
La miseria della purezza: sulla conversione del discorso pubblico in teatro dell’anima
Prima ancora di tracciare le premesse di metodo, si impone una considerazione fondamentale che precede e fonda l'intero nostro ragionamento: il riconoscimento del valore inestimabile del dubbio e della complessità come presidi di libertà intellettuale. Muoversi nell'arena del discorso pubblico senza la pretesa di possedere soluzioni definitive o verità rivelate non costituisce una debolezza, bensì l'unico presupposto onesto per qualsiasi genuino esercizio del pensiero. Questo testo nasce, in ultima analisi, dal profondo rispetto per la complessità della realtà e dal rifiuto delle riduzioni ideologiche: non desideriamo contrapporre una dottrina a un'altra, né erigere un nuovo tribunale concettuale, ma offrire semplicemente uno spazio di riflessione condivisa, dove la parola possa ritrovare la sua funzione nativa di strumento d'indagine, di dialogo sereno e di comprensione profonda delle dinamiche che attraversano e plasmano la nostra società contemporanea.

PREAMBOLO
Prima di addentrarci nell'architettura di questo saggio, si rende necessario un preambolo che chiarisca fin da subito l'orizzonte e l'attitudine metodologica del nostro ragionamento: non vi è in queste pagine alcuna pretesa pedagogica, alcun afflato cattedratico né tantomeno il desiderio di salire in cattedra per impartire lezioni di morale o giudicare la condotta, le intenzioni e la legittima libertà espressiva di chiunque scriva o intervenga nel dibattito pubblico. La facoltà di esprimere la propria visione del mondo, anche nelle sue forme più accorate o puramente ideali, resta un principio inalienabile che non si intende in alcun modo sindacare o limitare. L'intento che muove questa disamina è di natura squisitamente analitica e fenomenologica: ci proponiamo unicamente di osservare, con la dovuta distanza critica e alla luce delle dinamiche sociologiche e comunicative del nostro tempo, in che misura questo specifico registro comunicativo — unitamente alle reazioni speculari e polarizzate che esso genera nelle sezioni commenti — incida concretamente sui processi decisionali e sulla reale perseguibilità delle soluzioni storiche, politiche e diplomatiche necessarie ad affrontare le tragedie del nostro presente.
In un celebre passo de La società dello spettacolo, Guy Debord osservava come la separazione generalizzata dal reale non si limiti alla mera contemplazione passiva dell'immagine, ma produca una trasmutazione ontologica dell'agire umano: ciò che un tempo era vissuto direttamente, si allontana ormai in una rappresentazione. Il testo che si sottopone al nostro vaglio, muovendo dall'analisi del fenomeno comunicativo incarnato dai manifesti digitali di Lavinia Marchetti (qui un esempio), si inserisce rigorosamente all'interno di questa vertigine contemporanea. L'analisi proposta non si esaurisce nella cronaca di un malcostume stilistico o nella deplorazione di un costume di rete; essa tocca, al contrario, la radice stessa del collasso della sfera pubblica. Ci troviamo di fronte all'illustrazione plastica di come il dibattito sui grandi drammi della storia contemporanea sia stato sistematicamente espropriato della sua dimensione prassica per venire riconvertito in una liturgia dell'autosufficienza etica.
Se riprendiamo la lezione di Hannah Arendt nel Vita activa, la politica nasce e sussiste nello spazio intermedio — l'in-between — che unisce e separa gli uomini nella loro irriducibile pluralità. La politica è, per sua essenza, l'ambito del discorso volto all'azione, alla decisione comune e alla trasformazione del mondo materiale attraverso la persuasione e il compromesso istituzionale. Quando l'enunciato rinuncia a questa vocazione trasformativa per farsi puramente rivelativo, esso compie un passo indietro verso una dimensione mitologica e pre-politica. Il post morale non chiede al cittadino di soppesare le conseguenze di una strategia o di assumersi il rischio del giudizio politico; gli richiede al contrario un'adesione fideistica, trasformando lo spazio pubblico da luogo di deliberazione a tribunalizio della coscienza privata.
È qui che si consuma la mutazione strutturale paventata da Jürgen Habermas nella sua diagnosi sulla degradazione della sfera pubblica. La modernità aveva fondato la speranza democratica sull'agire comunicativo, ossia su un'arena in cui le pretese di validità venissero vagliate secondo il vaglio della ragione argomentativa e della ricerca della verità condivisibile. L'ecosistema algoritmico odierno cancella questa struttura procedurale e la sostituisce con una dinamica puramente performativa. Il testo identitario non cerca il consenso ponderato, ma l'evocazione dello spettro del bene e del male; non sollecita la facoltà di giudicare — intesa nell'accezione kantiana come capacità di pensare mettendo il proprio pensiero al posto di quello di ogni altro —, ma impone la tirannia del posizionamento immediato.
