La scuola che accorcia le ore e allunga la vita: la rivoluzione silenziosa del “Saladino” di Palermo

08.01.2026

La storia inizia con una scelta che, detta così, sembra quasi un paradosso: abolire gli scrutini intermedi. Niente pagelle quadrimestrali, niente voti scanditi come tappe obbligate di un percorso che spesso misura più l'ansia degli adulti che la crescita dei ragazzi. I voti? Solo a giugno. Il resto dell'anno è dedicato a un'altra forma di valutazione: quella che osserva, accompagna, ascolta, corregge senza punire, orienta senza classificare. Ci sono rivoluzioni che non fanno rumore. Non incendiano piazze, non agitano bandiere, non si consumano nei talk show. A volte accadono in un corridoio di scuola, tra il suono di una campanella e il passo incerto di un bambino che entra in classe. È il caso dell'Istituto comprensivo "Saladino" di Palermo, nel cuore del CEP, un quartiere dove lo Stato non ha molte sedi fisiche, ma dove una scuola – questa scuola – ha deciso di diventare presidio, argine, "altre possibilità". 



E non è tutto. Le lezioni non durano più sessanta minuti, ma cinquanta. Dieci minuti in meno, apparentemente. Eppure, come spesso accade nelle storie ben raccontate, la verità sta nel rovescio: il tempo scuola non diminuisce, aumenta. Perché quei dieci minuti, moltiplicati per tutte le ore della giornata, diventano un patrimonio prezioso da reinvestire in attività trasversali, laboratori, momenti di decompressione, spazi di relazione. Una piccola ingegneria del tempo che produce un grande effetto: più presenza, più continuità, più benessere.

A raccontarlo è Giusto Catania, dirigente scolastico e architetto di questa trasformazione. Lo fa con la calma di chi non ha bisogno di slogan, perché ha i dati. E i dati parlano chiaro: assenze diminuite, uscite anticipate quasi azzerate, benessere percepito in crescita, dispersione scolastica portata a zero. Zero. Una cifra che, in un quartiere come il CEP, ha il peso di una dichiarazione politica, sociale, etica.

Perché qui, dove non c'è una stazione dei Carabinieri, né un ospedale, né una delegazione comunale, la scuola è davvero l'unico presidio dello Stato. E non è un'immagine retorica: è un fatto quotidiano. "Siamo impegnati in un braccio di ferro con la criminalità", spiega Catania. "Tenere i ragazzi a scuola significa sottrarli a possibili influenze delinquenziali". È una frase che non ha bisogno di enfasi: basta immaginare cosa significhi crescere in un territorio dove la strada non è solo un luogo, ma una forza magnetica.

La scuola, allora, diventa un controcampo. Un luogo dove il tempo non è un nemico da riempire, ma un alleato da modellare. Dove la valutazione non è un giudizio, ma un percorso. Dove la presenza non è un obbligo, ma una scelta che nasce dal sentirsi accolti, riconosciuti, protetti.

La vera innovazione del "Saladino", però, non sta solo nelle misure adottate – pur intelligenti, pur coraggiose. Sta nella postura culturale che le sostiene. Una postura che potremmo riassumere così: la scuola non è un tribunale, è un laboratorio di umanità. E quando la scuola si ricorda di essere questo, tutto il resto – voti, orari, scrutini – diventa strumentale, non identitario.

C'è un'immagine che riassume bene questa rivoluzione silenziosa: quella di un ragazzo che, invece di uscire prima, resta. Resta perché si sente bene. Resta perché ha trovato un luogo dove il tempo non è una condanna, ma un'occasione. Resta perché qualcuno ha pensato che dieci minuti in meno, ogni ora, potessero diventare dieci minuti in più di vita.

E forse è proprio questo il punto: non si tratta di una scuola che toglie, ma di una scuola che restituisce. Restituisce tempo, dignità, fiducia. Restituisce ai ragazzi la possibilità di crescere senza essere continuamente misurati. Restituisce al quartiere un presidio che non si limita a contenere, ma a generare futuro.

In un Paese dove spesso si discute di scuola come se fosse un problema irrisolvibile, l'esperienza del "Saladino" dimostra che le soluzioni esistono. Non sono miracolose, non sono immediate, non sono replicabili in modo meccanico. Ma sono possibili. E soprattutto sono reali.

