
La topologia dell'oblio: decostruzione del determinismo geografico e delle aporie del discorso sionista
Il testo della professoressa Daniela Santus si presenta alla gioventù universitaria come un'orazione magistrale, ammantata dal rigore cartesiano della disciplina geografica e della storiografia positiva. Tuttavia, sotto la levigata patina della retorica accademica e di un apparente richiamo alla complessità, si cela un'operazione di raffinato determinismo ideologico e neutralizzazione semantica.
Prendendo a pretesto la critica allo slogan «From the river to the sea», il discorso svela l'inganno fondamentale del pensiero coloniale moderno: l'uso della geografia non come scienza dell'abitare umano e della pluralità, ma come strumento di perimetrazione dell'esclusione.
Un'analisi speculativa e filosofica permette di smontare, punto su punto, la trama concettuale di questo intervento.
E a seguire..
XXIII. Epilogo: La funzione demistificante della critica di fronte all'architettura propagandistica
..la disamina condotta attraverso questi ventidue passaggi non ha inteso svolgere un mero esercizio di polemica accademica, bensì un'opera sistematica di decostruzione ed epistemologia critica. L'intervento della professoressa Santus non si configura come una neutra lezione di geografia o una serena riflessione pedagogica, ma rappresenta un chiaro esempio di propaganda ideologica ammantata di autorevolezza cattedratica.
Sotto il pretesto dell'accuratezza topografica, della filologia classica e del richiamo al pluralismo, il nostro contributo articola una sofisticata narrazione volta a normalizzare l'asimmetria di potere, a criminalizzare il dissenso universitario e a negare, sul piano teorico prima ancora che materiale, la soggettività e il diritto all'autodeterminazione del popolo palestinese.

Restituire valore al pensiero critico significa proprio questo: smontare la pretesa neutralità del discorso coloniale, svelarne i cortocircuiti logici e affermare che la vera funzione della conoscenza accademica non è quella di giustificare l'esistente attraverso la manipolazione del passato, ma di fornire gli strumenti concettuali per riconoscere la giustizia, smascherare l'oppressione e difendere la dignità di ogni essere umano.
Partiamo da qui.
"From the river to the sea". Quando uno slogan cancella la realtà
(Il Foglio 6.10.25)
La Palestina prima e dopo il 1948. L'antisemitismo che non è morto, si è solo travestito con parole che suonano progressiste. Lezione di geografia a chi nei cortei scandisce lo slogan "dal fiume al mare"
Professoressa Daniela Santus
Dipartimento universitario di Torino
Cari studenti, lasciate che vi dedichi una lezione di geografia. Quella vera: la disciplina che studia i rapporti tra spazi, popoli, storie. Perché anche voi, quando scandite "from the river to the sea", state facendo un'operazione geografica. Permettetemi di spiegarvi quale.
1) Quale fiume, quale mare? – "Dal fiume al mare". Ma quanti di voi saprebbero tracciare su una carta muta il confine che invocate? Il fiume è il Giordano: 251 chilometri che terminano nel Mar Morto, 430 metri sotto il livello del mare. Non sfocia: evapora. Un fiume che muore, non che genera. Il mare è il Mediterraneo orientale: 273 chilometri di costa. Tra questi due punti ci sono 27.000 chilometri quadrati. Come la Sicilia. In questo spazio vivono 14 milioni di persone: 7 milioni di ebrei israeliani, 2 milioni di arabi israeliani, 3 milioni di palestinesi in Cisgiordania, 2 milioni a Gaza. Quando ripetete "from the river to the sea", di tutti questi esseri umani, chi rimane e chi scompare?
2) I nomi non mentono – La toponomastica conserva memoria. Tel Aviv, fondata nel 1909. Gerusalemme, citata nella Bibbia 667 volte, abitata da tremila anni. Ramallah, Nablus, Hebron. Ogni toponimo racconta una presenza: ebrei che sono stati lì – con espulsioni e ritorni – per millenni. Palestinesi che ci sono da secoli. Quando dite "dal fiume al mare", quale presenza intendete cancellare? La geografia non ammette ambiguità: in uno spazio dato, o convivono comunità diverse, o una elimina l'altra.
3) Prima del 1948 – Molti credono che nel 1948 Israele abbia cancellato uno Stato palestinese. Falso. Nel 1947 esisteva il Mandato Britannico sulla Palestina, entità amministrativa nata nel 1920 con l'obiettivo, tra l'altro, di facilitare la costituzione di un focolare nazionale ebraico. Nel 1921 la Gran Bretagna separò la Transgiordania dal Mandato, creandovi un emirato autonomo che divenne indipendente nel 1946 come Regno di Giordania. Prima del Mandato? Quattro secoli di dominio ottomano. Prima ancora? Tanti dominatori: mamelucchi, crociati, bizantini, romani, e sempre una comunità ebraica che restava attaccata alla terra pur tra mille difficoltà. Risalendo ancora: i regni ebraici di Giuda e Israele. La parola "Palestina" fu imposta dall'imperatore Adriano nel 135 d.C. per cancellare ogni riferimento alla Giudea. Un'operazione geografico-ideologica: cambiare il nome per cancellare la memoria. L'ironia è che oggi chi invoca la "Palestina storica" usa un toponimo inventato per negare la presenza ebraica. Ad ogni modo, nel 1947 l'ONU propose di dividere ciò che restava del territorio mandatario in due stati: uno ebraico e uno arabo. Gli ebrei accettarono. Gli arabi rifiutarono e invasero il neonato Israele.
4) Quale stato negate? Israele è l'unico paese dove gli ebrei sono maggioranza, l'unico stato ebraico. Al tempo stesso, la minoranza araba (21% della popolazione) può votare ed eleggere propri rappresentanti in parlamento. Circa metà dei 15 milioni di ebrei esistenti al mondo vive in Israele. Facciamo un confronto: i musulmani sono circa 2 miliardi e gli stati musulmani, ad oggi, 57. La vostra idea di giustizia prevede l'eliminazione dell'unico paese dove un popolo perseguitato per due millenni ha ottenuto la sua autodeterminazione? Già, perché non potete avere uno stato palestinese "dal fiume al mare" senza eliminare Israele. Non c'è spazio per due stati in quella formula. È, letteralmente, un'ideologia di cancellazione.
