L’eclissi della pietà e il teatro della ragione politica: da Tucidide e Machiavelli all'ombra del 7 ottobre

01.10.2026

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C'è un paradosso sottile che attraversa le convulsioni della storia contemporanea: la persistenza dello stupore di fronte alla nuda grammatica del potere. Quando la cronaca rivela, a distanza di mesi o di anni, che la salvezza dei propri cittadini non costituiva il vertice primario nell'agenda degli apparati politico-militari, il discorso pubblico reagisce con una sorta di scandalizzata verginità. Ma come insegnava Thucydides nelle sue narrazioni sul conflitto peloponnesiaco, e come avrebbe più tardi teorizzato Machiavelli nel Principe, la ragion di Stato possiede un'aritmetica spietata, totalmente scissa dai doveri della pietà domestica. Interrogarsi oggi se il rilascio degli ostaggi fosse la priorità reale del governo israeliano all'indomani del massacro del 7 ottobre significa scoperchiare il velo di una narrazione mitologica costruita per consolare le coscienze quotidiane, dimenticando che nell'emergenza assoluta la conservazione del potere e il riassetto strategico del dominio precedono invariabilmente la vita dei singoli.


Tucidide, nel suo capolavoro "La Guerra del Peloponneso", offre una narrazione critica e analitica del conflitto tra Atene e Sparta. La sua opera non solo documenta gli eventi, ma spiega le cause profonde dei conflitti e analizza le dinamiche politiche e militari dell'epoca. Tucidide utilizza un approccio rigoroso e innovatore, basato sull'indagine diretta e sulla raccolta di testimonianze oculari, per costruire un'analisi critica degli eventi storici. La sua narrazione include anche i discorsi degli attori principali dei conflitti, che sono ricostruiti per riflettere le idee e le intenzioni dei personaggi coinvolti. Questo approccio ha avuto un impatto significativo sulla storiografia successiva e continua a essere studiato nei corsi di storia e scienze politiche. 
Guerra del Peloponneso (Tucidide) - Wikipedia


La meccanica del "nemico utile"

Nel solco di quanto espresso nelle analisi di Lavinia Marchetti contenute nel saggio Schegge da un genocidio, il concetto di "nemico utile" non appartiene alla sfera del complottismo, bensì a quella che la scienza politica da Carl Schmitt in poi definisce la dialettica della legittimazione antagonistica. La dottrina informale che per un decennio ha consentito il flusso di valuta estera verso la Striscia di Gaza non è stata una svista né un banale calcolo contabile, ma una deliberata strategia di frammentazione. Mantenere l'entità palestinese divisa tra un'autorità amministrativa esangue a Ramallah e un'organizzazione radicale a Gaza ha rappresentato per anni l'espediente ideale per sterilizzare qualsiasi prospettiva di negoziato statale. In questo contesto, l'antagonista non è semplicemente un avversario da eliminare, ma l'asse portante su cui edificare l'impossibilità strutturale della pace.

Il rifiuto della soglia negoziata

Le rivelazioni riemerse nelle interviste rilasciate dai media internazionali dal primo ministro del Qatar Al Thani e confermate dalle inchieste giornalistiche di Haaretz – tra cui i preziosi dettagli contenuti nel volume Hostages: 843 Days of Abandonment di Eldar e Yuval – collocano la notte tra il 7 e l'8 ottobre sotto una luce impietosa. La rapidità con cui venne respinta l'ipotesi di discutere un canale immediato di liberazione per i civili rivela che la priorità tattica non era l'estrazione delle vite umane, ma la saturazione dello spazio politico con la risposta armata. Il "non prendere nemmeno in considerazione" la proposta di una finestra di cessate il fuoco non fu solo una scelta diplomatica, ma un atto d'indirizzo ontologico: la priorità del governo non era la salvaguardia della comunità vulnerabile, ma l'avvio immediato di una tabula rasa strategica.

Le macerie della prevenzione e la cecità selettiva

Il quadro delle comunicazioni formali ricevute nei giorni immediatamente precedenti il massacro – dal blitz di 67 minuti di Abbas Kamel ai contatti telefonici ad alto livello da parte degli Emirati Arabi Uniti, ampiamente documentati da inchieste su The Atlantic e The Washington Post – smantella la narrazione del totale "effetto sorpresa". Quando un apparato d'intelligence celebrato per la sua pervasività ignora gli allarmi ripetuti provenienti da canali istituzionali esteri, oltre che i report interni delle proprie osservatrici di confine, l'inazione smette di essere una semplice falla burocratica. Essa diventa una cecità funzionale, una forma di inerzia dovuta alla presunzione d'invulnerabilità o, peggio, alla sottovalutazione sistemica di un rischio trasformato poi in pretesto per una ristrutturazione geopolitica irreversibile.