Occorre ritornare all'insegnamento di Max Weber ne La politica come professione per comprendere l'incompatibilità radicale tra la postura dell'indignato professionista e l'etica della responsabilità. Weber distingueva nettamente l'etica della convinzione (Gesinnungsethik) dall'etica della responsabilità (Verantwortungsethik). Chi agisce secondo la prima si preoccupa esclusivamente di mantenere intatta la fiamma della propria purezza d'intenzione, lasciando al mondo o alla Provvidenza il carico delle conseguenze; chi agisce secondo la seconda risponde delle conseguenze prevedibili delle proprie azioni ed è disposto a contaminarsi con la ruvidezza dei mezzi istituzionali, diplomatici ed economici. L'economia dell'indignazione algoritmica è la massima ipertrofia dell'etica della convinzione disancorata da qualsiasi responsabilità storica.
Il paradosso messo in luce dalla riflessione in esame risiede nell'effetto reattivo che tale scrittura produce sul pubblico. Poiché l'enunciato originale si presenta come una diagnosi sulla salute morale del lettore, qualsiasi obiezione o distinguo viene ipso facto rubricato come un difetto di natura etica, una resistenza colpevole o una complicità con il male. Come notava René Girard nei suoi studi sul capro espiatorio e sul desiderio mimetico, la dinamica della rivalità non fa che esacerbare la somiglianza tra i contendenti.
Nelle selve di commenti relativi ai post si assiste così a una simmetrica specularità: gli accusatori e gli accusati utilizzano i medesimi dispositivi di demonizzazione dell'altro, dando vita a una spirale di violenza verbale che compensa l'impotenza materiale con l'assolutezza del tono.
In questo senso, i drammi geopolitici della contemporaneità — sia che si tratti delle macerie di Gaza, del sangue dell'Ucraina o delle rotte migratorie — cessano di essere eventi storici dotati di cause materiali, contingenze e attori concreti. Essi subiscono un processo di smaterializzazione e divengono meri "schermi di proiezione", per usare un termine caro al lessico psicoanalitico. L'evento tragico viene svuotato della sua specificità e ridotto a sostanza reagente per saggiare la temperatura morale dell'Occidente iper-connesso. La tragedia altrui diventa l'occasione narcisistica per la messa in scena del sé, in una forma di parassitismo esistenziale in cui la sofferenza lontana viene consumata come carburante per il proprio fabbisogno di riconoscimento identitario.
Siamo dinanzi a ciò che Byung-Chul Han definisce opportunamente psicopolitica nella società dell'informazione. A differenza della biopolitica foucaultiana, che agiva sui corpi e sui comportamenti produttivi, la psicopolitica algoritmica governa attraverso la sollecitazione costante degli affetti. L'algoritmo non è neutrale: esso premia l'emozione primaria, l'indignazione, il risentimento e la polarizzazione poiché sono questi i vettori capaci di massimizzare il tempo di permanenza e l'interazione sulla piattaforma. La complessità, il dubbio, la disamina storiografica o la prudenza diplomatica sono, dal punto di vista dell'economia dell'attenzione, residui inefficienti che rallentano il flusso e riducono l'ingaggio. La struttura tecnica della rete seleziona e promuove dunque la figura del profeta morale a scapito di quella dell'analista critico.
Il dramma conoscitivo che ne deriva è imponente: la totale assenza di incremento di consapevolezza al termine del ciclo comunicativo. Se, come insegnava Baruch Spinoza nel Trattato politico, il compito supremo della ragione dinanzi alle passioni umane è quello di non ridere.., non lugere, neque detestari, sed intelligere (non ridere, non piangere, né detestare, ma comprendere), la retorica dell'indignazione opera nella direzione diametralmente opposta. Essa vieta l'intelligenza dei fatti, sostituendovi l'obbligo del sentimento coatto.
La conseguenza è che, dopo centinaia di interventi e fiumi di inchiostro digitale, la massa dei partecipanti rimane esattamente nello stato di ignoranza causale in cui si trovava, ma con un carico supplementare di certezza dogmatica.

La figura dell'intellettuale o dell'influenza morale che si presta a questo meccanismo tradisce la funzione storica che fu di figure come Emile Zola o Jean-Paul Sartre, pur scimmiottandone le forme. Se il J'accuse...! di Zola si fondava su fatti precisi, perizie tecniche, nomi di generali e denunce di illegalità procedurali volte a sovvertire una sentenza giudiziaria concreta, l'impiego contemporaneo della denuncia si è depurato di ogni riferimento empirico. La condanna non mira più a sovvertire un errore giudiziario o a fermare una decisione governativa, ma a stabilire la superiorità etica dell'oratore sopra un pubblico ritenuto moralmente sordo o ipocrita. È la transizione dall'impegno civico alla performance contemplativa.
