
La perfetta letizia e l'abisso della vendetta: dalla violenza alla guerra infinita
INTERSECTION | SCRITTO DA ABEL GROPIUS
L'undici settembre duemilaeuno non ha inaugurato un secolo nuovo, ma ha spalancato le porte a un'infernale riedizione di quella che René Girard ne La violenza e il sacro definiva la simmetria mimetica del male. Il crollo delle Torri Gemelle è assurto a cesura cosmica, ma l'illusione che ne è seguita — la convinzione metafisica che un atto di contromisura titanico potesse sigillare la ferita e restaurare l'ordine — ha rivelato la cecità intrinseca di ogni risposta bellica. L'ideologia del potere tende spontaneamente a concepire la storia come una sequenza di segmenti chiusi, in cui una punizione adeguata possa porre la parola «fine» a un bilancio di sangue. Ma la violenza non risponde alla geometria Euclidea del punto fermo; essa appartiene piuttosto alla fluidità corrosiva dell'idra di Eracle. Chi ordina un attacco, chi sgancia una bomba o chi fa esplodere il proprio corpo nella convinzione di chiudere un conto secolare, sta in verità tracciando soltanto il primo tratto di una nuova, immensa spirale di devastazione.

Il contagio invisibile: la migrazione della colpa
La tragedia fondamentale della violenza, quella che la retorica dei palazzi di potere e il cinismo dei teorici della "guerra giusta" cercano perennemente di dissimulare, risiede nella sua sconcertante capacità di trasmigrazione. Come Hannah Arendt insegnava ne Sulla violenza, il potere e la violenza sono opposti: dove l'uno langue, l'altra insorge con ferocia cieca. La violenza non rimane mai circoscritta al luogo geografico o all'istante temporale in cui viene scagliata. Essa possiede la natura di un vapore velenoso che impregna il suolo, contamina le istituzioni e abita la psiche delle generazioni future. Non vi è muro, barriera tecnologica o dottrina strategica in grado di contenere l'onda d'urto morale di una ferita inflitta: ciò che nasce sul campo di battaglia rinasce domani nell'odio di un orfano, nella radicalizzazione di un margine o nel risentimento di una nazione umiliata.
L'armatura dell'innocenza: la fenomenologia del vendicatore
Quando un pilota sfreccia nei cieli pretendendo di muovere le sue leve in nome delle vittime di Gaza, o quando un miliziano giustifica la propria barbarie evocando decenni di occupazione e macerie, assistiamo a un drammatico cortocircuito ontologico. La sofferenza, sia essa vissuta sulla propria pelle o assimilata per via d'empatia comunitaria, subisce una metamorfosi alchemica regressiva: il dolore si converte in diritto al male. Agli occhi di chi preme il grilletto, l'azione non viene mai registrata come un sopruso, bensì come un atto di ripristino dell'ordine cosmico, un'opera di doverosa giustizia. Il carnefice si veste dei panni sacri della vittima, e in questa trasfigurazione interiore risiede la radice profonda dell'inconciliabilità: l'aggressore scompare, inghiottito dall'auto-narrazione dell'offeso.
La specularità del terrore e la trappola della paranoia
Dall'altro lato della linea di fuoco, l'atto compiuto in nome della rivalsa non viene mai letto come l'espiazione di una colpa passata, ma unicamente come la conferma irrefutabile dell'essenza malvagia del nemico. Il gesto violentissimo viene interpretato come prova ontologica della minaccia incombente, legittimando all'istante l'ascesa di nuove strutture di sicurezza, l'inasprimento della repressione, la sospensione delle garanzie democratiche e la costruzione di ulteriori barriere di odio. È la dialettica della paranoia sistemica: ogni colpo serve da dimostrazione empirica per sostenere la tesi dell'inevitabilità della forza. In questa danza macabra, la paura dell'altro cessa di essere un'emozione per farsi architettura di stato, alimentando un sistema di feedback positivo in cui il sospetto genera la barbarie e la barbarie giustifica la prosecuzione del sospetto.
La vertigine del centro: l'auto-centramento dell'offeso
Il vortice bellico trova la sua forza motrice nell'asimmetria delle percezioni temporali e morali. Ogni attore coinvolto nel conflitto colloca il punto zero della storia nell'istante esatto in cui ha subito l'ultima offesa. La memoria collettiva dei popoli in guerra funziona come un prisma selettivo: cancella le proprie aggressioni e magnifica la propria sofferenza, trasformando ogni risposta in un atto primordiale di legittima difesa. L'assenza di un punto di vista o di uno sguardo esterno condiviso trasforma la storia in un palcoscenico popolato esclusivamente da vittime riluttanti costrette alle armi. È la vertigine dell'egoismo patologico della nazione o della fazione: sentirsi perennemente l'ultimo offeso e mai, in alcun caso, il primo aggressore.