5) Chi ha inventato lo slogan? - Lo slogan nasce negli anni '60, coniato dall'OLP e poi adottato da Hamas. La Carta di Hamas del 1988 dichiarava: "La Palestina è terra islamica per tutte le generazioni fino al Giorno del Giudizio". L'articolo 7 citava: "Il Giorno del Giudizio non arriverà finché i musulmani non combatteranno gli ebrei e li uccideranno". Il documento del 2017 (articolo 20) ribadisce: "Hamas rifiuta qualsiasi alternativa alla completa liberazione della Palestina, dal fiume al mare". Quando voi, studenti occidentali progressisti, gridate questo slogan, state ripetendo parole di un'organizzazione che chiama allo sterminio degli ebrei. Lo ritenete davvero plausibile? Pensate che sia corretto ripercorrere – anche se forse inconsapevolmente – la deriva del 1938?
6) L'antisemitismo travestito – "Ma noi critichiamo Israele, non gli ebrei!" Bene. Allora perché non chiedete che la Turchia "dal Bosforo all'Eufrate" sia data ai curdi? Perché non manifestate per "decolonizzare" il Marocco e restituirlo ai Berberi? L'unico paese la cui esistenza viene negata è Israele. Rifletteteci: l'antisemitismo non è morto, si è solo travestito. Oggi usa slogan che suonano progressisti: "liberazione", "decolonizzazione". Parole nobili per nascondere un'antica ossessione: un mondo senza ebrei o, come dite voi, senza sionisti. Il test è semplice: se il vostro antisionismo prevede la scomparsa dell'unico paese dove gli ebrei hanno ottenuto la loro autodeterminazione dopo secoli di persecuzioni, culminate nella Shoah, allora non è altro che antisemitismo aggiornato. Perché l'antisionismo è proprio questo: la volontà di negare agli ebrei il diritto di esistere in un loro Stato. Vedete, ogni parola traccia un confine. "Liberazione", "resistenza", "occupazione", "colono", "naqba": termini che cambiano significato a seconda di chi li pronuncia e da dove li guarda. Ogni termine ha il suo corrispettivo di dolore e di verità. Ma la geografia non ammette il privilegio di una sola prospettiva. È fatta di pluralità, di carte geografiche sovrapposte. Quando usate una parola, state scegliendo una mappa. E se la parola cancella un popolo, allora non è più linguaggio: è cartografia dell'odio.
Cari studenti, non vi sto dicendo che la geografia risolve i conflitti, ma vi mostra le proporzioni. Vi mostra che in quello spazio ristretto tra fiume e mare vivono due popoli, entrambi con storie, traumi, diritti e doveri. La soluzione non può essere la cancellazione di uno dei due. Deve essere – può essere – la costruzione di due stati, due dignità, due sovranità. "Dal fiume al mare" è una formula a somma zero. Riduce una tragedia complessa a geometria dell'esclusione. È l'opposto della convivenza: vi trasforma e vi acceca. Quando scandite uno slogan, qualsiasi slogan, chiedetevi: conosco la storia di quelle parole? So dove portano? So cosa significano per chi le ha vissute sulla propria pelle? L'ignoranza non è mai innocente, neppure quella geografica. Quando non sapete dove sono i luoghi di cui parlate, non vedete le persone che ci abitano. E quando non vedete le persone, diventa facile cancellarle. Prima dalle mappe, poi dalla realtà. Le manifestazioni sono un diritto, certo. Ma la conoscenza è un dovere, anche da parte di noi docenti. Soprattutto all'università, dove gli studenti dovrebbero poter imparare a distinguere la complessità dalla semplificazione, la giustizia dalla vendetta, la pace dalla cancellazione dell'altro.
Grazie a Ich Bin Daniela
Colui che combatte con i mostri deve stare attento a non diventare lui stesso un mostro. E se guardi a lungo in un abisso, anche l'abisso guarderà dentro di te.
— Friedrich Nietzsche, Al di là del bene e del male
I. La metafisica dell'idrografia e la retorica del vuoto
Il richiamo esordiente alla misurazione fisica del Giordano — un fiume che «non sfocia, evapora, muore» — è un artificio poetico denso di implicazioni ideologiche. Ridurre un bacino idrografico e un territorio a un calcolo quantitativo di chilometri quadrati e metri sotto il livello del mare significa operare una reificazione dello spazio, depurandolo dalla sua sostanza storica e vissuta (Lebensraum nel senso fenomenologico husserliano).
Affermare che la formula «dal fiume al mare» sia intrinsecamente un atto di cancellazione significa ribaltare la genesi del trauma: si attribuisce all'evocazione verbale della totalità geografica la colpa della cancellazione, tacendo sul fatto che l'asimmetria materiale sul terreno ha già realizzato, in termini concreti e giurisdizionali, l'annessione e il controllo totale di quel medesimo spazio da parte di un unico attore statale.
II. Il feticismo toponomastico e l'essenzialismo della pietra
L'argomentazione sulla toponomastica muove da un presupposto essenzialista: l'antichità di un nome conferirebbe un diritto ontologico prioritario sulla terra. Citare le 667 menzioni bibliche di Gerusalemme o la fondazione di Tel Aviv nel 1909 per avvalorare la continuità ebraica è un'operazione legittima, ma diventa fallace quando viene impiegata per relativizzare o frammentare la continuità indigena arabo-palestinese.
I toponimi non sono mai neutri; essi sono stratificazioni di potere. Giustificare il presente attraverso l'archeologia è la cifra del mito di fondazione che cancella il diritto contingente dei viventi in nome di una metafisica del sangue e della pietra. La coesistenza non si costruisce sulla misurazione di chi fosse lì "prima", ma sul riconoscimento delle strutture di dominazione che agiscono "ora".
III. L'ipostasi dell'imposizione romana e la rimozione del trauma indigeno
La ricostruzione storicistica dei domini ottomani, mamelucchi e bizantini, fino alla citazione dell'imperatore Adriano che nel 135 d.C. impose il nome Palaestina, costituisce un classico topos dell'apologetica sionista: delegittimare l'identità palestinese riducendola a un mero "effetto collaterale" di un decreto imperiale romano.