La rivoluzione, qui, non è un atto di rottura. È un atto di cura. Una cura che passa attraverso scelte organizzative, certo, ma che nasce da una visione: la scuola come luogo di benessere, non di sopravvivenza.

E in un quartiere dove la criminalità è sempre attiva, dove lo Stato è spesso un'assenza, questa scuola ha scelto di essere una presenza piena, quotidiana, ostinata. Una presenza che non giudica, ma accompagna. Che non punisce, ma educa. Che non si limita a insegnare, ma protegge.

Forse è questo il vero miracolo del "Saladino": aver dimostrato che, quando la scuola cambia il suo modo di stare nel mondo, cambia anche il mondo che le sta intorno.


Mi piace raccontare il lungo e serio lavoro che sta facendo l'Istituto Comprensivo Giuliana Saladino, grazie al contributo fondamentale dei docenti e del personale della #scuola. Per me è un onore e un privilegio dirigere questa comunità che contribuisce, ogni giorno, a migliorare la società in cui opera. La nostra scuola è diventata bellissima: ha ambienti di apprendimento meravigliosi, laboratori efficienti, una sala cinema, teatro, palestra, campetto esterno, aula sensoriale, orto didattico, aula relax; inoltre gli investimenti sull'innovazione didattica, stanno producendo effetti significativi e risultati positivi che valuteremo bene alla fine dell'anno scolastico.

Il doppio registro di Giusto Catania: 
il preside innovatore e l'ex politico osteggiato

Il pensiero precedente — quello sulla rivoluzione silenziosa dell'Istituto "Saladino" di Palermo — restituisce un'immagine molto precisa di Giusto Catania come dirigente scolastico: un uomo che ha trasformato un contesto difficile in un laboratorio di benessere, presenza, continuità, riduzione della dispersione, innovazione didattica e presidio civile. In questa veste, Giusto Catania appare come un professionista pragmatico, capace di leggere il territorio e di intervenire con misure concrete, misurabili, condivise dal Collegio dei docenti e dal Consiglio d'Istituto.

Questa immagine — quella del presideè limpida, quasi inattaccabile. È un'immagine che parla attraverso i risultati: assenze diminuite, uscite anticipate quasi azzerate, dispersione scolastica portata a zero, benessere percepito in crescita. È un'immagine che non ha bisogno di ideologia, perché si fonda su dati, su scelte organizzative, su una visione educativa che mette al centro la cura.

Ed è proprio qui che si apre il nodo interessante: come si concilia questa figura con quella dell'ex politico osteggiato? E soprattutto: perché una persona che oggi viene riconosciuta come un dirigente efficace è stata, in passato, oggetto di una forte ostilità politica?

1. La scissione necessaria: il preside e il politico non sono la stessa figura

Il Giusto Catania "dirigente scolastico" opera in un campo dove la valutazione è concreta, quotidiana, tangibile. Le sue scelte producono effetti immediati sulla vita degli studenti, delle famiglie, del quartiere. La sua autorevolezza nasce dal fare.

Il Giusto Catania "politico", invece, apparteneva a un'arena completamente diversa: quella della rappresentanza, del conflitto, della polarizzazione. In quel contesto, non conta solo ciò che fai, ma ciò che simbolizzi. E Giusto, per molti, simboleggiava un'identità politica precisa: una sinistra radicale, ambientalista, progressista, spesso percepita come antagonista da una parte del mondo conservatore.

Non è un giudizio, intendiamoci: è una dinamica. La politica, quella con la "p" minuscola non valuta i risultati, valuta quasi sempre le appartenenze e le apparenze.

2. L'ostilità verso l'uomo politico: una questione di identità, non di merito

Molti osservatori hanno notato che figure politiche provenienti da aree di sinistra radicale o movimentista diventano spesso bersagli privilegiati della destra e dei suoi ecosistemi mediatici. Non per ciò che fanno, ma per ciò che rappresentano.

In questo senso, l'ostilità verso Giusto Catania politico può essere letta come parte di un fenomeno più ampio: la costruzione di un "nemico culturale". Un avversario ideale su cui proiettare:

  • la critica alle politiche progressiste,

  • la contestazione delle scelte urbanistiche o ambientali,

  • la resistenza a modelli di città più inclusivi o più regolati,

  • la reazione a un linguaggio politico percepito come diretto, talvolta ruvido.