Il demone del bene: l'escatologia della guerra giusta
L'esame spietato delle cronache umane rivela una verità quasi insopportabile: i più grandi abissi di barbarie non sono stati spalancati da uomini che si percepivano come malvagi, ma da individui intimamente convinti di essere gli esecutori di un bene superiore. Come ipotizzava Simone Weil nelle sue riflessioni sull'Iliade o il poema della forza, la forza, pietrifica chi la subisce, ma acceca fatalmente chi la esercita. Il terrorista si percepisce come l'ultimo baluardo della resistenza degli oppressi; il comandante dell'aviazione si consolida nell'immagine del protettore della civiltà; il fanatico religioso si vede come il braccio armato di una giustizia divina. Nessun attore storico della devastazione si riconosce nella sagoma del "cattivo". In questa convergenza di rettitudini immaginarie, il male reale si moltiplica esponenzialmente, travestito da imperativo etico.
L'ipoteca del sangue: la trasmissione del debito mitico
La violenza opera secondo le leggi di un debito ereditario immanente e perverso, un saldo di sangue che passa di padre in figlio senza mai estinguersi. Chi viene devastato dal lutto non riceve soltanto un vuoto incolmabile, ma eredita una sottile, tremenda tentazione: trasferire quel vuoto nell'esistenza dell'altro. E nell'atto della restituzione, per un calcolo tragico della mente umana, la risposta tende inevitabilmente al raddoppio. Al danno materiale primario si addiziona la carica emotiva della memoria dell'offesa, la sofferenza accumulata nell'attesa, la sacralità della memoria dei propri morti. La vendetta non restituisce mai la misura ricevuta: essa applica un tasso d'interesse usurario che rende la contro-risposta del rivale non solo probabile, ma storicamente ineluttabile.
La persistenza del fantasma: la memoria dell'odio
Se le guerre più devastanti della storia contemporanea riescono a sopravvivere al logoramento materiale, alla distruzione delle infrastrutture e all'esaurimento delle risorse economiche, ciò accade perché il loro vero carburante non è l'odio estemporaneo, ma la costruzione culturale della memoria dell'odio. L'odio contingente è una passione fiammeggiante ma caduca, destinata a spegnersi con la stanchezza dei corpi. La memoria dell'odio, al contrario, è un'istituzione fredda, coltivata nei libri di testo, alimentata dalla propaganda, cristallizzata nei monumenti e tramandata nelle nenie della buonanotte. Essa stacca il conflitto dalla contingenza del presente per proiettarlo in una dimensione a-storica, dove il nemico di oggi è sovrapponibile al nemico di un secolo fa, garantendo la perpetuazione della carneficina al di là di ogni razionale calcolo strategico.
Il miraggio della catarsi: il fallimento ontologico della vendetta
La vendetta seduce la mente ferita con una promessa che sconfina nell'illusione ottica: la riconquista dell'integrità perduta, la chiusura definitiva del dolore. Il vendicatore immagina che il momento in cui la palla di cannone colpirà la casa dell'avversario o il corpo del nemico cadrà a terra, il peso soffocante che gli opprime il petto svanirà d'incanto. Tuttavia, l'esperienza storica ed esistenziale dimostra la falsità di questa promessa. La morte del nemico non restituisce la vita allo scomparso; la distruzione della città rivale non ricostruisce le pareti della propria casa; la sofferenza altrui non lenisce la piaga interiore. Compiuta l'azione, il vendicatore non trova la pace, ma si scopre circondato da un deserto ancora più vasto, con un nuovo capitolo di colpa da registrare nell'inventario universale delle sventure.
La follia di Assisi: la sovversione della pace
In questo scenario di eterna reciprocità della colpa, la figura di Francesco d'Assisi emerge non come una pia consolazione poetica, ma come l'unica radicale rottura epistemologica della storia occidentale. Quando il Poverello indica nella perfetta letizia la capacità di sopportare l'ingiuria, la percosse e la reazione senza cedere al risentimento, non sta proponendo un'innocua rassegnazione, ma sta decodificando il corto circuito della violenza. Nella Leggenda maggiore, così come negli incontri con il Sultano a Damietta nel bel mezzo delle Crociate, San Francesco intuisce che la pace vera non si fonda sulla vittoria militare né sull'equilibrio del terrore. Essa richiede un atto di apparente follia: interrompere la catena del credito e del debito, rinunciando ad avere l'ultima parola nel linguaggio della forza.