Questa lettura sofistica ignora la natura dei processi di ethnogenesis. Un popolo non necessita di un'etichetta burocratica millenaria per esistere come comunità di destino; la sua soggettività politica nasce dalla relazione con la terra e dalla resistenza comune alla sua deprivazione. Ridurre la storia del 1948 a una semplice proposta ONU accettata dagli uni e rifiutata dagli altri significa praticare una sistematica rimozione della Nakba e della pulizia etnica documentata dalla stessa nuova storiografia israeliana (da Ilan Pappé a Benny Morris).
[ Narrativa di Semplificazione Storicistica ] Rifiuto arabo (1947) ──> Invasione ──> Vittoria ebraica (Legittimità formale) [ Realta Stratificata della Prassi Coloniale ] Sradicamento indigeno ──> Frammentazione spaziale ──> Esercizio dell'Egemonia
IV. La fallacia dell'equivalenza asimmetrica e l'argomento demografico
Nel paragonare la demografia dell'unico Stato ebraico ai 57 Stati a maggioranza musulmana e ai 2 miliardi di fedeli islamici nel mondo, il discorso scivola nella fallacia logica della falsa equivalenza. I palestinesi non sono un'astrazione panislamica trasferibile a piacimento in un qualsiasi altro paese arabo o musulmano; sono una popolazione con una specifica territorialità.
Sostenere che la presenza di una minoranza araba votante all'interno di Israele dimostri la pienezza democratica dello Stato significa occultare l'architettura giuridica (come la Legge sullo Stato-Nazione del 2018) che formalizza una gerarchia etno-nazionale, separando la cittadinanza (citizenship) dalla nazionalità (nationality).
V. La riduttività della genesi dello slogan e il riduzionismo ideologico
Attribuire l'origine dello slogan «From the river to the sea» esclusivamente alle carte statutarie dell'OLP o di Hamas significa compiere un'operazione di riduzionismo storico. La frase nasce originariamente all'interno dei movimenti di liberazione laici come auspicata decolonizzazione di tutta la Palestina storica, volta alla creazione di un unico Stato democratico e secolare per tutti i suoi abitanti, ebrei e arabi.
Inoltre, il testo tace deliberatamente sul fatto che l'espressione «tra il mare e il Giordano» è stata storicamente integrata nel programma politico della destra sionista (dall'ideologia del Revisionismo di Jabotinsky fino al manifesto fondativo del partito Likud), la quale rivendica la sovranità ebraica esclusiva sull'intero territorio.
VI. L'arma dell'antisemitismo e il cortocircuito epistemologico
La sovrapposizione concettuale tra antisionismo e antisemitismo rappresenta l'apice teoretico dell'articolo. Definire la critica alla struttura dello Stato etnico come «un mondo senza ebrei» significa operare un ricatto epistemologico che immobilizza ogni analisi critica della prassi coloniale.
L'antisionismo, nella sua formulazione teorica e storica (coltivata fin dalle origini anche da ampi settori del mondo ebraico, dal Bund al pensiero d'ispirazione benjaminiana e arendtiana), non nega l'autodeterminazione ebraica in quanto tale, ma contesta la sua realizzazione attraverso la forma-stato etno-nazionale e il conseguente sradicamento di un altro popolo.
┌── Antisionismo ───> Critica allo Stato Etnico / Coloniale Dimensione Critica┤ └── Antisemitismo ──> Odio Razziale / Pregiudizio Essenzialista
VII. La falsa comparazione e la decontestualizzazione geopolitica
Invocare la questione curda in Turchia o quella amazigh nel Maghreb per squalificare l'attenzione sulla Palestina è un classico esempio di whataboutism retorico. La legittimità delle lotte di liberazione dei Curdi o dei Berberi non sminuisce né annulla la natura specifica della questione palestinese.
L'eccezionalità dello sguardo critico su Israele non deriva da un recondito pregiudizio antisemita ritornante, ma dal fatto che Israele si colloca al centro del sistema politico e militare occidentale, godendo di un sostegno incondizionato da parte delle democrazie liberali che si dichiarano custodi del diritto internazionale.
VIII. La manipolazione del costruttivismo linguistico
L'affermazione secondo cui parole come «occupazione», «colono», «resistenze» o «Nakba» cambino significato a seconda della prospettiva tenta di accreditare una forma di relativismo linguistico neutrale. Tuttavia, l'occupazione militare della Cisgiordania e il blocco di Gaza non sono opinioni ermeneutiche o figure retoriche: sono dimensioni materiali sancite dal diritto internazionale e da numerose risoluzioni ONU.
Sfumare la rigidità dei fatti nell'indeterminatezza delle interpretazioni soggettive è la tipica strategia del potere quando intende de-politicizzare un conflitto asimmetrico.
IX. La geometria dell'esclusione e il finto bi-statalismo
La condanna dello slogan in quanto «formula a somma zero» propone come alternativa morale la retorica dei «due Stati per due popoli». Tuttavia, il testo omette di riconoscere che la fattibilità materiale di tale soluzione è stata azzerata non dalle formule verbali degli studenti, ma dalla prassi reale dell'insediamento dei coloni, dalla frammentazione del territorio tramite il muro di separazione e dalle infrastrutture ad uso esclusivo.
Invocare i "due Stati" mentre sul terreno si consolida un unico regime reale di controllo dal fiume al mare trasformato in apartheid è un'operazione di mistificazione concettuale.
[ IL PARADOSSO GEOMETRICO ] Discorso Cattedratico: Realtà Materiale sul Terreno: ┌──────────────────────────┐ ┌─────────────────────────────┐ │ Ideale teorico: │ │ Matrice di controllo unico: │ │ "Due Stati, Due Popoli" │ ≠ Diverse da │ Annessione di fatto, │ │ (Architettura formale) │ │ Frammentazione dei Bantustan│ └──────────────────────────┘ └─────────────────────────────┘
X. La patologizzazione della dissenso studentesco
Nel dipingere gli studenti occidentali come masse inconsapevoli manovrate da pulsioni totalitarie o nostalgiche del 1938, l'autrice adotta un tono paternalistico che svaluta la soggettività politica giovanile.