E' successa, in fin dei conti, la stessa cosa a Mimmo Lucano, sindaco di Riace*. La denigrazione, diventa una scorciatoia: permette di evitare la complessità e di ridurre una persona a etichetta, da colpire e affondare. Ne parleremo alla fine..

3. Il paradosso: ciò che era osteggiato in politica diventa un valore nella scuola

Ed è qui che la storia si fa interessante.

Le stesse qualità che in politica venivano lette come "rigidità", "radicalità", "intransigenza", nel contesto scolastico diventano:

  • coerenza,

  • visione,

  • capacità di prendere decisioni difficili,

  • fermezza nel difendere i ragazzi da un territorio complesso,

  • determinazione nel trasformare un'istituzione in un presidio dello Stato.

Il quartiere CEP non è un luogo neutro. È un territorio dove la scuola è l'unico presidio statale, dove la criminalità è una presenza quotidiana, dove tenere i ragazzi dentro la scuola significa sottrarli a influenze pericolose. In un contesto così, la fermezza non è ideologia: è protezione.

E così accade qualcosa di raro: la figura pubblica che in politica veniva polarizzata, nella scuola viene riconosciuta come necessaria.

4. Mala cultura e narrazioni tossiche: il ruolo della denigrazione

La denigrazione politica — come abbiamo già sottolineato parecchie volte — è un'arte infima. Funziona perché semplifica. Funziona perché crea un "noi" e un "loro". Funziona perché permette di evitare il confronto con le idee e di concentrarsi sulle persone come casi, come dossier da seguire e analizzare.

Nel caso di Giusto Catania, la denigrazione ha avuto un effetto collaterale: ha oscurato per anni la sua competenza professionale, la sua capacità gestionale, la sua visione educativa. Solo ora, nel ruolo di preside, queste qualità emergono in modo incontestabile.

E questo dice molto non solo su di lui, ma sul nostro modo di discutere di politica: quando la mala cultura domina, la realtà viene sacrificata alla narrazione.

5. La riconciliazione delle due immagini

Oggi, osservando il lavoro al "Saladino", è possibile distinguere nettamente:

  • l'uomo politico, bersaglio di ostilità ideologica;

  • il dirigente scolastico, riconosciuto per risultati concreti.

Ma è anche possibile vedere un filo comune: la stessa energia, la stessa visione, la stessa volontà di trasformare i contesti difficili in luoghi di possibilità.

La politica lo ha polarizzato. La scuola lo ha rivelato.

E forse, in questa riconciliazione, c'è una lezione più ampia: quando si guarda alle persone senza il filtro della mala cultura, ciò che resta è la loro capacità di incidere sul mondo reale.


Il paradosso degli uomini-simbolo: Giusto Catania, Mimmo Lucano e la punizione dell'alterità

Ci sono figure che, più che essere valutate per ciò che fanno, vengono giudicate per ciò che rappresentano. È un destino antico, quasi archetipico: alcuni individui diventano schermi su cui la società proietta le proprie paure, le proprie resistenze, le proprie battaglie identitarie. Giusto Catania e Mimmo Lucano appartengono — per ragioni diverse — a questa categoria.

Non perché siano identici. Non perché abbiano percorso le stesse strade. Ma perché hanno incarnato, ciascuno a suo modo, un'idea di sinistra che non si limita a dichiararsi, ma si esercita nella realtà. Ed è proprio questo, spesso, a generare ostilità.

1. L'idea che disturba: la sinistra come pratica, non come etichetta

Giusto Catania, nel suo ruolo politico, ha rappresentato una sinistra urbana, radicale, ambientalista, conflittuale. Mimmo Lucano, nel suo ruolo di sindaco, ha incarnato una sinistra comunitaria, accogliente, mutualistica, fondata sulla prossimità.

Due modelli diversi, ma accomunati da un tratto: persone che non si limitano a parlare di valori, li mettono in atto.


Giusto Catania
Giusto Catania

E quando un'idea politica diventa pratica quotidiana, quando smette di essere un discorso astratto e si traduce in scelte concrete, allora diventa più facile da attaccare. Perché non è più un concetto: è un corpo, un volto, un'azione.

