dove la maceria diventa la scenografia necessaria per la propaganda e la propaganda fornisce il pretesto per la nuova devastazione. Crolla ogni distinzione etica, lasciando spazio soltanto all'autosufficienza dello spettacolo che nutre se stesso.
Eppure, nella desolazione di questo scenario, un dettaglio s'impone con tragica nitidezza: la presenza della figura politica, per quanto ambigua, spietata e narcisistica, contrasta irrimediabilmente con l'assenza delle istituzioni cittadine che dovrebbero incarnare la cura e il governo della comunità. Mentre la polemista cavalca le rovine della metropoli per rivendicare la bontà delle proprie ossessioni, il Sindaco appare figura evanescente, spettro invisibile distante dalle strade sfigurate dalla collera. Questa contesa tra chi soffia sul fuoco per trarne profitto ed un potere municipale incapace di farsi corpo e presenza reale nella notte del bisogno lascia la città senza difesa e senza guida, esposta al cinismo degli uni e alla solitudine degli altri.
Rifiutare la rimozione di quanto è accaduto significa accettare una verità dolorosa e priva di consolazione: il riot di Milano non è un episodio accidentale, né la semplice scappatella di qualche infiltrato, ma la manifestazione sintomatica d'un male profondo che attanaglia la modernità urbana. Ci risuonano attorno le parole di Primo Levi in I sommersi e i salvati, laddove ci ammonisce sulla facilità con cui le società ritenute civili possono scivolare nella barbarie quando si smarrisce la capacità di ascoltare il dolore dell'altro e si coltiva il disprezzo come strumento di governo. La notte milanese lascia in eredità vetrine infrante e schermi accesi, un paesaggio di rovine materiali e morali che ci costringe a guardare in faccia il vuoto d'un'epoca incapace di offrire ai propri figli altro che il consumo forzato, la reclusione simbolica e la disperata, effimera illusione di esistere attraverso la distruzione.
IN ALTRE PAROLE
Più che il razzismo, ciò che colpisce leggendo molti commenti è la sua normalizzazione. Non l'odio urlato di pochi fanatici, ma la tranquilla convinzione di tanti. Uomini e donne comuni che, protetti dalla distanza dello schermo, trasformano la complessità umana in appartenenza tribale, e la paura in giudizio. Dal tenore del dibattito emergono temi legati all'immigrazione, alla sicurezza e all'identità, spesso espressi in forme polarizzate e conflittuali. [vedi commenti al post: Facebook]
Il razzismo contemporaneo raramente si presenta con il volto brutale che la storia ci ha insegnato a riconoscere. È più sottile. Si traveste da buonsenso, da pragmatismo, da difesa delle proprie radici. Non dice più apertamente "sei inferiore"; dice "non sei dei nostri". E in questa piccola sfumatura linguistica riesce a conservare intatta la propria violenza morale, rendendola persino accettabile.
La vera tragedia non è che alcune persone odino chi è diverso. È che molte abbiano smesso di considerare l'altro una persona prima ancora che uno straniero. Quando un individuo diventa soltanto una categoria, un'etichetta, una provenienza geografica, allora ogni sua sofferenza perde peso, ogni sua storia smette di interessarci, ogni sua dignità diventa negoziabile.
Eppure il paradosso italiano è straordinario. Un popolo che per generazioni è emigrato in ogni angolo del mondo, spesso subendo discriminazioni e umiliazioni, oggi talvolta dimentica quella memoria. Come se il dolore, invece di insegnare compassione, avesse insegnato soltanto a desiderare una posizione diversa nella gerarchia delle esclusioni.
Forse il razzismo non nasce dall'eccesso di identità, ma dalla sua fragilità. Chi è veramente sicuro di sé non teme la diversità. Chi conosce il proprio valore non ha bisogno di degradare quello altrui. L'ostilità verso lo straniero è spesso il sintomo di una paura più profonda: quella di non sapere più chi si è, di vivere in un mondo che cambia troppo in fretta e di cercare un colpevole a cui attribuire il proprio smarrimento.
Per questo il razzismo è una sconfitta collettiva prima che morale. Non impoverisce soltanto chi lo subisce. Imprigiona soprattutto chi lo coltiva, costringendolo a vedere il mondo attraverso una lente deformante in cui ogni volto sconosciuto diventa una minaccia e mai una possibilità. E una società che smette di riconoscere la propria umanità negli occhi degli altri finisce, lentamente, per non riconoscerla nemmeno nei propri.
Le rovine del desiderio e lo specchio di cristallo: Milano nei giorni della collera disincantata
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SCRITTO DA ISIRIDE MULTIFORMA LANCETTI
ERT MAG | SCRITTO DA AGNESE VILLARI
La vista di una città divorata dal fuoco non è mai un mero evento di cronaca, bensì una profonda e dolorosa lacerazione nell'ordito stesso dell'umana convivenza. Quando il bagliore dell'incendio si proietta sulle pareti del comune di Limoges, in Francia, il primo moto dell'animo non può che essere una condanna ferma e incondizionata per la violenza...




