Insula: l’isola come dispositivo del presente

01.02.2026

Viviamo in un tempo in cui la percezione dello spazio non è più un semplice dato geografico, ma un campo di tensioni in cui si intrecciano forze politiche, memorie culturali, desideri individuali e paure collettive, e in cui ogni movimento — fisico o simbolico — diventa un atto che ridefinisce continuamente il modo in cui abitiamo il mondo e il modo in cui il mondo, a sua volta, abita noi.

È in questo scenario instabile, quasi febbrile, che l'isola emerge come figura privilegiata per comprendere la contemporaneità: non più luogo marginale o periferico, ma lente attraverso cui osservare la trasformazione radicale dei rapporti tra identità e appartenenza, tra mobilità e radicamento, tra memoria e futuro. L'isola, con la sua duplice natura di chiusura e apertura, di isolamento e contatto, di limite e soglia, diventa un laboratorio in cui si manifestano in forma amplificata le contraddizioni del nostro tempo, un tempo in cui le frontiere si dissolvono e si irrigidiscono simultaneamente, in cui la globalizzazione accelera mentre i nazionalismi si irrigidiscono, in cui la velocità dei flussi convive con la lentezza dei traumi.


La letteratura che nasce da questi territori — Sicilia, Sardegna, Corsica, Maiorca — non si limita a raccontare storie ambientate su un'isola, ma mette in scena un modo diverso di percepire lo spazio, un modo che non separa mai il paesaggio dalla coscienza, il territorio dalla biografia, la geografia dalla politica. In questi testi, lo spazio non è sfondo: è protagonista, è interlocutore, è ferita e promessa. E ciò che colpisce, leggendo le opere degli anni Duemila, è la trasformazione profonda del rapporto tra l'isola e il mondo: non più "isola‑mondo", chiusa in un'autosufficienza mitica, ma "isola‑nel‑mondo", attraversata da flussi, ritorni, partenze, contiguità che dissolvono la distanza e rendono il viaggio un gesto quasi invisibile, quotidiano, privo della solennità narrativa che aveva nel passato.

Questa nuova percezione dello spazio — accelerata, contratta, interconnessa — produce inevitabilmente una nuova percezione dell'identità, che non può più essere pensata come un nucleo stabile, monolitico, radicato in un'origine immobile, ma come un sistema rizomatico, complesso, stratificato, in cui l'appartenenza non è mai un dato, ma un processo, un movimento, una negoziazione continua tra ciò che si è stati, ciò che si è diventati e ciò che si potrebbe ancora essere. L'identità, in questi romanzi, non è un porto sicuro: è un arcipelago.

E proprio perché l'isola è un arcipelago di significati, la sua rappresentazione letteraria diventa inevitabilmente politica — non nel senso riduttivo della militanza, ma nel senso più ampio e profondo del pensare il mondo, del prendere posizione rispetto alle forme del vivere insieme, del riconoscere che ogni narrazione dello spazio è anche una narrazione del potere, delle esclusioni, delle possibilità. In un'epoca in cui l'Europa è attraversata da pulsioni protezioniste e da retoriche identitarie che tentano di irrigidire ciò che per sua natura è mobile, l'isola diventa un contro‑discorso, un luogo da cui osservare la fragilità delle frontiere e la forza delle interconnessioni.

Analizzare l'insularità oggi significa, dunque, interrogare la nostra capacità di abitare un mondo che non è più organizzato secondo la logica dei centri e delle periferie, ma secondo quella delle reti, dei nodi, delle relazioni; significa riconoscere che la geografia letteraria non è mai separata dalla geografia reale, e che ogni romanzo che parla di un ritorno, di una partenza, di un attraversamento, parla anche — inevitabilmente — di noi, del nostro modo di percepire il tempo, di misurare la distanza, di immaginare il futuro.

E forse è proprio questo il contributo più prezioso che queste opere offrono alla nostra comprensione del presente: la capacità di mostrarci che lo spazio non è mai neutro, che ogni luogo è un campo di forze, che ogni isola è un mondo e che ogni mondo, oggi, è un'isola.



isola ìṡola s. f. [dal lat. insŭla (che aveva anche il sign. 3), voce di origine incerta; isola è forma semidotta, di fronte alla forma ereditaria ischia che compare come toponimo]. – 1. a. Porzione [...] 50 m, diviso da altre pareti in camere. 5. In embriologia e in anatomia, nome dato (talora anche nella forma lat. insula) a porzioni di un organo a contorni ben circoscritti, o a piccoli ammassi cellulari di struttura omogenea, incorporati in tessuti

[*]

