L’uomo che si abitua all’orrore: anatomia di un secolo che ha smarrito la coscienza

28.01.2026


C'è un tratto oscuro, quasi carsico, che attraversa questo nuovo millennio come una corrente sotterranea che nessuno vuole davvero nominare: la capacità dell'essere umano di abituarsi a tutto, anche all'indicibile, anche a ciò che un tempo avrebbe generato rivolta, indignazione, sollevazione morale. È come se il XXI secolo, inaugurato sotto il segno del trauma globale e proseguito con una sequenza ininterrotta di catastrofi politiche, sociali e umanitarie, avesse lentamente anestetizzato la coscienza collettiva, trasformando l'orrore in routine, la tragedia in sfondo, la violenza in rumore bianco. 



La devastazione di Gaza, con il suo carico di sofferenza civile, di vite spezzate, di infanzie cancellate, è diventata per molti un'immagine tra le altre, un frammento di un flusso informativo che scorre senza più trovare resistenza emotiva. Le guerre disseminate nel mondo — dall'Europa orientale al Medio Oriente, dall'Africa alle periferie dimenticate del pianeta — sono state inglobate in una logica di compromesso tra dolore e affarismo, dove la sofferenza umana convive con l'industria degli armamenti, con la speculazione geopolitica, con la normalizzazione del conflitto come condizione permanente. È la trasformazione della guerra in un'economia, e dell'economia in un alibi morale. 


Parallelamente, l'avanzata delle destre in molte democrazie occidentali ha mostrato come la paura, la semplificazione e la nostalgia di un ordine autoritario possano diventare strumenti di consenso, portando al potere figure che, secondo molti osservatori, hanno contribuito a erodere i principi dell'umanesimo e della responsabilità civile. L'elezione di leader come Donald Trump negli Stati Uniti e Vladimir Putin in Russia è stata letta da numerosi analisti come il sintomo di un'epoca in cui la complessità viene rifiutata, la fragilità umana derisa, la pluralità percepita come minaccia. Non è una questione di ideologia, ma di antropologia politica: l'uomo contemporaneo sembra attratto da chi promette protezione attraverso la forza, semplificazione attraverso la polarizzazione, identità attraverso l'esclusione.

E poi c'è l'America, con i suoi mali antichi e nuovi, con le uccisioni indiscriminate che si ripetono come un rituale macabro, con la violenza armata che diventa simbolo non solo di un fallimento legislativo, ma di una frattura psichica profonda: l'incapacità di riconoscere l'altro come essere umano prima che come bersaglio, minaccia o proiezione delle proprie paure. Ogni strage diventa un episodio, ogni episodio un numero, ogni numero un'abitudine. È la banalizzazione del sangue, la trasformazione del lutto in statistica.

Il vero male dell'uomo, allora, non è la violenza in sé — che pure è antica quanto la nostra specie — ma la sua capacità di adattarsi alla violenza, di integrarla nella propria quotidianità, di renderla compatibile con la vita ordinaria. È un meccanismo psichico di difesa che, quando diventa collettivo, si trasforma in patologia sociale: l'assuefazione all'orrore. L'uomo del nuovo millennio non è più sconvolto dall'ingiustizia, ma dalla possibilità di doverla guardare troppo a lungo; non è più turbato dalla sofferenza, ma dalla richiesta di farsene carico; non è più indignato dalla violenza, ma dalla fatica di riconoscerla come responsabilità comune.

E così questo secolo, che avrebbe potuto essere l'epoca della maturità tecnologica, della cooperazione globale, della consapevolezza ecologica, si è aperto — e continua ad aprirsi, anno dopo anno — con il peggio che potessimo immaginare: guerre che non finiscono, democrazie che si restringono, società che si polarizzano, individui che si isolano, poteri che si consolidano attraverso la paura. Non è solo una crisi politica: è una crisi percettiva, emotiva, etica. È la perdita della capacità di sentire.

E forse è proprio qui che si gioca la battaglia decisiva del nostro tempo: non nel tentativo di eliminare il male — impresa titanica e forse impossibile — ma nel rifiuto di abituarcisi. Nel recupero di una sensibilità che non sia debolezza, ma resistenza; di una coscienza civile che non sia retorica, ma pratica quotidiana; di un umanesimo che non sia nostalgia, ma progetto.

Perché l'uomo può abituarsi a tutto, è vero. Ma può anche scegliere di disabituarsi. E questa scelta, oggi, è l'unica forma autentica di libertà che ci resta.