2. La reazione: quando l'innovazione sociale diventa minaccia simbolica

Il caso di Lucano è emblematico: il "modello Riace" non era solo un progetto amministrativo, ma un simbolo culturale. Un simbolo che, per alcuni, rappresentava un'idea di società alternativa, inclusiva, non fondata sulla paura. E proprio per questo è diventato un bersaglio.

Giusto Catania, in modo diverso, ha vissuto una dinamica simile: non veniva contestato solo per le sue scelte politiche, ma per ciò che quelle scelte rappresentavano in un immaginario polarizzato. La sua figura diventava un contenitore di proiezioni: per alcuni, un amministratore coerente; per altri, un antagonista ideologico.

In entrambi i casi, la persona veniva assorbita dal simbolo.

«Nel Paese di Giorgia Meloni bisogna sempre premiare il merito, soprattutto nella scuola, a meno che tu non sia di sinistra. Improvvisamente e senza alcuna motivazione, l'Ufficio scolastico regionale per la Sicilia ha revocato la mia nomina a dirigente scolastico del Liceo Umberto I». Le parole di Giusto Catania — «Nel Paese di Giorgia Meloni bisogna sempre premiare il merito, soprattutto nella scuola, a meno che tu non sia di sinistra» — non sono solo lo sfogo di un professionista che vede sfumare un incarico. Sono la punta di un iceberg culturale che riguarda il modo in cui il potere interpreta, seleziona e legittima le figure pubbliche. La revoca improvvisa della nomina — in quella fase — a dirigente scolastico del Liceo Umberto I, senza motivazioni formali, non è stato un semplice atto amministrativo: è stato un gesto che ha prodotto un'eco simbolica. Perché ha toccato un nervo scoperto: il confine ambiguo tra merito e appartenenza politica.

Giusto Catania non è solo un ex assessore. È un dirigente scolastico con un curriculum solido, un professionista che ha ottenuto risultati tangibili in un contesto complesso come il quartiere CEP. Eppure, nel momento in cui il suo nome entrava in un liceo prestigioso, la sua storia politica sembrava improvvisamente pesare più delle sue competenze.

È qui che si apre una questione culturale che vogliamo per l'ennesima volta approfondire: quando il merito diventa un valore condizionato dall'identità politica, smette di essere merito e diventa strumento di selezione ideologica

3. La mala cultura della denigrazione: il meccanismo che trasforma il dissenso in delegittimazione

Qui entra in gioco ciò che noi chiamiamo "mala cultura" alla stregua della "mala politica": la tendenza a sostituire l'analisi con la denigrazione, il confronto con l'attacco personale, la complessità con la caricatura.

È un meccanismo che funziona così:

  • si prende una figura pubblica che incarna un'idea scomoda;

  • la si riduce a un'etichetta ("radicale", "buonista", "maleducato", "pericoloso");

  • si sposta il discorso dal merito alle intenzioni;

  • si costruisce un racconto che non mira a discutere, ma a delegittimare.

Lucano e Catania, diventano capri espiatori da "dossierare" e ridicolizzare; in modi diversi, sono stati oggetto di questo processo. Non perché fossero perfetti — nessuno lo è — ma perché erano funzionali a una narrazione che aveva bisogno di un antagonista.

4. Il paradosso della doppia vita pubblica

Ed ecco il punto più interessante: quando si sposta lo sguardo dal piano politico a quello umano o professionale, emergono altre immagini. Giusto Catania preside è riconosciuto per risultati concreti: riduzione della dispersione, aumento del benessere, innovazione didattica. Lucano sindaco è stato riconosciuto, anche a livello internazionale, per un modello di accoglienza che ha rigenerato un paese spopolato.

È come se la società fosse capace di vedere il valore delle loro azioni solo quando non sono più immerse nel conflitto politico. Quando il simbolo si attenua, riemerge la persona.

5. Il nodo filosofico: la punizione dell'alterità

Il parallelo, allora, non è biografico. È filosofico.

Entrambi hanno incarnato un'idea di alterità:

  • un modo diverso di fare scuola, nel caso di Giusto Catania;

  • un modo diverso di fare comunità, nel caso di Mimmo Lucano.