L'ingiustizia apparente e lo strappo del ciclo
La pace, guardata con le lenti del realismo politico o della giustizia retributiva, appare inevitabilmente scandalosa e perfino "ingiusta" nel breve periodo. Essa si frappone tra la ferita e la rivincita, impedendo che i conti vengano "pareggiati" secondo la logica del contrappasso. Esigere la pace significa chiedere a chi ha subito il male di congelare la propria pretesa di rivalsa, lasciando insoddisfatta quella sete di pareggio che la mente umana scambia per giustizia. Eppure, la pace è l'unica forza capace di spezzare il vortice esattamente perché accetta di assumere su di sé il peso dell'incompiutezza. Non si tratta di un'amnesia codarda o dell'oblio del male subito, ma dell'atto supremamente libero e deliberato di rifiutarsi di essere il vettore attraverso cui quel male si riproduce nel mondo.
La struttura del mito: narrazioni morali come macchine da guerra
La violenza trae la sua inesauribile forza di autocombustione da una struttura discorsiva rigida: ogni colpo inflitto viene avvolto da una narrazione morale impresentabile che prepara e giustifica il colpo successivo. Non esiste bomba che cade che non sia preceduta da un sillogismo etico; non esiste attentato che non sia schermato da una narrazione di riscatto. Queste narrazioni morali funzionano come sistemi operativi della guerra, capaci di disattivare l'empatia naturale verso il simile e di trasformare l'altro in una mera categoria simbolica da abbattere. Finché una comunità costruisce la propria identità collettiva attorno al dogma "abbiamo il diritto inalienabile di vendicarci", essa sta gettando le fondamenta grammaticali per la distruzione della comunità avversaria, la quale risponderà formulando un assioma perfettamente speculare.
L'equivalenza delle ragioni e il fallimento dell'umano
Ci troviamo così di fronte al paradosso supremo dei conflitti contemporanei: la coesistenza di due verità parziali, chiuse e autoreferenziali. Quando la comunità A ha storicamente e moralmente ragione dal proprio punto di vista interno, e la comunità B ha altrettanto storicamente e moralmente ragione dal suo punto di vista, ci troviamo in presenza di una tragedia sofoclea in cui il diritto lotta contro il diritto. Ma è precisamente nell'istante in cui entrambe le parti si rifugiano nell'assoluto della propria ragione etnica, religiosa o geopolitica, che si consuma la sconfitta totale della prospettiva umana. L'ipertrofia delle singole ragioni particolari produce la morte della ragione comune, riducendo la convivenza ad una mera attesa della prossima esplosione.
Oltre il tragico: la lezione di Camus e la scure dell'odio
In L'uomo in rivolta, Albert Camus ricordava che rivolgersi alla violenza per combattere un'ingiustizia significa spesso sostituire un'oppressione con un'altra, cadendo nella trappola del nichilismo. La vera rivoluzione etica non consiste nel rovesciare il rapporto di forza per diventare i padroni di domani, ma nel rifiutare la logica stessa della dominazione. Quando ci si convince che la complessità dell'esistenza possa essere risolta attraverso il taglio netto della spada, si dimentica che quella scure recidendo il nodo recide anche le arterie della nostra stessa umanità. Il vortice continua a girare non perché manchino le armi o le strategie, ma perché scarseggia il coraggio metafisico di disarmare la propria narrazione, di guardare il nemico e scorgervi non l'incarnazione del male, ma lo specchio della nostra medesima vulnerabilità.
Il varco stretto: la scelta tra la memoria e il futuro
Dalle rovine di Manhattan ai cieli infuocati del Medio Oriente, passando per le periferie insanguinate di ogni latitudine, la lezione della storia rimane ostinatamente inascoltata. La violenza non è uno strumento neutrale che possa essere piegato a fini nobili: è una forma che plasma chiunque la impugni, costringendolo a riprodurre le medesime strutture di sopraffazione che intendeva abbattere. Per uscire dall'abisso non serve un ennesimo trattato di geopolitica basato sulla dissuasione, ma una convergenza spirituale ed esistenziale: la comprensione che la memoria, se usata come un'arma di rivendicazione infinita, è una condanna a morte per chi viene dopo. Spezzare il vortice richiede di accettare il rischio della pace, la scandalosa generosità del perdonare l'imperdonabile, per permettere al futuro di non essere soltanto la spaventosa e amplificata replica del passato.