Il malcostume italiano come autoritratto 
di un sistema che divora sé stesso

Se allarghiamo lo sguardo dal quadro globale alla scena italiana, ciò che emerge non è un'eccezione, ma una declinazione locale di un fenomeno più vasto: la degradazione progressiva della coscienza civile e la normalizzazione del malcostume come forma di sopravvivenza sociale. L'Italia, con la sua storia di compromessi, di ambiguità, di poteri paralleli e di moralismi intermittenti, rappresenta una sorta di laboratorio antropologico in cui le contraddizioni del nuovo millennio si manifestano con una chiarezza quasi brutale. Qui, più che altrove, il sistema non si limita a tollerare le proprie ombre: le produce, le alimenta, le trasforma in strumenti di controllo e poi, quando diventano ingombranti, le addita come mostri da abbattere.

La vicenda di Corona — che non è un simbolo morale, né un modello, né un martire — diventa così una lente attraverso cui osservare un meccanismo più profondo: la capacità del sistema italiano di creare figure borderline, di spingerle ai margini, di usarle come valvola di sfogo o come diversivo, e infine di demonizzarle quando rivelano troppo, quando parlano fuori copione, quando mostrano ciò che non dovrebbe essere visto. È un processo antico, quasi rituale: si costruisce il mostro per poterlo poi sacrificare sull'altare della rispettabilità, fingendo che il problema sia lui e non il contesto che lo ha generato.

Il malcostume italiano, in questo senso, non è un incidente, ma una struttura. È la somma di corruzione diffusa, di bassezza morale elevata a strategia, di invidia sociale trasformata in arma, di degenerazione culturale che si traveste da intrattenimento. È un sistema che ha perso la capacità di distinguere tra responsabilità e spettacolo, tra verità e narrazione, tra giustizia e vendetta. E quando un sistema perde queste distinzioni, non può più tollerare chi le mette in discussione, anche se lo fa in modo scomposto, eccessivo, imperfetto.

La rappresentazione plastica di questo meccanismo è evidente: un calderone in cui tutto ribolle — scandali, favoritismi, clientele, ipocrisie — e in cui ogni figura che emerge viene immediatamente risucchiata, triturata, risputata come simbolo del male, mentre il vero male resta intatto, protetto, invisibile. È la logica del capro espiatorio applicata alla comunicazione di massa: si prende un individuo, lo si carica di tutte le colpe, lo si espone al pubblico ludibrio, e così si evita di guardare alla struttura che ha reso possibile — e spesso conveniente — il suo comportamento.

Ma la verità più scomoda è che questo sistema non fagocita solo i suoi mostri: fagocita sé stesso. Ogni volta che produce un caso mediatico per nascondere un problema reale, ogni volta che trasforma la giustizia in spettacolo, ogni volta che confonde la libertà di parola con la licenza di censura, ogni volta che punisce non il reato ma la possibilità del reato, il sistema si indebolisce, si corrode, si svuota. E in questo svuotamento, la società intera perde pezzi di coscienza civile, frammenti di etica, brandelli di responsabilità.

L'Italia del nuovo millennio è diventata così: un luogo in cui la degenerazione culturale non è più un'eccezione, ma un paesaggio; in cui la corruzione non è più uno scandalo, ma una prassi; in cui l'invidia sociale non è più un vizio, ma un motore; in cui la bassezza morale non è più un limite, ma un linguaggio. E in questo paesaggio, chiunque osi parlare fuori dal coro — anche se lo fa con toni e modalità discutibili — diventa immediatamente una minaccia da neutralizzare.

Il paradosso finale è che il sistema, nel tentativo di proteggersi, finisce per rivelarsi. Nel momento in cui cerca di mettere a tacere una voce scomoda, mostra la propria fragilità; nel momento in cui costruisce un mostro, mostra la propria mostruosità; nel momento in cui invoca la censura preventiva, mostra la propria paura. E questa paura, più di ogni altra cosa, è la prova che il calderone sta traboccando. Perché un sistema davvero solido non teme chi parla. Teme solo ciò che non vuole che venga ascoltato.




C'è un filo sottilissimo, quasi impercettibile ma tenace come una radice antica, che attraversa la storia dell'umanità e che lega l'uomo primitivo che incideva segni sulle pareti di una grotta all'individuo contemporaneo che scala un grattacielo di cinquecento metri senza corda, sfidando la gravità e la statistica con la stessa naturalezza con cui...

C'è una frase che, a prima vista, potrebbe sembrare ingenua nella sua linearità, quasi disarmante nella sua semplicità: la cura, non la guerra. Eppure, proprio in questa apparente ovvietà si nasconde una delle verità più radicali e più rimosse della nostra epoca, una verità che torna a bussare con violenza ogni volta che il mare si alza oltre il...