E l'alterità, in una società attraversata da paure identitarie, viene spesso punita. Non perché sia sbagliata, ma perché è destabilizzante.

La filosofia politica ci insegna che ogni comunità costruisce i propri confini attraverso figure-simbolo: chi li supera, chi li mette in discussione, chi propone un modello alternativo, diventa automaticamente un corpo estraneo.

E il corpo estraneo, per definizione, viene attaccato.

6. Il destino degli innovatori imperfetti

Il parallelo tra Catania e Lucano non riguarda la politica in senso stretto, ma il modo in cui la società reagisce a chi prova a cambiare qualcosa. Sono figure che dividono perché non si limitano a gestire: trasformano. E chi trasforma, inevitabilmente, disturba.

La storia — non la cronaca — spesso restituisce dignità a queste figure. Perché, col tempo, il rumore della denigrazione si spegne, e resta ciò che hanno fatto, l'esempio delle "buone pratiche" e degli inestimabili intendimenti. E ciò che hanno fatto, nel bene e nel male, è stato tentare di immaginare un mondo un po' diverso dalla cloaca di certe organizzazioni.


Sulla mala cultura e l'arte povera della denigrazione

C'è un tratto ricorrente nella vita pubblica italiana, un riflesso quasi pavloviano: la tendenza a trasformare il dissenso in disprezzo, la critica in insulto, la discussione in demolizione personale. È un fenomeno che non riguarda solo la politica, ma la cultura nel suo senso più ampio: il modo in cui una comunità decide di parlare di sé, dei suoi conflitti, dei suoi protagonisti.

La mala cultura nasce proprio qui: nella rinuncia alla complessità. È la cultura che non argomenta, ma etichetta; che non analizza, ma riduce; che non si misura con le idee, ma con le caricature delle idee. È una forma di pigrizia intellettuale che si traveste da coraggio, una scorciatoia che permette di evitare la fatica del confronto.

La denigrazione, in questo contesto, diventa un'arte povera: un gesto rapido, economico, immediatamente spendibile. Funziona perché semplifica. Funziona perché crea un "noi" e un "loro" senza bisogno di spiegazioni. Funziona perché offre al pubblico un nemico pronto all'uso, un volto su cui proiettare frustrazioni, paure, rancori.

E così, invece di discutere di scelte amministrative, si discute di caratteri. Invece di analizzare politiche, si giudicano toni. Invece di valutare risultati, si costruiscono narrazioni tossiche. La persona diventa il bersaglio, non ciò che fa o ciò che rappresenta. È un meccanismo antico, ma oggi amplificato da un ecosistema mediatico che vive di polarizzazione e di velocità.

La mala cultura non è solo un problema etico: è un problema civile. Perché quando la denigrazione diventa la lingua franca del dibattito pubblico, la democrazia si impoverisce. Le idee si appiattiscono. Le alternative si riducono. Le persone smettono di ascoltarsi e iniziano a urlarsi addosso.

Eppure, basterebbe poco per invertire la rotta: recuperare il gusto della complessità, la pazienza dell'argomentazione, la dignità del confronto. Ricordare che criticare non significa distruggere, e che dissentire non implica disumanizzare.

La mala cultura prospera dove la comunità rinuncia alla profondità. La denigrazione prospera dove la parola perde la sua responsabilità. E ogni volta che accettiamo una narrazione costruita per umiliare invece che per capire, contribuiamo — anche senza volerlo — a un clima che ci rende tutti più poveri.

Abel Gropius



Perché uccidere l'accademismo? Perché è il culto della forma morta. È il gesto ripetuto senza necessità, il perfezionismo che soffoca la visione, la replica del già detto. Non è sapere, ma la sua mummia. Non è ricerca, ma conservazione. L'accademismo è il rituale che ha perso il fuoco, il linguaggio che non vibra, la verità che non inquieta....

Nel panorama della fotografia contemporanea, pochi artisti hanno saputo ridefinire con tanta radicalità il rapporto tra corpo, immagine e desiderio quanto Viviane Sassen. Da oltre trent'anni, l'artista olandese attraversa con una naturalezza quasi disarmante territori che molti considerano inconciliabili: moda e arte, documento e astrazione,...