L'analogia con le derive del nazismo rappresenta un cortocircuito etico ed epistemologico volto a criminalizzare l'empatia verso gli oppressi. La scelta di bollare la protesta come "ignoranza" impedisce di cogliere come la mobilitazione studentesca metta in discussione proprio l'incoerenza tra i principi etici professati dalle istituzioni accademiche e la loro complicità con la violenza sistemica.
XI. L'asimmetria del dolore e la gerarchia della memoria
Il discorso professato invoca la necessità di considerare «tutti gli esseri umani», ma costruisce una gerarchia della memoria in cui la sofferenza ebraica è assolutizzata e universalizzata, mentre la sofferenza palestinese è ridotta a una nota a piè di pagina o a un'inevitabile conseguenza della storia.
La vera etica della memoria, come insegnava Edward Said, risiede nella capacità di articolare i traumi senza stabilire primati ontologici, riconoscendo che la tragedia dell'uno non può essere la giustificazione per la cancellazione dell'altro.
XII. Il mito della neutralità universitaria e il disciplinamento pedagogico
Concludere il testo richiamando il «dovere della conoscenza» e il ruolo dell'università come luogo di distinzione tra «complessità e semplificazione» serve a consacrare l'istituzione come unico arbitro della verità politica.
Questa concezione della pedagogia riduce lo studente a un recettore passivo da disciplinare. La vera conoscenza accademica non si esaurisce nella memorizzazione dei dati topografici forniti dal docente, ma risiede nell'esercizio del pensiero critico capaci di interrogare le condizioni storiche e le strutture di potere che producono quegli stessi dati.
XIII. Cartografia dell'oppressione vs. Geografia della liberazione
La lezione di geografia proposta si rivela essere una cartografia dell'oppressione: una mappa statica, definita dai confini della sovranità etnica e dal diritto del più forte.
Ad essa si oppone una geografia della liberazione, capace di concepire lo spazio dal fiume al mare non come un'area di epurazione etnica vicendevole, ma come un unico orizzonte di giustizia decoloniale, dove l'uguaglianza dei diritti, la restituzione e la de-gerarchizzazione identitaria sostituiscano la logica dei muri e delle enclave.
XIV. L'aporia del realismo politico e l'utopia necessaria
Il testo della professoressa Santus si muove dentro i binari del cosiddetto "realismo politico", il quale richiede agli oppressi di accettare lo status quo in nome dell'impossibilità di cambiare i rapporti di forza.
Tuttavia, come ha mostrato la storia dei processi di decolonizzazione — dall'Algeria all'Istituzione dell'Anti-Apartheid in Sudafrica —, ciò che il potere definisce "semplificazione utopica" o "formula illogica" è spesso l'unica leva concettuale capace di incrinare un'architettura di dominazione altrimenti inattaccabile.
XV. Il rovesciamento del richiamo finale: il dovere della verità
In ultima analisi, il testo della professoressa Santus fallisce proprio nel suo intento dichiaratamente pedagogico. Pretendendo di svelare l'ignoranza altrui, rivela la propria parzialità ideologica.
Svelare questo inganno significa restituire agli studenti la dignità di un pensiero critico non imbrigliato nelle retoriche della conservazione: la geografia vera non è quella che traccia i confini per giustificare la reclusione di un popolo, ma quella che studia le condizioni umane affinché ogni individuo, dal fiume al mare, possa finalmente vivere libero e uguale.
Lettera della Professoressa Daniela Santus dell'Università di Torino ai suoi colleghi firmatari di un appello in favore di Hamas, 8 novembre 2023
Gentili Colleghe e Colleghi, mi chiedete di firmare per l'immediato cessate il fuoco nella guerra tra Hamas e Israele. Avrei accolto la proposta se aveste chiesto: 1) l'immediata firma di un trattato di pace con Israele, per far finalmente decollare il progetto "due Stati per due Popoli" 2) l'immediata liberazione di tutti gli ostaggi. Certo, chi ha scritto l'appello ha citato la "brutale aggressione" di Hamas sulla popolazione per lo più civile. Sgomberiamo il campo da ogni dubbio: i codardi di Hamas non hanno aggredito soldati nelle caserme. Hanno ucciso donne, bambini, neonati, sopravvissuto alla Shoah, hanno bruciato vive intere famiglie, hanno cavato gli occhi a padri e tagliato i seni a madri, hanno mutilato bambini di 6-8 anni delle mani e dei piedi prima di ucciderli. Hanno ucciso giovani pacifisti. ebbene sì, il concerto di Supernova nel Negev non era un rave di drogati, era un concerto per la pace e l'amore universale. Li hanno inseguiti sparando, hanno torturato e violentato le ragazze, ne hanno ammazzati in quantità. E hanno rapito bambini (una trentina tra i 9 mesi e i 16 anni), ragazze, giovani, anziani. È stato un POGROM, come nella Russia zarista, con deportazioni come nella seconda guerra mondiale da parte dei NAZISTI. Non soltanto una brutale aggressione. Un pogrom accompagnato dal lancio di 5000 razzi in una sola giornata, che non si sono mai fermati. Anche ora, mentre scrivo, stanno sparando contro le città israeliane di Tel Aviv, Holon, Or Yehuda, Ashdod, Rehovot, Rishon le Zion e altre. Come vedete, il carburante non manca. In realtà è dal 2001 – quale che sia il governo d'Israele – che i razzi colpiscono il Paese. In questi giorni ne vengono lanciati a migliaia: le scuole, come le Università sono chiuse. Vi sono bambini, nel sud d'Israele, che non hanno mai dormito una settimana nei loro letti senza dover scappare nei rifugi. Vi sono generazioni di ragazzini traumatizzati. Hamas è un movimento fondamentalista islamico nato alla fine degli anni '80 come costola dei Fratelli Musulmani ed è da sempre in guerra contro Israele, ritenuto occupante di tutta la terra dal fiume Giordano al mar Mediterraneo. Scopo dichiarato è quello di