La logica tragica della direttiva Hannibal

La riattivazione concettuale – e fattuale – della direttiva Hannibal nella mattinata del 7 ottobre* mostra la spietata coerenza dell'apparato bellico. Il principio secondo cui la cattura di un cittadino o di un soldato rappresenta per lo Stato un danno politico immensamente superiore alla sua morte fisica è l'espressione più cruda della sovranità teorizzata da Giorgio Agamben nei suoi studi su Homo Sacer.

Giorgio Agamben, attraverso il suo progetto "Homo Sacer", ha cercato di ripensare la tradizione politica occidentale e di esplorare concetti complessi come la "nuda vita" e il "sacramento". La sua opera ha avuto un impatto significativo sul pensiero politico contemporaneo, influenzando anche il mondo anglofono e il movimento italiano di autoriflessione. Agamben ha utilizzato il suo lavoro per interrogare le categorie fondamentali della filosofia e della politica, offrendo una riflessione profonda su come l'umanità si costruisce attraverso l'esclusione e la separazione.  

Nel momento in cui il comando militare dirama l'ordine di impedire a qualunque costo il rientro dei veicoli a Gaza, assumendosi il rischio manifesto di uccidere i propri connazionali, la vita dell'ostaggio cessa di essere un bene da tutelare per diventare una variabile d'intralcio alle operazioni di neutralizzazione.

*La Direttiva Annibale è stata applicata il 7 ottobre 2023, durante l'attacco di Hamas a Israele, per impedire la cattura di soldati israeliani. Questa procedura militare consente l'uso di fuoco indiscriminato, anche contro i propri civili, per evitare che vengano fatti prigionieri da un nemico. Le forze israeliane hanno avviato il fuoco contro le proprie basi militari, gli insediamenti e la zona di confine con Gaza, utilizzando armi pesanti da elicotteri d'attacco, droni e carri armati. Questo ha portato a un bilancio di vittime molto elevato, con molti dei 1.200 israeliani morti quel giorno uccisi dalle forze israeliane.
La Direttiva Annibale è stata documentata in precedenti operazioni militari, in particolare contro Gaza e il Libano. È stata invocata raramente e solo nel periodo compreso tra il 1986 e il 2016, quando è stata ufficialmente revocata dall'esercito.

Fonte Wikipedia



L'ostaggio come feticcio retorico

Una volta consumata la tragedia e consolidata la presenza delle truppe nella Striscia, l'ostaggio è stato formalmente trasfigurato da individuo reale a feticcio simbolico. Per mesi la figura del sequestrato è servita come architrave morale per giustificare l'incommensurabilità della risposta armata, la distruzione sistematica delle infrastrutture civili e la catastrofe umanitaria di Gaza. L'iconografia del dolore è divenuta così il carburante emotivo della propaganda di guerra, mentre sul piano pratico i tentativi veri di mediazione venivano ostacolati da continue clausole aggiuntive, procrastinazioni e veti tattici intesi a dilatare i tempi dell'operazione strategica.

Il dislivello tra etica e sovranità

Nessuno stato etico è mai davvero esistito, ma l'illusione che le democrazie occidentali agiscano primariamente in difesa del cittadino singolo crolla puntualmente di fronte alla prova della storia. Come descritto nella letteratura classica sulla ragion di Stato – da Friedrich Meinecke a Hannah Arendt nelle sue riflessioni sulla violenza – l'istituzione statale vede nei propri cittadini dei componenti interscambiabili quando in gioco c'è la sopravvivenza o l'affermazione dell'egemonia politica. L'idea che il governo potesse sospendere la sua risposta militare per privilegiare il ritorno dei rapiti dimentica che, per una leadership assediata da inchieste interne e fragilità politiche, la guerra aperta rappresentava l'unica vera garanzia di permanenza al potere.


La continuità della documentazione storica

I fatti documentati nel saggio Schegge da un genocidio del dicembre 2025 – le cui tesi trovarono anticipazione già negli articoli firmati sul Times of Israel da Tal Schneider all'indomani dell'attacco – dimostrano come la traiettoria degli eventi non sia stata il frutto di una catena imprevedibile di fatalità, ma la conseguente esecuzione di un disegno la cui architettura era visibile da anni. La dipendenza finanziaria di Gaza dal denaro qatariota con l'avallo di Tel Aviv ha funzionato come una bomba a orologeria a lungo raggio, i cui frammenti sono stati infine fatti detonare con conseguenze devastanti per l'intera regione.