UNA RIFLESSIONE
Questa dinamica produce altresì ciò che Michel Foucault chiamerebbe una peculiare "tecnologia del sé" basata sulla purificazione verbalizzata. In una società largamente desacralizzata e priva di rituali tradizionali di assoluzione, il post pubblico funge da confessionale secolare. Dichiarare la propria costernazione, allinearsi al lessico della disumanizzazione denunciata o marcare la distanza dai presunti "indifferenti" diventa la forma moderna con cui l'individuo atomizzato della tarda modernità dimostra a sé stesso e agli altri la propria redenzione spirituale. È un'operazione di cosmesi dell'anima che lascia intatto il mondo esteriore per rassicurare l'interno.
Si delinea così la natura profondamente reazionaria di questa forma di discorso. Dietro l'apparenza di un linguaggio sovversivo, radicale e intransigente, la retorica dell'indignazione svolge una funzione obiettivamente conservatrice. Neutralizzando la spinta all'azione concreta e canalizzando l'energia politica verso l'inutile contesa sulla superiorità etica dei singoli, essa protegge lo status quo da qualsiasi critica sistemica o da iniziative reali di pressione organizzata. I centri di potere reale — gli apparati statali, gli stati maggiori, le industrie degli armamenti e i tavoli della diplomazia — rimangono del tutto inaccessibili e inalterati da questa tempesta in un bicchiere di reazioni digitali.
Non si tratta, evidentemente, di esaltare un freddo e cinico tecnocrate contrapposto alla sensibilità morale, né di negare la legittimità della passione etica di fronte alla sofferenza umana. La questione è tipicamente kantiana e attiene ai limiti e alle condizioni di possibilità del discorso. La passione etica è la risorsa d'innesco della giustizia, ma non può sostituirne la struttura architettonica. Quando la moralità cessa di essere il motore segreto del rigore concettuale e della decisione strategica per farsi essa stessa l'unico contenuto dell'enunciato, essa degenera in moralismo: cioè in una parodia della morale che vive del disprezzo dell'altro e della contemplazione di sé.
Ne consegue che il pubblico partecipante a tali disfide si ritrova vittima di un'illusione ottica di massa. La sensazione gratificante di aver "preso posizione", di aver espresso una "verità scomoda" o di aver "reso testimonianza" appaga il bisogno primario di efficacia esistenziale, occultando la completa irrilevanza causale dell'atto compiuto. Si crea così una frattura insanabile tra la percezione soggettiva del proprio impegno politico e il suo impatto oggettivo sulla realtà storica: un fenomeno di vera e propria alienazione in cui la quantità di passione investita è inversamente proporzionale all'effetto prodotto.
L'analisi da cui siamo mossi ha dunque il merito indiscutibile di spostare il focus dalla singola personalità d'autore — in questo caso Lavinia Marchetti — alla struttura oggettiva della forma-discorso. Attribuire la responsabilità della degenerazione del dibattito alla malafede o al narcisismo del singolo autore sarebbe cadere nella medesima trappola personalistica ed eticizzante che si intende criticare. I singoli attori non sono che i sintomi o, al più, i catalizzatori funzionali di un'infrastruttura tecnologica e culturale che esige quel tipo specifico di prestazione retorica per poter funzionare e riprodursi.
Uscire da questo vicolo cieco richiede un rigoroso esercizio di demistificazione e di disciplina intellettuale. Occorre riabilitare il valore della pazienza analitica, del rispetto per la complessità causale e della consapevolezza dei limiti di ciascun mezzo di espressione.
Significa accettare che la risoluzione dei conflitti storici e la riduzione della sofferenza umana passano per la stretta via delle istituzioni, delle mediazioni imperfette, delle analisi empiriche e delle azioni organizzate, e mai per la scorciatoia della proclamazione identitaria. Finché cederemo alla seduzione della purezza e al conforto dell'indignazione da tastiera, continueremo ad alimentare l'algoritmo del risentimento, lasciando la storia reale in balia delle sue tragedie indagate, ma mai scalfite.

Prima ancora di tracciare le premesse di metodo, si impone una considerazione fondamentale che precede e fonda l'intero nostro ragionamento: il riconoscimento del valore inestimabile del dubbio e della complessità come presidi di libertà intellettuale. Muoversi nell'arena del discorso pubblico senza la pretesa di possedere soluzioni definitive o...
INTERSECTION | SCRITTO DA ODRIS MONTEBELLUNO
L’anatomia del limite poroso: dialettica dell’omicidio rituale nell'età della sotto-umanità gestita
Prima ancora di articolare il giudizio politico, la condanna morale o il rigore dell'analisi, occorre sostare in silenzio di fronte all'orrore nudo della carne offesa. C'è una sacralità inviolabile in ogni singola vita umana che precede qualunque narrazione, qualunque dottrina e qualunque confetto ideologico. Quando la violenza abbatte degli...