cancellare la presenza d'Israele con la lotta armata. Dopo il ritiro di Israele dalla Striscia di Gaza nel 2005 (eh già, l'occupazione non c'entra), Hamas ha sfruttato la sua vittoria alle elezioni legislative palestinesi del 2006 per prendere militarmente il controllo della Striscia scatenando addirittura una violenta guerra civile contro l'Autorità Palestinese. Scriveva a tal proposito HaAretz (N.B. quotidiano di sinistra) «l'alto tasso di perdite civili rispetto a quelle dei miliziani è dovuto alla scelta di Hamas di nascondere i propri combattenti nei quartieri civili anziché affrontare le truppe israeliane al di fuori di essi." Non diversamente sta accadendo in questi giorni, con il comando di Hamas asserragliato nei tunnel sotto l'ospedale di Al Shifa. «Abbiamo prove concrete che centinaia di terroristi si sono riversati nell'ospedale per nascondersi dopo i massacri del 7 ottobre» ha detto Daniel Hagari, portavoce delle Forze di Difesa Israeliane, aggiungendo che Israele ha informazioni secondo cui vi sono diversi tunnel che dall'esterno dell'ospedale conducono alla base sotterranea in modo che i membri di Hamas non abbiano bisogno di accedere dagli ingressi dell'ospedale. La base sotterranea di Hamas sfrutta anche le strutture energetiche dell'ospedale. Il portavoce militare ha confermato che c'è carburante negli ospedali di Gaza, facendo ascoltare ai reporter di The Times of Israel, YnetNews e Jerusalem Post, due conversazioni registrate di cittadini di Gaza. In una delle conversazioni, un palestinese dice che Hamas controlla l'ospedale e dispone di carburante e che quelli 'con i contatti giusti' possono portare taniche e riempirle. «Hamas deruba i civili di Gaza per alimentare i suoi attacchi», ha commentato Hagari Nell'ottobre 2023 Israele stava per siglare uno storico accordo di pace con l'Arabia Saudita. Per farlo, i sauditi avevano richiesto anche significative concessioni per i palestinesi. Ovviamente una situazione di questo genere, foriera di una pacificazione dell'area e, potenzialmente, favorevole a un ritorno sulla scena politica dell'Autorità Palestinese di Abu Mazen non poteva essere accettato dalla strategia jihadista di Hamas. Così, la mattina del 7 ottobre, i miliziani di Hamas hanno optato per la strage più cruenta mai compiuta, potendo beneficiare di maggiori possibilità di spostamento tra la Striscia e Israele. Questo grazie a quello che era stato un consistente programma civile ed economico per Gaza da parte del precedente governo israeliano Bennett-Lapid. Infatti quel programma aveva notevolmente aumentato il numero di permessi di lavoro per i palestinesi di Gaza, che potevano così recarsi in Israele dove il salario giornaliero di un lavoratore è sufficiente a sostenere altre dieci persone. In un territorio impoverito con un tasso di disoccupazione di circa il 50%, i permessi di lavoro in Israele stavano cominciando a migliorare la vita d ei palestinesi della Striscia e a stabilizzarne l'economia. Il programma aveva introdotto anche incentivi economici per Hamas, se avesse mantenuto la pace: condurre attacchi avrebbe potuto comportare restrizioni immediate sui permessi e chiusure dei valichi di frontiera. Proprio quello che desiderava Hamas: il caos e la guerra. Una guerra deliberatamente scatenata contro i bambini, i giovani, le famiglie e gli anziani in Israele la cui unica colpa era quella di essere ebrei e che sta continuando a Gaza, mietendo vittime tra i bambini, le donne e gli anziani cui Hamas ha impedito di evacuare per evitare di morire sotto i bombardamenti israeliani. Ecco perché NON FIRMO. NON FIRMO perché non voglio che la mia firma contribuisca a dare il tempo ad Hamas di riorganizzarsi e compiere altri attentati, come due giorni fa ha promesso un alto funzionario di Hamas – Razi Hamed – che in un'intervista riportata anche da Repubblica ha affermato: "Ripeteremo le azioni del 7 ottobre finché Israele non sarà distrutto". E NON FIRMO PERCHÉ È CHIARO CHE SI TRATTA DI PROPAGANDA: Definite Israele come Stato in cui vige l'apartheid e forse non a tutti/e è chiaro il significato del termine. In Israele gli arabi vivono in ogni distretto, ma particolarmente a nord. A Nazareth, ad esempio, nel 2017 vivevano 76.551 persone, 40 mila delle quali erano di fede islamica. Oggi sono decisamente aumentati. Ma anche a sud vi sono importanti insediamenti arabi, basti pensare alla città beduina di Rahat con i suoi quasi 70 mila abitanti. Più nello specifico va notato che vi sono 122 comuni israeliani composti interamente o per la maggior parte da cittadini arabi: l'apartheid, come si può evincere dai dati, esiste soltanto nella propaganda di chi vorrebbe la cancellazione dello Stato ebraico. In Israele non ci sono mezzi di trasporto, scuole o edifici in cui gli arabi non possano entrare o ruoli che gli arabi non possano ricoprire. Negli ultimi sette anni, ad esempio, il numero degli studenti arabi nelle Università israeliane è cresciuto del 78,5%. Diversi sono i partiti arabi rappresentati alla Knesset (parlamento israeliano): Balad, United Arab List, Islamic Movement in Israel, Ta'al. Il precedente governo, guidato da Naftali B ennet, aveva al suo interno il partito arabo-islamico Raam con 4 seggi. Di fatto gli arabi in Israele godono di pieni diritti politici e civili e possono assurgere a qualsiasi carica, al pari dei cittadini ebrei. Basti ricordare Abdel Rahman Zuabi (islamico), giudice della Suprema Corte israeliana, Ali Yahya (islamico) ambasciatore d'Israele in Finlandia e poi in Grecia, Walid Mansour (druso) ambasciatore in Vietnam, Mohamed Masarwa (islamico) console generale ad Atlanta, Ishmael Khaldi (beduino) console a S. Francisco, il generale Hussain Fares (druso) comandante della Polizia di confine, Jamal Hakroush (islamico) ispettore generale delle forze di Polizia