Il corto circuito della memoria occidentale

La reazione dell'opinione pubblica globale di fronte al prosieguo del conflitto evidenzia un corto circuito cognitivo. Ci si stupisce delle conferme sul rifiuto israeliano di trattare fin dalle prime ore perché si rifiuta di accettare il principio fondamentale secondo cui, per talune oligarchie politiche, il costo umano della popolazione civile – sia essa nemica o propria – è un mero dato contabile. La rimozione di questo elemento rende incomprensibile la dinamica degli eventi, costringendo l'osservatore a rifugiarsi nell'illusione di una "tragedia dell'incomprensione" laddove vi è stata soltanto la gelida applicazione di un piano di neutralizzazione politica.

Il collasso dell'architettura del diritto

Nel momento in cui scuole, ospedali e interi quartieri abitativi vengono azzerati dietro la formula dell'obiettivo militare idoneo, il diritto internazionale umanitario cessa di essere un argine e diventa una finzione letteraria. Le parole pronunciate dal premier qatariota sottolineano la sproporzione tra l'offesa iniziale, pur condannata senza appello come massacro inescusabile, e la reazione successiva. Questa frattura sancisce il definitivo collasso di quella postulata "superiorità morale" che la civiltà giuridica occidentale ha proclamato per decenni come fondamento dell'ordine mondiale post-bellico.


La solitudine dei sequestrati e delle famiglie

La tragedia vissuta dai familiari degli ostaggi, impegnati per anni in una battaglia disperata contro le reticenze del loro stesso governo, costituisce il nucleo più drammatico di questa vicenda. La scoperta che già la sera del 7 ottobre esistevano margini reali per una discussione sulla liberazione dei civili trasforma il loro lutto in una condanna politica. Le famiglie non hanno dovuto lottare soltanto contro i rapitori, ma contro il muro d'gomma di una dirigenza per la quale la restituzione dei rapiti era subordinata alla vittoria totale, un obiettivo programmaticamente indefinito e dunque temporalmente infinito.

Il calcolo della sopravvivenza individuale

Al di sotto delle grandi argomentazioni ideologiche o di sicurezza nazionale, permane il fattore umano e personale della classe dirigente. Per l'esecutivo guidato da Netanyahu, la fine delle ostilità o l'apertura di un processo di pace ha sempre rappresentato la soglia oltre la quale si sarebbe aperto il conto con le responsabilità penali e politiche personali. Prolungare lo stato d'emergenza permanente, rifiutare le tregue proposte dai mediatori e spostare continuamente l'asticella degli obiettivi bellici è stata la strategia principale per rimandare il momento della resa dei conti interna.

La trappola della dialettica securitaria

Ciò che emerge con nitidezza è la fallacia del dogma securitario: l'illusione che una barriera tecnologica avanzata e la gestione militare permanente possano sostituire la risoluzione politica di un conflitto nazionale. Quando la difesa si fonda sulla deprivazione dei diritti altrui e sulla coesistenza forzata con una sacca di miseria e disperazione, la sicurezza si rivela per ciò che è: una fragile bolla destinata a esplodere, trascinando con sé colpevoli e innocenti in un vortice di violenza sistemica.

La funzione consuntiva della scrittura

Documentare queste dinamiche non risponde a una semplice esigenza d'archivio, ma a un dovere di testimonianza contro l'oblio programmato. Come già accadeva nella letteratura del disincanto del Novecento, l'atto di registrare le incongruenze delle versioni ufficiali rappresenta l'unica forma di resistenza rimasta di fronte alla sovrascrittura della memoria storica. La ricostruzione minuziosa dei fatti – dalle segnalazioni di intelligence ignorate al rifiuto dei canali diplomatici precoci – sottrae la tragedia del 7 ottobre e delle sue conseguenze alla sfera dell'irrazionale per restituirla a quella delle responsabilità umane e politiche precise.


Tornare all'8 ottobre significa dunque spogliarsi di ogni ingenuità residua. C'era davvero qualcuno che credeva che la priorità fosse il ritorno a casa degli ostaggi? Probabilmente soltanto chi ha deliberatamente scelto di confondere la propaganda con la realtà, o chi aveva bisogno di credere nella favola consolatoria di uno Stato padrone di un'etica assoluta. Per tutti gli altri, per chi ha guardato attraverso i meccanismi storici del potere, era già evidente che la sorte dei rapiti era stata sacrificata sull'altare di un disegno geopolitico ben più vasto e di una disperata lotta per la sopravvivenza politica individuale.
La storia non fa che confermare, con la freddezza delle sue fonti, ciò che la ragione critica aveva già lucidamente compreso fin dal primo giorno.



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