Isola / Insula: genealogia di una figura del presente

Che l'isola derivi da insula — voce di origine incerta, sospesa tra la terra e il mare, tra la radice e la deriva — non è un dettaglio filologico, ma un indizio. Un indizio di come il linguaggio, prima ancora della geografia, abbia percepito l'isola come un'entità doppia: separata e insieme connessa, autonoma eppure dipendente, chiusa ma mai del tutto impermeabile. La forma semidotta isola convive con la forma ereditaria ischia, come se la lingua stessa oscillasse tra due modi di nominare lo stesso fenomeno, due modi di pensare la distanza, due modi di immaginare la soglia. E già nella definizione lessicografica — quella che elenca porzioni di terra circondate dall'acqua, ma anche porzioni di tessuto cellulare, ammassi omogenei incorporati in un organismo più vasto — si rivela una verità che la sociologia e la filosofia dello spazio hanno impiegato decenni a formulare: l'isola non è solo un luogo, è un modello. Un modello di organizzazione, di separazione, di identità, di resistenza, di vulnerabilità.


L'isola, sia nella sua accezione geografica che in quella anatomica, incarna una logica di coesistenza paradossale: è una totalità delimitata, riconoscibile, che tuttavia non può mai sottrarsi alla struttura più ampia che la ingloba, la nutre, la condiziona. È una forma che si distingue, ma non si separa; che si definisce, ma non si emancipa.

In questa tensione — tra il desiderio di autonomia e la necessità di interdipendenza, tra il bisogno di isolamento e l'inevitabilità dell'incorporazione — si riflette con precisione la condizione del soggetto contemporaneo: un individuo che cerca di affermare la propria singolarità senza recidere i legami che lo costituiscono; una comunità che tenta di preservare la propria identità senza chiudersi in una sterile autarchia; una cultura che si espande e si contamina, ma che non può fare a meno di interrogarsi sul proprio nucleo.

L'isola, dunque, non è solo una figura spaziale: è una metafora epistemologica, un dispositivo critico, un modello di pensiero. È il luogo dove si rende visibile — con intensità e chiarezza — il conflitto tra il bisogno di essere sé e il bisogno di essere parte. E in questo conflitto, che non si risolve ma si abita, si gioca la possibilità di una nuova forma di esistenza: più porosa, più consapevole, più capace di tenere insieme ciò che normalmente si esclude.


L'isola geografica e l'isola anatomica condividono la stessa logica: essere un tutto circoscritto dentro un tutto più grande, essere un'unità che si distingue senza mai emanciparsi completamente dal sistema che la contiene. E in questo paradosso — autonomia e dipendenza, isolamento e incorporazione — si riflette la condizione contemporanea dell'individuo, delle comunità, delle culture.

Viviamo in un mondo che si percepisce come arcipelago: una costellazione di isole interconnesse, ciascuna con i propri confini, le proprie memorie, le proprie ferite, ma tutte immerse in un mare comune di flussi, scambi, tensioni. La globalizzazione ha accelerato la contiguità, ha ridotto le distanze, ha reso il viaggio routine; eppure, proprio mentre i movimenti si intensificano, le frontiere si irrigidiscono, le identità si contraggono, le appartenenze si radicalizzano. È come se il mondo oscillasse tra la spinta centrifuga dell'apertura e la spinta centripeta della chiusura, tra l'arcipelago glissantiano e la fortezza identitaria.

In questo scenario, l'isola diventa una figura epistemologica: un modo per pensare il rapporto tra il singolo e il collettivo, tra il locale e il globale, tra il radicamento e la mobilità. L'isola è ciò che resta quando il continente si frantuma, ma è anche ciò che nasce quando il mare si ritira. È un residuo e una promessa, una ferita e un laboratorio.

E forse è proprio per questo che la letteratura contemporanea torna ossessivamente all'isola: perché l'isola permette di osservare il mondo da un margine che non è periferia, ma prospettiva; da un luogo che non è chiusura, ma lente; da una condizione che non è isolamento, ma intensificazione del rapporto tra spazio e identità.

L'isola, oggi, non è più un altrove: è il modo in cui abitiamo il presente. Siamo tutti isole incorporate in un organismo più vasto, tutti porzioni circoscritte di un sistema che ci ingloba e ci supera, tutti cellule che cercano di mantenere una forma riconoscibile mentre il tessuto che ci circonda cambia, si espande, si contrae.

E allora la definizione [*] Treccani — così apparentemente tecnica, così apparentemente neutra — diventa una chiave di lettura del nostro tempo: l'isola come figura della complessità, come metafora della vulnerabilità, come simbolo della resistenza, come dispositivo per pensare ciò che siamo diventati.


Continua..




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