israeliane. Nel 2018 il numero di dottorandi di ricerca arabi in Israele ha raggiunto le 759 unità. Per quanto riguarda più specificamente le donne arabe, pensiamo alla dottoressa Rania el Hativ specializzata in chirurgia plastica o alla dottoressa Suheir Hassady, primaria di nefrologia, o ancora alla professoressa Fadia Nasser Abu Alhija dell'Università di Tel Aviv, per non fare che alcuni esempi. NON FIRMO perché parlate di 75 anni di "segregazione" etnica e non avete nemmeno la decenza di ricordare che, tra il 1949 e il 1967 di territori i West Bank e Striscia di Gaza erano in mani arabe. Anzi, persino una parte di Gerusalemme era sotto occupazione araba. Infatti con la conquista giordana di parte di Gerusalemme, i giordani conquistarono anche la Città Vecchia e l'intero quartiere ebraico cacciando dalle loro case o uccidendo tutti gli abitanti ebrei che vi risiedevano e impedendo agli ebrei di visitare tutti i loro luoghi santi (il Muro del Pianto, le sinagoghe), oltre che il cimitero ebraico e l'Università. La situazione rimase tale sino al 1967. Pertanto perché, tra il 1949 e il 1967, quando questi territori erano in mano araba non nasce lo Stato di Palestina? Come mai non ricordate le proposte di pace rifiutate dai leader palestinesi? Pensate almeno alle proposte rifiutate nel 2000 e nel 2008, le ultime in ordine di tempo. NON FIRMO perché parlate di Convenzione di Ginevra, ma nulla dite sull'utilizzo da parte di Hamas delle strutture mediche nella striscia di Gaza per scopi terroristici o del fatto che terroristi armati di Hamas aprano il fuoco dalle finestre dell'ospedale Sheikh Hamad. Questo è permesso dalla Convenzione? È corretto sparare contro le ambulanze israeliane? In un post del Maghen David Adom (Croce Rossa Israeliana) si legge: "I corpi dei nostri paramedici uccisi [il 7 ottobre] sono stati trovati con ancora addosso i guanti, assassinati da Hamas mentre stavano soccorrendo i feriti. I nostri autisti d'ambulanza sono stati trucidati a sangue freddo mentre erano seduti al posto di guida. Le nostre ambulanze sono state intenzionalmente date alle fiamme e fatte saltare in aria dai terroristi di Hamas per impedire qualsiasi tentativo di soccorrere le vittime. Come mai questi attacchi deliberati contro il Magen David Adom, la "croce rossa israeliana", non sono degni del vostro orrore?". NON FIRMO perché non soltanto non voglio la cancellazione del popolo palestinese, ma non voglio neppure la cancellazione del popolo d'Israele. Vorrei la fine del regime di Hamas e un futuro sicuro e di pace per palestinesi e israeliani. Peccato non poter condividere questa speranza con Voi.
A Emanuele Fiano è stato impedito di parlare all'università Ca' Foscari. Perché? Nonostante sia stato per diversi anni un parlamentare del PD, nonostante da sempre manifesti la sua contrarietà a Netanyahu, non gli viene perdonato di essere ebreo. Un ebreo figlio di Nedo, sopravvissuto alla Shoah. Di questo anche noi docenti siamo responsabili. I Colleghi che hanno trasformato la Shoah in una "lezione contro tutte le oppressioni" sono responsabili. Perché è proprio qui che scatta il cortocircuito: se Auschwitz è il simbolo di ogni sopraffazione, allora tutto può diventare "come Auschwitz". Gaza diventa come Auschwitz e i checkpoint israeliani diventano come il ghetto di Varsavia. Gli ebrei, di conseguenza, si trasformano in nazisti, indipendentemente dal fatto che siamo di sinistra o di destra, italiani o israeliani, bianchi o neri. Di fatto, questa relativizzazione non è casuale. In Italia, l'antifascismo – che dovrebbe essere il presidio naturale contro l'antisemitismo – si è saldato con la causa palestinese fino a creare un'equazione automatica: essere antifascisti significa essere anti-israeliani. Da lì, il passo verso l'antisemitismo è brevissimo. In Italia, gli insegnanti che demonizzano Israele, vengono da molti considerati dalla parte giusta della storia. Nessun controllo su chi, addirittura a margine delle visite ai campi di concentramento, trasforma la didattica della Shoah in propaganda anti-israeliana. L'autonomia dell'insegnamento, sacrosanta in teoria, diventa in pratica carta bianca ideologica. Non stupisce, pertanto, che vengano addirittura proposte attività per gli insegnanti in cui si discute: "Il genocidio nella didattica della storia: dall'inizio del Novecento alla Palestina odierna". Attività la cui partecipazione (4 novembre 2025) è invogliata da un permesso giornaliero per la formazione.Cosa dovrà ancora accadere perché si cambi questa deriva? Al momento non si sta facendo niente: l'antisemitismo travestito da antisionismo non solo è tollerato, ma spesso premiato. Intellettuali che paragonano Gaza ad Auschwitz vengono invitati in televisione. Vignettisti che disegnano ebrei con nasi uncini vincono premi. Politici che parlano di "lobby ebraica" non subiscono conseguenze. Anzi, in certi ambienti acquisiscono credibilità. Non per niente ci sono politici o aspiranti tali che, nei loro volantini elettorali, si definiscono "'na Palestinese Napulitana, per la Campania giusta" o richiamano la Palestina anche se si tratta di elezioni amministrative in Puglia: "Per lo Stato di Palestina contro tutte le guerre". In questi casi la Palestina diventa un simbolo, niente più. In altri, purtroppo, si trasforma in motivo per odiare. Eppure non c'è scandalo. Va tutto bene, come se dirsi antisionisti - e di conseguenza negatori del diritto degli ebrei di avere una loro patria - non equivalga all'essere antisemiti. Non si dica che non è vero. Anche se il fatto che questa equivalenza, che si manifesta in tutta la sua evidenza negando a un ebreo la possibilità di parlare in università, pare essere cosa di cui ben pochi si rendono conto. Togliere la parola agli ebrei è diventato democratico, possibile, forse ripetibile.
PER CONCLUDERE
XVI. La strumentalizzazione del trauma e il monopolio del martirio
L'argomentazione che accusa la didattica contemporanea di svalutare la Shoah — trasformandola in una «lezione contro tutte le oppressioni» — rivela un'aporia concettuale profonda e un'inquietante resistenza all'universalizzazione dell'etica. Pretendere che la memoria dello sterminio nazista debba rimanere un evento ontologicamente isolato, sottratto a qualsiasi comparazione euristica con altre tragedie umane, significa snaturare la funzione pedagogica e filosofica della memoria stessa.
Se l'insegnamento della Shoah non serve a sviluppare gli anticorpi morali per riconoscere, prevenire e denunciare i processi di disumanizzazione, ghettizzazione e sterminio ovunque essi si verifichino nel presente, esso viene ridotto a mero feticcio identitario o a dispositivo di copertura ideologica.
Paragonare le dinamiche belliche, i blocchi materiali e la sofferenza sistematica della popolazione di Gaza ad altre pagine buie del Novecento non equivale a relativizzare l'Olocausto, bensì ad adempiere al monito etico del «Mai più» inteso nella sua accezione veramente universale e non etnocentrica.
XVII. L'inversione della causalità e il ricatto dell'essenzialismo identitario
Il tentativo di ricondurre la contestazione pubblica verso figure politiche o intellettuali al loro semplice «essere ebrei» costituisce una classica operazione di inversione causale e di vittimizzazione preventiva. Quando un dibattito accademico o politico viene ostacolato o contestato, la critica della piazza e degli studenti non si rivolge all'appartenenza etnico-religiosa del relatore, ma alla sua posizione ideologica, alla sua linea politica e alla sua eventuale complicità o giustificazione delle politiche di uno Stato oppressore.
Imputare ogni forma di dissenso universitario a un cieco pregiudizio antisemita significa applicare un riduzionismo identitario che cancella la dialettica politica. È proprio questo cortocircuito — che sovrappone deliberatamente la figura dell'ebreo in quanto tale allo Stato di Israele e alle sue azioni militari — a generare la confusione che l'autrice fittiziamente deplora.
In questo modo, la condanna delle politiche statali viene criminalizzata come odio razziale, privando la cittadinanza e gli studenti del diritto primario alla protesta politica e alla critica decoloniale.
XVIII. La criminalizzazione della solidarietà e l'isteria del disciplinamento pedagogico
Il risentimento espresso contro gli insegnanti che integrano la questione palestinese nei percorsi di formazione sul genocidio svela la volontà di imporre una vera e propria censura di Stato sulla libertà d'insegnamento e sulla ricerca accademica. Definire «propaganda anti-israeliana» o «carta bianca ideologica» la riflessione critica sull'uso dei concetti di genocidio e pulizia etnica nella contemporaneità significa esigere che la scuola e l'università si trasformino in casse di risonanza dell'allineamento geopolitico governativo.
Quando la causa palestinese diventa un simbolo di lotta globale recepito dalle comunità locali, dai movimenti territoriali e dagli studenti, ciò non avviene per un'improvvisa pulsione d'odio, ma perché la Palestina è assurta a pietra di paragone dell'ipocrisia dell'Occidente e della tenuta del diritto internazionale.
Denunciare la solidarietà diffusa come "moda" o "antisemitismo travestito" è l'ultimo rifugio di una coscienza intellettuale a disagio, incapace di giustificare di fronte alla storia l'ignavia, la complicità e il silenzio tenuto di fronte alla distruzione materiale e umana di un intero popolo.
E ALTRO ANCORA
"La polarizzazione del discorso pubblico sul conflitto israelo-palestinese ha investito anche le università europee, trasformando luoghi di elaborazione critica in spazi di adesione ideologica. Il riconoscimento dello Stato di Palestina, pur privo di una statualità effettiva, ha riattivato tensioni simboliche e geopolitiche che rischiano di legittimare entità non pluraliste e di consolidare narrazioni identitarie fondate sull'opposizione. In questo quadro, l'educazione diventa infrastruttura del conflitto: a Gaza, la pedagogia dell'odio promossa da Hamas costruisce il nemico come figura assoluta, mentre in Israele il dissenso è parte integrante del sistema educativo e universitario. Il boicottaggio accademico contro Israele, diffuso in numerosi atenei occidentali, rivela un doppio standard che ignora la pluralità interna e penalizza proprio le voci critiche. L'università, per sua natura, non può essere neutra: deve scegliere se essere spazio di elaborazione o di propaganda, di ascolto o di censura. La proposta di ridefinire l'identità palestinese in chiave generativa — non più fondata sul rifiuto dell'altro ma sulla costruzione di senso — apre una prospettiva teologica e politica che interpella anche l'Europa. Pensare contro se stessi, come suggeriva Edward Said, è oggi l'unico gesto intellettuale capace di trasformare la memoria in futuro".
Narrazioni blindate e dissenso negato:
Gaza, Israele e il ruolo critico dell'università nella costruzione della pace.
Daniela Santus | Università di Torino https://riviste.unimi.it/index.php/SED/it/article/view/30592
XIX. L'uso distorto di Said e la mistificazione dell'infrastruttura pedagogica
Il tentativo finale dell'autrice di presentare l'università israeliana come un'oasi di libero dissenso contrapposta all'«infrastruttura dell'odio» palestinese — giungendo persino a citare surrettiziamente Edward Said — costituisce il supremo paradosso retorico di questa narrazione.
Invocare la necessità di "pensare contro se stessi" per delegittimare il boicottaggio accademico significa ribaltare il pensiero dello stesso Said, il quale ha dedicato l'intera vita a denunciare proprio le strutture dell'orientalismo, la complicità delle istituzioni culturali con l'egemonia coloniale e l'asimmetria sistemica tra l'oppressore e l'oppresso.
Presentare il riconoscimento della statualità palestinese come una "tensione simbolica che legittima entità non pluraliste" e pretendere che l'identità di un popolo colonizzato si ridefinisca in chiave "generativa" — ovvero accettando la propria subordinazione per non "opporsi all'altro" — significa chiedere alla vittima di farsi carico della pace mentre ne viene cancellata l'esistenza.
Il boicottaggio accademico e le proteste negli atenei non rappresentano una "censura" o una "pedagogia dell'odio", ma l'unico esercizio di responsabilità etica e di rottura di fronte all'ignavia delle istituzioni occidentali: un gesto che non ignora la complessità, ma rifiuta di trasformare la neutralità accademica nell'alibi perfetto per la complicità con l'oppressione.
Palestina libera dal fiume al mare. La Palestina ai palestinesi. La Palestina ai tempi di Gesù. La Palestina dell'Impero Ottomano. A prima vista sembra tutto chiaro, ma il termine Palestina è tanto antico quanto ambiguo. Eppure in nome della Palestina negata ai palestinesi si occupano università, si compiono attentati, si boicottano cantanti, docenti, libri. Proviamo a chiedere aiuto alla storia.
Il nome Palaestinē compare più volte in Erodoto come toponimo geografico. Compare anche in scrittori successivi di epoca greca e romana, come Aristotele, o negli estratti di Agatharchide riportati da Fozio, ma anche Diodoro usa il termine e persino Strabone. Chi abitava, dunque, la Palestina? Non certo popolazioni arabe, né tantomeno islamiche, dal momento che l'Islam nascerà soltanto nel VII secolo dopo Cristo e dunque più di mille anni dopo Erodoto. Di fatto, quando Erodoto si riferisce alle popolazioni che vivevano in Palestina, adopera il generico termine di siriani (Surioi), anche se in uno specifico passo – unico in tutta la sua opera – afferma che vi erano delle persone "chiamate" Palaestinoi, che però "erano Surioi". In altre parole, anche Erodoto non aveva le idee completamente chiare: ciò appare evidente soprattutto nel momento in cui afferma che questi particolari siriani praticavano la circoncisione.
Anche se non possiamo sapere esattamente chi fossero queste persone definite palestinesi, il fatto che praticassero la circoncisione suggerisce che potrebbe trattarsi del popolo ebraico. D'altra parte, proprio Erodoto, nel secondo volume delle Storie, al paragrafo 104 afferma che "solo gli egiziani, i siriani che vivono in Palestina e i fenici, si circoncidono fin dall'infanzia". Pertanto questi siriani della Palestina – termine che Erodoto usa per identificare il popolo che abitava la regione meridionale del Levante, tra Fenicia ed Egitto, quindi proprio nell'area che comprendeva il regno di Giuda e Gerusalemme – erano quasi certamente gli Yehudim. Cosa ci suggerisce questo? Che per Erodoto era il popolo ebraico a vivere in una regione geografica che, per qualche oscuro motivo (non certo etnico), egli definiva Palestina.
Daniela Santus25 Maggio 2025
sul ilriformista.it
XX. Il fallimento dell'anamnesi storica e la trappola del letteralismo filologico
L'argomentazione che pretende di delegittimare l'identità palestinese contemporanea risalendo all'uso di Palaestinē in Erodoto o Strabone commette un grave errore di anacronismo metodologico e feticismo filologico. Cercare la legittimità di una comunità politica moderna nelle categorie tassonomiche di uno storiografo greco del V secolo a.C. — argomentando che gli unici "circoncisi" dell'epoca fossero gli Yehudim — significa applicare un positivismo ingenuo che ignora la natura fluida e composita dei popolamenti del Levante antico.
Un popolo non trae la propria legittimità politica o il proprio diritto all'autodeterminazione da una patente etno-religiosa rilasciata da Erodoto, né dalla corrispondenza algebrica tra un toponimo antico e una singola etnia.
Ridurre la storia della regione a un'equazione in cui l'assenza del concetto moderno di "identità arabo-islamica" nel V secolo a.C. implicherebbe l'inesistenza della continuità indigena costituisce una tesi fallace: equivale a sostenere che i francesi non abbiano diritto alla propria terra perché ai tempi di Giulio Cesare la regione era abitata dai Galli.
XXI. L'essenzialismo etnico contro la continuità della stratificazione indigena
Affermare che le popolazioni palestinesi attuali siano "esterne" alla storia antica perché l'Islam è nato nel VII secolo d.C. svela un'ideologia essenzialista che confonde l'adesione linguistico-religiosa con la cancellazione fisica delle popolazioni autoctone. L'avvento dell'arabizzazione e dell'islamizzazione nel Levante non è avvenuto per sostituzione etnica o decollo demografico dal nulla, ma attraverso un lungo e complesso processo di assimilazione culturale e conversione di popolazioni indigene preesistenti — tra cui comunità cananee, aramee, ebionite, ebraiche e cristiano-bizantine.
I palestinesi moderni sono, dal punto di vista genetico, storico e antropologico, i discendenti diretti di quella stratificazione secolare di popolazioni che hanno continuato ad abitare, coltivare e vivere la terra del Levante attraverso i secoli.
Separare la popolazione indigena dalla sua memoria storica basandosi sul dato della conversione religiosa o del cambio linguistico rappresenta l'ennesima operazione coloniale volto a de-storicizzare l'oppresso per giustificarne l'esproprio.
XXII. La storiografia come arma ideologica e l'alibi dell'ambiguità nomica
L'uso speculativo della filologia classica in questo testo non risponde a una genuina cura per la ricerca storica, ma a una precisa funzione di disciplinamento politico nel presente. Riducendo la Palestina a un "toponimo ambiguo" per squalificare le mobilitazioni universitarie, i boicottaggi e le proteste, l'autore tenta di traslare un conflitto materiale di decolonizzazione, occupazione e diritti umani sul piano astratto delle dispute nomiche antiche.
In questo modo, la drammatica realtà del presente — fatta di insediamenti illegali, privazione dei diritti civili e distruzione sistemica — viene anestetizzata da una controversia etimologica.
La storia vera non è quella usata come tribunale retroattivo per negare la soggettività dei viventi, ma quella che riconosce che nessun popolo può essere privato della propria terra e della propria dignità in nome di una contesa interpretativa sulle Storie di Erodoto.
Il testo della professoressa Daniela Santus si presenta alla gioventù universitaria come un'orazione magistrale, ammantata dal rigore cartesiano della disciplina geografica e della storiografia positiva. Tuttavia, sotto la levigata patina della retorica accademica e di un apparente richiamo alla complessità, si cela un'operazione di raffinato ...



